Leggendo i lavori del filosofo Luciano Floridi sull’infosfera e sulla condizione onlife emerge con chiarezza come la trasformazione digitale del nostro ambiente informativo rappresenti una sfida cognitiva ed educativa profonda, con implicazioni particolarmente rilevanti per i sistemi scolastici e per le scienze del neurosviluppo. Nel campo della psicologia dello sviluppo è ormai consolidato che la variabilità interindividuale rappresenti la norma biologica. L’eterogeneità dei profili cognitivi, che comprende funzionamenti neurotipici e neurodivergenti, orienta i modi in cui bambini e adolescenti acquisiscono informazioni, generano significato e costruiscono il proprio capitale semantico. L’espansione dell’infosfera espone i soggetti in età evolutiva a una densità di stimoli senza precedenti, richiedendo capacità di autoregolazione, filtraggio e orientamento che non possono essere affidate unicamente ai meccanismi spontanei. In questo scenario l’equità cognitiva implica il riconoscimento di molteplici percorsi di apprendimento modulati sulle differenze neurobiologiche e sulle storie individuali. Il digitale e l’intelligenza artificiale rendono oggi possibile una personalizzazione su larga scala che, fino a pochi anni fa, era semplicemente irrealizzabile.
Professore, come la condizione onlife e la moltiplicazione degli stimoli informativi influenzano lo sviluppo cognitivo dei ragazzi e la loro capacità di apprendere? Viviamo immersi in una quantità di stimoli che l’umanità non aveva mai sperimentato. Nell’arco di una sola giornata si può aver aperto un social, rispondere a un messaggio su WhatsApp, comunicare con i compagni dentro un videogioco, guardare un video su YouTube e farsi distrarre da un TikTok. Questa sovrapposizione riguarda sia gli stimoli comunicativi sia quelli cognitivi. Non siamo biologicamente preparati a gestire una tale densità. Per questo è essenziale sviluppare un’educazione alla gestione degli stimoli. Non possiamo affidarci al funzionamento naturale delle nostre capacità attentive. Serve un’educazione intenzionale, condivisa tra famiglie, scuole e luoghi di crescita. La condizione onlife ha eliminato la distinzione tra online e offline, rendendo il nostro ambiente informativo continuo. Un link porta a un altro link e, in pochi minuti, ci si trova lontanissimi dal punto di partenza. È un’opportunità straordinaria, ma richiede nuove competenze di orientamento, simili alla navigazione in mare aperto.
Lei parla spesso di capitale semantico. Come si collega alle differenze cognitive e, oggi, alle neurodivergenze? Il capitale semantico è l’insieme dei significati che ciascuno accumula nel tempo: conoscenze, esperienze, immagini, ritualità, abitudini culturali. Non riguarda solo l’apprendimento disciplinare, ma anche ciò che viviamo ogni giorno: una festa locale, una fotografia, una partita a calcetto, una conversazione significativa. È un patrimonio dinamico, costantemente ridefinito. Le differenze cognitive, comprese quelle oggi definite neurodivergenze, sono modalità differenti di organizzare questo patrimonio. Non sono anomalie. Sono una caratteristica intrinseca della nostra specie. Il limite non era nelle persone ma nella scuola, che non aveva la possibilità di riconoscere questa variabilità. Il teorema di Pitagora è un esempio eloquente. Esistono 371 dimostrazioni diverse, ma ne insegniamo una sola per esigenze organizzative. Alcune sarebbero più adatte a certi studenti, altre a studenti diversi. Non esiste un unico modo di comprendere un concetto. Spesso confondiamo uguaglianza con equità. Dare a tutti la stessa cosa non significa offrire a tutti le stesse opportunità. È come proporre un solo sport a tutti e valutare la capacità atletica solo su quello. È una forma di falsa meritocrazia che premia chi si adatta a un unico modello e penalizza gli altri. L’equità consiste nel fornire ciò che serve a ciascuno secondo le proprie caratteristiche. Oggi la tecnologia consente finalmente di riconoscere e sostenere queste differenze anziché appiattirle.
In che modo tecnologia e intelligenza artificiale possono aiutare a rispettare le differenze nei modi di apprendere? La personalizzazione non nasce oggi. I buoni insegnanti hanno sempre cercato di adattare ciò che spiegavano ai propri studenti. Il limite erano le risorse. La tecnologia permette di recuperare quell’intenzione educativa e di applicarla su larga scala. Il parallelo con la medicina è molto chiaro: un tempo tutti ricevevano la stessa terapia, oggi la cura viene modulata sulla persona e sulla sua storia clinica. Nell’apprendimento è avvenuto lo stesso processo. Per anni si è adottato un unico metodo non per mancanza di volontà, ma perché prima non c’erano le possibilità e non si poteva fare diversamente. L’intelligenza artificiale è un’interfaccia tra noi e il sapere dell’umanità. Può appiattire se utilizzata per generare elaborati senza che lo studente comprenda nulla. Può invece ampliare, offrendo spiegazioni alternative, esempi differenti, approcci molteplici. Se uno studente non capisce un concetto, gli strumenti basati sull’intelligenza artificiale possono fornire una strada diversa. L’equità cognitiva non consiste nel dare a tutti la stessa cosa, ma nel mettere ciascuno nelle condizioni di imparare secondo il proprio funzionamento. È la stessa logica che guida molte pratiche cliniche. Le tecnologie digitali permettono di avvicinarsi a una personalizzazione reale, dal gruppo classe fino al singolo studente.
Oggi conosciamo molto di più sulle differenze nel neurosviluppo e sulle modalità individuali di apprendere. E disponiamo di tecnologie che potrebbero rendere l’apprendimento più equo e personalizzato. Perché allora la scuola fatica a integrare queste conoscenze e queste possibilità? Si tratta solo di risorse o anche di un problema culturale e strategico? La distanza non dipende da un unico fattore. Ci sono limiti di risorse, strutturali ed economici, che pesano molto anche in un Paese avanzato come l’Italia. Se chiediamo alla scuola di fare di più, dobbiamo metterla nelle condizioni di farlo. Servono investimenti, strumenti, personale, classi meno numerose. C’è poi un tema culturale e strategico che è finalizzato all’equità. La scuola non può offrire un solo sentiero e poi misurare chi riesce e chi non riesce. Deve costruire molte strade. La tecnologia può aiutare enormemente, ma deve inserirsi in una visione educativa che riconosca la varietà come risorsa naturale. L’obiettivo non è trattare tutti allo stesso modo, ma mettere ciascuno nelle condizioni di riuscire.
A cura di Rosa Revellino Direttrice editoriale della rivista il punto
Luciano Floridi, fondatore della filosofia dell’informazione e uno dei maggiori interpreti della rivoluzione digitale, viene considerato una delle voci più autorevoli nel dibattito contemporaneo sull’etica digitale e l’AI. È docente di Scienze cognitive all’Università di Yale, dove dirige il Digital ethics center. Professore ordinario di Sociologia della cultura e della comunicazione all’Università di Bologna; presidente della Fondazione Leonardo ETS; già professore di Philosophy and Ethics of Information all’Oxford Internet Institute (Università di Oxford). Tra i suoi libri: Pensare l’infosfera.
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