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Termine proprio della letteratura sul consenso informato, esso indica uno dei requisiti richiesti per rendere il consenso una pratica di valore legale in un dato contesto culturale, quello occidentale, e corrisponde al bisogno di scriminare chi può essere coinvolto in questa pratica e chi no, da chi il consenso va ricercato e per chi, invece, serve individuare un vicario. L’attestazione del possesso di “competenza” conferisce il diritto di autodeterminarsi compiendo scelte volontarie e rende il consenso “efficace”.

Termine polisemico a cui è attribuita una moltitudine di significati, e dunque rispetto al quale regna una certa confusione semantica, anche dovuta all’uso interdisciplinare che del termine si fa, nella lingua italiana la sua comprensione è resa più difficoltosa dalla doppia traduzione che di norma riceve il termine inglese “competence”: in alcuni casi esso e tradotto con “capacità”, in altri con “competenza”, a volte significando la stessa cosa, a volte significando cose diverse. Nei contesti sanitari il termine “competence” significa “capacità”, il suo significato coincide con quello di “competenza”, ma la capacità a cui si fa riferimento non è la generale capacità giuridica contemplata nel Codice civile italiano, ossia l’attitudine di ogni persona fisica a essere titolare di diritti e doveri che ne fa un soggetto giuridico (art. 1 c.c.). Né è la capacità indicata dal Codice penale italiano quale prima condizione per la valutazione di imputabilità di un soggetto e di colpevolezza di un’azione (o di un’omissione), ossia la capacità di intendere e volere (art. 85 c.p.). Non è nemmeno la più generale capacità di azione umana, alla quale si riferiscono le attribuzioni morale e giuridica di responsabilità, ma un’altra, più specifica e task-oriented, richiesta nei vari setting sanitari. Se in tutti i contesti in cui il termine “capacità” è usato adeguatamente significa “abilità a eseguire un compito”, la capacità a cui qui si fa riferimento, quale requisito del consenso informato come pratica, è specificamente quella “decisionale” (decision-making capacity), definita come la capacità dei pazienti di prendere le proprie decisioni sanitarie, in particolare le decisioni di autorizzare o rifiutare trattamenti sanitari.

La competenza è quindi l’attributo individuale usato come parametro per discriminare chi è titolare del diritto di dare il consenso e chi non lo è, e che si ritiene debba quindi essere tutelato dalle possibili conseguenze nocive delle sue scelte, attribuendo a un decisore sostitutivo la facoltà di autorizzare trattamenti sanitari sul suo corpo. Si è giudicati capaci di fornire tale autorizzazione rispetto a un metro di misura di natura legale/psichiatrico, il quale determina quali siano le caratteristiche o le abilità individuali che concorrono a definire la competenza umana, caratteristiche o abilità che l’individuo sottoposto a valutazione deve dare prova di possedere. La determinazione di competenza può essere fattuale o presuntiva. La prima comprende una sorta di esame, esplicito o implicito, del paziente rispetto ad alcuni standard prestabiliti. In questo caso, affinché si possa decidere per sé, bisogna dimostrare di possedere determinate abilità individuali (alcune capacità cognitive e logiche). La seconda, invece, è una convenzione che assume le vesti di postulato morale. Essa stabilisce una norma che consente ad alcuni individui, gli adulti – e non ad altri, i minori d’età – di essere ritenuti competenti per legge, a meno che non diano prova del contrario.

La competenza è l’attributo individuale usato come parametro per discriminare chi è titolare del diritto di dare il consenso e chi non lo è, e che si ritiene debba quindi essere tutelato dalle possibili conseguenze nocive delle sue scelte.

Nella pratica clinica attuale l’applicazione del criterio presuntivo della maggiore età fa sì che ogni adulto, ove non diversamente certificato da professionisti della psichiatria, sia considerato capace di dare o negare il consenso informato fino a quando non si ravvedano ragioni per mettere in discussione la capacità che, a priori, si assume egli possieda. L’onere della prova grava, allora, su coloro che ritengono che il paziente non possieda la capacità di decidere per sé. Va menzionato il fatto che gli accertamenti in merito alla competenza del paziente avvengono quasi esclusivamente quando egli rifiuti la proposta terapeutica suggerita dal medico. In pratica la questione della competenza viene spesso sollevata quando la scelta del paziente differisce da quanto indicato dal team clinico. La capacità di coloro che accettano il consiglio medico viene raramente considerata. Ciò confligge con l’indicazione contenuta in alcuni standard per la valutazione della competenza, ossia che essa non debba dipendere dal risultato, dall’esito della decisione, e che sia mantenuto un alto livello di imparzialità.

Elena Nave
Comitato etico interaziendale, Aou Città della salute e della scienza di Torino
Ao Ordine Mauriziano – Asl Città di Torino
Consulta di bioetica onlus


Questo testo è tratto dal libro Le parole della bioetica a cura di Maria Teresa Busca e Elena Nave (Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2021). Per gentile concessione dell’editore.

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