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La consulenza etica in ambito sanitario può essere considerata come un’attività, svolta da un gruppo di lavoro formato da professionisti, tra cui un esperto di bioetica, che cerca di rispondere alle domande poste dai pazienti, dai loro familiari e dall’insieme delle persone coinvolte nell’assistenza, per quanto concerne incertezze o conflitti tra valori che emergono nella pratica clinica.

L’obiettivo della consulenza etica è contribuire al miglioramento della cura dei malati, attraverso l’identificazione, l’analisi e la risoluzione dei problemi etici. La consulenza etica è dunque una consulenza specialistica che mira a un’attenta opera di relazione e di dialogo contrassegnata da un pluralismo marcato sia nel metodo sia nei contenuti.

Il consulente di etica clinica crea le condizioni per accompagnare e facilitare i soggetti nel prendere una decisione eticamente giustificata e possibilmente condivisa.

Il consulente di etica clinica deve avere specifiche conoscenze in ambito etico, clinico e giuridico, per questo si delinea come una nuova figura professionale che necessita di una specifica formazione. Pur non essendoci un curriculum formativo standardizzato, esistono master, di orientamento sia cattolico che laico, dedicati alla consulenza etica. Per svolgere questo ruolo, non è sufficiente una formazione in bioetica, è necessaria un’adeguata e specifica preparazione per affrontare le questioni al letto del malato. Occorre formare professionisti in grado di rispondere alle situazioni di urgenza. Il consulente di etica clinica crea le condizioni per accompagnare e facilitare i soggetti nel prendere una decisione eticamente giustificata e possibilmente condivisa.

È dunque chiaro che questa attività non è priva di connotazioni morali che possono rifarsi tanto a un pensiero cattolico quanto a un pensiero laico. Come sempre nelle questioni bioetiche è in gioco il punto di vista con cui vengono affrontate. Oggi nei casi più discussi c’è il problema del fine vita, del testamento biologico e della limitazione delle cure. Quest’ultima espressione, già dopo la sentenza sul caso Englaro, vede la possibilità di intendere nutrizione e idratazione artificiale come terapia e non come cura, e questo è stato confermato dalla legge 219/2017 che, con il consenso informato posto al centro della relazione paziente-medico, consente al malato di poter rivedere le proprie decisioni anche una volta prese. Il lavoro del consulente etico ha dunque basi diverse e più solide su cui appoggiare la sua attività.

Maria Teresa Busca
Gruppo di ricerca bioetica, Università degli studi di Torino
Scuola superiore di bioetica della Consulta di bioetica onlus


Questo testo è tratto dal libro Le parole della bioetica a cura di Maria Teresa Busca e Elena Nave (Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2021). Per gentile concessione dell’editore.

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