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L’invecchiamento è un fisiologico e progressivo insieme di alterazioni involutive psicorganiche che intervengono in ogni organismo dall’età adulta. Gli anziani, oggi più realisticamente identificati nel mondo occidentale nei soggetti ultrasettantacinquenni, costituiscono una popolazione estremamente eterogenea per quel che riguarda il fenotipo dell’invecchiamento, derivante dalla complessa interazione dinamica tra genetica, fisiologica involuzione senile, carico di patologie e fattori socio-ambientali.

In questo ambito, l’approccio biomedico tradizionale, basato su pattern e burden di morbilità e mortalità, non è in grado di riflettere adeguatamente lo stato di salute degli anziani, che è invece più realisticamente rappresentato da una valutazione multidimensionale che includa le cosiddette “sindromi geriatriche” (disabilità, fragilità, impairment cognitivo, comorbilità), che ne esprime più compiutamente il risultante livello di autonomia funzionale o capacità funzionale intrinseca.

L’aver equiparato la perdita di autonomia (e i relativi fabbisogni assistenziali) alla demenza come un frutto sfortunato della vecchiaia, indica un atteggiamento discriminatorio nei confronti dell’anziano “malato di demenza”.

Vi è attualmente una forte necessità di migliorare lo standard di cura per i pazienti che più spesso ricorrono all’assistenza sanitaria, ossia gli anziani, per lo più polipatologici, e spesso con limitati livelli di autonomia funzionale e sfavorevoli substrati socio-assistenziali. Purtroppo, la possibilità di interventi efficaci in questa popolazione è resa difficoltosa da ageismo, complessità clinica e polipatologia, mancanza o difficoltà di accesso a cure appropriate per l’età, ed è aggravata dai costi per l’utenza e da inadeguate coperture assicurative e protezioni sociali. Valutazione e trattamento dell’anziano dovrebbero essere olistiche, coordinate e centrate sul paziente.

Un latente ageismo nei confronti della popolazione anziana in ambito medico è in qualche modo esemplificato da diverse situazioni o atteggiamenti che si sono oramai “cristallizzati” nella nostra società. L’aver equiparato la perdita di autonomia (e i relativi fabbisogni assistenziali) conseguentemente alla demenza come un frutto sfortunato della vecchiaia, e come tale derubricato a caso “sociale”, indica un atteggiamento discriminatorio nei confronti dell’anziano “malato di demenza”. Insistere sulla famiglia come caregiver ideale di questi malati, in assenza di un adeguato sostegno economico, impone un ulteriore svantaggio di salute e socio-economico su costoro, estendendo di fatto la discriminazione a scapito dei familiari stessi.

Ageismo nei confronti della popolazione anziana è anche produrre sempre più complessi formulari per il consenso informato rivolti a un paziente “ideale” e che non tengono in minimo conto il livello culturale degli anziani attuali, ulteriormente indebolito dai fenomeni cerebroinvolutivi, di fatto escludendoli da questo percorso. E non aiuta in questo contesto che non vi sia alcun riconoscimento del ruolo decisionale vicariante dei familiari se non legalmente riconosciuti come amministratori di sostegno, sia nell’espressione del consenso sia nei percorsi decisionali in ambito medico-chirurgico. Il paziente anziano spesso non è in grado di offrire un valido consenso informato, ma va comunque tutelato il suo diritto di voler essere informato o di non volerlo essere, e di delegare un’altra persona a questo scopo.

È auspicabile un cambiamento nel paradigma sotteso alla medicina e al nostro sistema sanitario, attualmente orientato più verso il curare che verso l’aver cura.

Al di là dei dettagli di legge, se sappiamo ascoltare, è il paziente stesso che ci guida con le sue domande e il suo atteggiamento verso quanto e quando è necessario e opportuno comunicare. Non vi è spazio in questo contesto per affrontare il complesso discorso sulle disposizioni anticipate di fine vita e sui do-not-resuscitate order. I casi di richiesta di eutanasia da parte di malati anziani sono ancora rari nella pratica clinica quotidiana odierna, così come non è frequente l’utilizzo delle dichiarazioni anticipate di trattamento, che comunque pongono il problema di un consenso non attuale, ma espresso in condizioni di benessere, senza avere la possibilità di modificarlo.

È quindi auspicabile un cambiamento nel paradigma sotteso alla medicina e al nostro sistema sanitario, attualmente orientato più verso il curare che verso l’aver cura, elaborando una filosofia della medicina e un tipo di assistenza sanitaria capaci di individuare un migliore equilibrio tra un approccio basato sulla malattia e uno più olistico, centrato sul paziente.

Mario Bo
Direttore Scu Geriatria del presidio Molinette,
Aou Città della Salute e della Scienza di Torino

Bianca Salone
Specializzanda presso la Scuola di specializzazione in Geriatria
dell’Università degli studi di Torino


Questo testo è tratto dal libro Le parole della bioetica a cura di Maria Teresa Busca e Elena Nave (Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2021). Per gentile concessione dell’editore.

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