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Dark web (in italiano “web oscuro”) è il termine che si usa per definire i contenuti del World wide web nelle darknet (“reti oscure”) che possono essere raggiunte, via internet, attraverso specifici software, particolari configurazioni delle architetture di connessione e dei criteri e modalità di accesso. Il dark web è una piccola parte del deep web, ossia di tutta la parte del web che non è indicizzata (raggiunta) dai motori di ricerca; inoltre, bisogna sottolineare che ancora di frequente l’espressione deep web viene usata per indicare genericamente il solo dark web.

Secondo Bright planet (Brightplanet.com), un’organizzazione commerciale statunitense che si occupa specificamente di ricerche sul deep web, a oggi le dimensioni della rete, il web, ammontano a oltre 24 milioni di GB e 560 miliardi di documenti, mentre Google ne indicizza circa 5 miliardi, ossia meno dell’1 per cento. Questi dati sono destinati a rimanere approssimativi ancora a lungo in quanto non esistono a oggi metriche, tecnologie e normative per avviare e svolgere attività specifiche e puntuali per misurare l’effettiva ampiezza del web sommerso.

Essendo deep e dark web termini sovente confusi e usati in modo interscambiabile, spesso una sensazione di pericolo e di diffidenza viene estesa a entrambi. In realtà i due termini indicano due entità molto differenti e nella maggior parte delle loro componenti non si annidano il crimine e il malcostume.

Infatti le darknet che costituiscono il dark web includono piccole reti, friend-to-friend, peer-to-peer (piccoli computer collegati solo tra loro), ma anche sub-sistemi come le piattaforme di accesso Tor, Freenet e I2P, i cui operatori sono costituiti sia a organizzazioni pubbliche che da singoli individui. Gli utenti del dark web fanno riferimento al web normale, accessibile tramite i normali browser (Google, Bing ecc.), come web in chiaro o clearnet in quanto non criptato. Rientrano in questo ambito tutte le attività di raccolta, acquisto e vendita, ad esempio, relative alle criptovalute, i bitcoin.

Quindi dark web e deep web sono due territori digitali differenti nei confronti dei quali, nella maggior parte dei casi, non c’è da nutrire diffidenza. Il dark web è costituito da una piccola porzione di web non indicizzato, che si può considerare un sottoinsieme del deep web e si stima che conti circa alcune decine di migliaia di indirizzi (url): pochi se confrontati alla grandezza della rete che ne conta trilioni.

Al dark web si arriva solo tramite specifici software che consentono agli utenti la navigazione anonima, cioè di proteggere tanto la propria identità quanto la privacy nell’ambito delle pagine visitate.

Il dark web nel 2004 è diventato accessibile a tutti gli utenti della rete e si è rivelato, date le dimensioni non massificate, un buon ambiente entro il quale proteggere la privacy. Da allora, però, di pari passo, si è andato diffondendo al suo interno anche il crimine e il malaffare, con un certo numero di atti criminosi di cui si viene a conoscenza all’interno del dark web, quali traffico di droga, armi ed esplosivi, trasmissione di informazioni per atti di terrorismo, pedopornografia e addirittura presenza di killer prezzolati.

A differenza di quanto succede nel caso del deep web, al dark web si arriva solo tramite specifici software che consentono agli utenti la navigazione anonima, cioè di proteggere tanto la propria identità quanto la privacy nell’ambito delle pagine visitate. E gli sforzi di controllo delle polizie di tutto il mondo sono oggi concentrati su di esso.

Un’indagine del 2016 di due ricercatrici, Clare Gollnick ed Emily Wilson, di Terbium Labs, ha evidenziato che nell’ambito del dark web, circa la metà dei siti era legale. Mentre tra quelli contenenti materiale illegale, il 45 per cento aveva a che fare con il commercio di droga, l’11,9 per cento con quello di farmaci, un 4,6 per cento erano siti di frodi e un altro 4,6 per cento siti di pedopornografia. Questo ci dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che la mancanza di visibilità, l’oscurità appunto, contribuisce ad alimentare le parti distruttive degli uomini nel mondo digitale come in quello fisico.

Fiorello Casi
Ricercatore in Etica delle nuove tecnologie
Università degli studi di Torino


Questo testo è tratto dal libro Le parole della bioetica a cura di Maria Teresa Busca e Elena Nave (Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2021). Per gentile concessione dell’editore.

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