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Con il termine “biotecnologie” si intende quel vasto gruppo di tecnologie che l’articolo 2 della “Convenzione sulla diversità biologica” delle Nazioni unite definisce come “tutte le applicazioni tecnologiche che utilizzano sistemi biologici, organismi viventi o loro derivati, per realizzare o modificare prodotti o procedimenti ad uso specifico”. Come si potrà intuire, la definizione è talmente ampia da farvi rientrare sia l’uso di batteri per la produzione di yogurt, una tecnologia molto antica e innocua, sia le tecniche di ricombinazione del dna per la produzione di organismi geneticamente modificati (Ogm), che invece suscitano qualche perplessità morale in molti.

Gli esseri umani hanno da sempre utilizzato i sistemi viventi per i loro fini. Solo però con l’avanzamento scientifico quest’uso e potuto divenire sempre più ampio e promettente. La scoperta del funzionamento della cellula, del Dna e della possibilità di ricombinarlo, hanno aperto le porte (o le apriranno) all’utilizzo di cellule staminali, alla clonazione terapeutica e riproduttiva, alla creazione di ogm e transgenici fino alla possibilità dell’embryo editing e dell’enhancement. Conoscenze che permettono e permetteranno di governare i processi biologici e medici, nonché di esercitare un controllo maggiore sull’ambiente e gli altri esseri viventi. Solo negli ultimi anni la scoperta e il perfezionamento della tecnica di manipolazione genetica CRISPR/Cas9, insieme al suo basso costo e al suo facile utilizzo, hanno prodotto infinite possibilità, accompagnate da altrettante preoccupazioni morali. Ne è un esempio il caso, rimbalzato su tutti i media, dello scienziato cinese He Jiankui che nel 2018 modifico il Dna di due embrioni, poi effettivamente nati, affinché fossero immuni all’hiv.

Spesso i problemi di bioetica delle biotecnologie vengono a coincidere con quelli della sperimentazione scientifica: esistono limiti a quello che gli scienziati possono fare? Come decidere quali sperimentazioni finanziare?

Proprio a causa di questa portata rivoluzionaria le moderne biotecnologie sollevano molti problemi morali. Per tale ragione la bioetica che si occupa di biotecnologie è detta “bioetica di frontiera”, proprio a voler sottolineare la giovinezza di questi problemi, il loro essere ancora inesplorati, ma anche il clamore e l’effetto che producono nella cultura di massa, al contrario di una “bioetica quotidiana” che invece si occupa di questioni che, se per un verso riguardano maggiormente tutti noi, trovano dall’altro meno clamore (come la relazione paziente-medico, il consenso informato, e così via). Generalmente si nota come la bioetica che si occupa di problemi biotecnologici sia peculiare in quanto, diversamente da quanto accade in altri ambiti, discute un comportamento collettivo. Mentre su aborto ed eutanasia le scelte sono pienamente individuali (ad esempio si dice che l’eutanasia deve essere una libera scelta del malato che deve poter decidere sul proprio corpo), la ricerca sulle cellule staminali, sul potenziamento e sulla clonazione è un’impresa collettiva: ci si pronuncia su cosa i ricercatori possono o non possono fare. Certamente decidere se avvalersi o no delle staminali come cura o se avere o non avere un figlio tramite clonazione sono scelte individuali; tuttavia, per poter sviluppare queste tecnologie è necessario un investimento collettivo, una ricerca scientifica mirata, diversamente da quanto avviene o è avvenuto in altri contesti. Questo è ancora più evidente per gli ogm, o le modificazioni sul genoma degli embrioni umani, il cui utilizzo ha un impatto sull’intero ambiente, sull’intera umanità e sulle generazioni future.

Per questa ragione spesso i problemi di bioetica delle biotecnologie vengono a coincidere con quelli della sperimentazione scientifica: esistono limiti a quello che gli scienziati possono fare? Come decidere quali sperimentazioni finanziare? Il punto con cui più o meno tutte le tematiche biotecnologiche devono fare i conti è la manipolabilità degli organismi viventi. Che si tratti di batteri per produrre insulina, di piante di mais resistenti ai parassiti o di esseri umani potenziati, il quesito a cui devono cercare di dare una risposta è se sia o meno possibile modificare “la natura” degli esseri viventi e, prima ancora di definire che cosa sia questa “natura” (una qualche essenza, oppure una costruzione umana), se intervenire sugli esseri viventi sia un abuso del potere che gli esseri umani hanno, se sia lecito utilizzare queste tecnologie solo per scopi medici oppure anche industriali o bellici e, infine, se sia possibile brevettare tali scoperte o se questo sia da escludere.

Matteo Cresti
Dottore di ricerca in Filosofia morale presso il consorzio di
dottorato Fi. N.O. – Università degli studi di Torino


Questo testo è tratto dal libro Le parole della bioetica a cura di Maria Teresa Busca e Elena Nave (Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2021). Per gentile concessione dell’editore.

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