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Per “limitazione delle cure” (Ldc) s’intende l’interruzione o il non avvio di trattamenti diagnostici o terapeutici che risultino clinicamente inappropriati o eticamente sproporzionati. La limitazione può avvenire come astensione (withholding) da un atto medico o come sospensione (withdrawing) di un atto medico.

Nei casi di legittimo rifiuto o di non proporzionalità delle cure, l’astensione e l’interruzione sono condotte che adempiono a un dovere deontologico e giuridico.

Sono clinicamente inappropriati i trattamenti che non corrispondono più a criteri di efficacia, non essendo in grado di modificare positivamente la prognosi di una patologia attraverso la guarigione o la stabilizzazione della stessa. Sono invece eticamente sproporzionati i trattamenti che comportino per il malato oneri superiori ai benefici attesi. Gli oneri si intendono come oggettivi, cioè previsti dalla scienza medica – ad esempio, gli effetti collaterali dei trattamenti – o soggettivi, quelli percepiti come tali dal paziente. Nel contesto della Ldc, non esiste differenza etica tra il sospendere o il non avviare un determinato trattamento, mentre vi può essere una differenza sul piano emotivo e psicologico, soprattutto in relazione alla limitazione dei trattamenti di sostegno delle funzioni vitali. Nei casi di legittimo rifiuto o di non proporzionalità delle cure, l’astensione e l’interruzione sono condotte che adempiono a un dovere deontologico e giuridico.

In Italia, la Ldc è prevista dall’articolo 16 del Codice di deontologia medica (Cdm) e può attuarsi in qualsiasi contesto assistenziale. Una Ldc può avvenire a seguito della decisione di un paziente che esprima insindacabilmente il suo dissenso rispetto all’inizio delle terapie o che, altrettanto insindacabilmente, ritiri il suo consenso alla loro prosecuzione, come garantito dall’articolo 32 della Costituzione italiana, dall’articolo 5 della Convenzione europea sui diritti umani e la biomedicina (Convenzione di Oviedo) e dall’articolo 35 del Cdm.

La limitazione delle cure non viene posta in essere per abbreviare la vita del malato, ma per lasciare che si concluda un processo di morte causato da una patologia non più guaribile né stabilizzabile.

Nel caso un paziente non sia più in grado di decidere per sé, la limitazione delle cure può avvenire su decisione dei medici, qualora sia evidente che le cure e/o i supporti vitali, non contrastando validamente il processo di malattia, non siano più in grado di modificare una prognosi ormai certamente infausta. In quest’ultima situazione i principi bioetici in gioco sono la liceità morale di evitare inutili sofferenze, l’irreversibilità del processo del morire, il limite sperimentato della cura e l’inutilità della sua prosecuzione. In ogni caso, la causa della morte e la malattia; pertanto, la Ldc non viene posta in essere per abbreviare la vita del malato (come nel caso dell’eutanasia), ma per lasciare che si concluda un processo di morte causato da una patologia non più guaribile né stabilizzabile. Eutanasia e suicidio (medicalmente) assistito differiscono dalla Ldc nelle intenzioni, nei mezzi e negli obiettivi.

Sebbene nel mondo occidentale i principi alla base della Ldc siano ormai condivisi in molti settori dell’attività clinica, differenti fattori (giuridici, geografici, culturali) possono influenzare nei diversi paesi le scelte di fine vita in base ai valori, alla cultura e al credo religioso dei curanti. In termini giuridici, in Italia, oltre che nella legge 219/2017, la Ldc trova un robusto corpus di argomentazioni riguardanti la sua liceità anche nelle precedenti sentenze della Cassazione e del Consiglio di Stato nei casi Welby ed Englaro.

Sotto il profilo religioso, la Ldc viene ritenuta del tutto ammissibile dal catechismo della Chiesa cattolica. Un documento, condiviso da credenti e non credenti, redatto dal Comitato scientifico del Cortile dei Gentili (Fondazione del pontificio consiglio della cultura) in collaborazione con la Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti) e la Società italiana di cure palliative (Sicp), e in linea con le raccomandazioni delle Società scientifiche e con il Cdm nel sottolineare che la limitazione dei trattamenti futili costituisce per il medico un dovere deontologico.

Le cure palliative non sono mai oggetto di sospensione, anzi devono essere intensificate nel momento in cui si pratica una desistenza terapeutica nel paziente morente. Le cure palliative – che possono sembrare un paradosso in un ambiente ipertecnologico come la terapia intensiva – dovrebbero non solo essere simultanee alle cure intensive, ma essere parte delle competenze di ogni intensivista.

Francesca Baroncelli
Anestesista rianimatore
Ospedale San Giovanni Bosco di Torino

Sergio Livigni
Direttore della Sc Anestesia rianimazione 2 dell’Ospedale San
Giovanni Bosco di Torino.

Marco Vergano
Anestesista rianimatore
Ospedale San Giovanni Bosco di Torino


Questo testo è tratto dal libro Le parole della bioetica a cura di Maria Teresa Busca e Elena Nave (Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2021). Per gentile concessione dell’editore.

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