Torino Compassionate City: dalla città sana alla città compassionevole
Torino sperimenta un nuovo modello di salute pubblica e partecipazione comunitaria
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Torino sperimenta un nuovo modello di salute pubblica e partecipazione comunitaria
Il 4 dicembre 2025, il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, ha presentato ufficialmente il progetto “Torino Compassionate City” durante una conferenza stampa tenutasi nella storica Sala delle Colonne di Palazzo Civico. Questa iniziativa, promossa da Fondazione Faro in collaborazione con Fondazione piemontese per la ricerca sul cancro, ha già ottenuto l’adesione di vari enti e istituzioni, tra cui la Regione Piemonte, la Compagnia di San Paolo, l’Asl Città di Torino e l’Università di Torino. Ci auguriamo che l’Ordine dei Medici ci raggiunga a breve.
Ma cosa significa realmente diventare compassionevoli? Il movimento delle compassionate cities ha preso forma nel primo decennio del nostro secolo e si è diffuso dapprima nei paesi anglosassoni, impegnando numerose città ad aderire a una Compassionate Charter. Le città che condividono il progetto, come Birmingham, Colonia o Bruges (e in Italia Reggio Emilia e Lodi) si dedicano a sviluppare programmi volti a individuare e rispondere in modo efficace alle diverse forme di fragilità esistenti nella comunità, con un occhio di riguardo per la malattia grave, il fine vita e il lutto. In sostanza, una Compassionate City si trasforma in un laboratorio di innovazione sociale, dove vengono mappate le risorse disponibili e incentivati i progetti collettivi.
Il paradigma delle cure palliative è il più adatto a pensare la cura come una responsabilità diffusa, condivisa, comunitaria.
Le radici di questi processi affondano non sempre nell’iniziativa delle amministrazioni comunali, quanto, più spesso, nelle istanze avanzate dagli enti che si occupano di cure palliative: questi ultimi hanno spinto le loro amministrazioni comunali a mettersi in gioco al loro fianco. Una semplice constatazione guida il movimento: un paziente affetto da una malattia cronica in fase avanzata trascorre il 5 per cento del suo tempo con operatori sanitari, mentre il restante 95 per cento con familiari, amici e, in ultima analisi, con la comunità. Occorre quindi coinvolgere questa comunità nella cura, in molti modi differenti. Il paradigma delle cure palliative, con la sua attenzione per gli aspetti non solo medici, ma psicologici, sociali e spirituali dell’esperienza di malattia, e con la sua presa in carico allargata anche alla famiglia del malato, è il più adatto a pensare la cura come una responsabilità diffusa, condivisa, comunitaria.
Le Compassionate Cities possono essere considerate l’evoluzione delle cosiddette healthy cities (città sane). Il programma delle healthy cities nasce, infatti, come attuazione del concetto di salute proposto dall’atto di costituzione dell’Organizzazione mondiale della sanità nel 1948 (la salute è uno “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”, non semplice assenza di malattia), che fu ripreso e approfondito dalla Carta di Ottawa nel 1986. Si trattava di un concetto di salute ampio, che includeva la possibilità per ognuno non solo di curarsi se malato, ma di soddisfare i propri bisogni e di realizzare le proprie aspirazioni, e quindi di accedere alle risorse necessarie per adattarsi all’ambiente sociale e naturale.
Questa visione si è mostrata negli anni terreno fertile per lo sviluppo di un movimento di pensiero che ha cercato di trarre le logiche conclusioni che discendevano da quella definizione: se si vuole tutelare la salute delle persone, occorre migliorare l’ambiente nel quale vivono. Il modello delle healthy cities si fonda anche sull’idea che la città sia la realtà più appropriata per gli approcci strategici alle politiche sanitarie: le città rappresentano infatti il livello politico e amministrativo più vicino alle persone, capace quindi di stimolare la partecipazione e la cooperazione tra settori diversi. Le healthy cities si basano quindi su tre principi fondamentali: primo, la salute è un concetto positivo, che va oltre la semplice assenza di malattia; secondo, la salute è olistica, dipendente dalla qualità dell’ambiente fisico, sociale, economico e spirituale; e infine, le ineguaglianze nella distribuzione delle risorse sono un elemento cruciale da affrontare.
Su queste basi, il modello delle compassionate cities arricchisce l’approccio delle healthy cities introducendo una particolare attenzione alla dimensione della cura in tutte le fasi della vita, fino ai suoi momenti finali. Le città che intendono divenire “compassionevoli” riconoscono che all’intersezione con l’esperienza della malattia e della morte esistono, e talvolta si producono, altre forme di fragilità che non possono essere ignorate. Definite come “approcci di ecologia sociale”, le compassionate cities cercano di mobilitare diverse realtà locali per normalizzare e migliorare le esperienze di cura, supporto e solidarietà.
Il modello delle compassionate cities non intende delegare ulteriormente il lavoro di assistenza alle famiglie, né gravare ancora sulle donne.
Questo modello non intende delegare ulteriormente il lavoro di assistenza alle famiglie, rischiando di gravare sulle donne, come già purtroppo accade. Al contrario, punta a riscrivere il concetto di comunità e cura, creando un ambiente in cui ogni cittadino possa sapere a chi rivolgersi in momenti di fragilità, con la fiducia di trovare servizi adeguati, supporto e sostegno.
Per rendere questo obiettivo realtà, è essenziale costruire un modello pratico che definisca chiaramente cosa si intende per “comunità”. Infatti, il termine può prestarsi a interpretazioni vaghe e astratte, assimilabili a “società” o “collettività”, vanificando l’essenza concreta del progetto “Torino Compassionate Cities”. È importante specificare che la comunità è composta da reti specifiche – come scuole, luoghi di lavoro, aziende sanitarie, abitazioni e quartieri, sindacati, istituzioni culturali, associazioni e servizi di assistenza per anziani, migranti, disabili e per chi affronta esperienze di lutto e fine vita – che possono condividere in modo tangibile il peso della cura. Affinché queste reti di solidarietà possano svolgere attivamente il loro ruolo, devono essere formate e preparate a fornire supporto concreto. Questo significa sviluppare competenze condivise per riconoscere e rispondere alle necessità di chi è in difficoltà.
Le esperienze di altre città che hanno già implementato il modello delle compassionate cities mostrano chiaramente che l’attenzione alla prevenzione, alla riduzione del danno e all’intervento precoce può migliorare significativamente la qualità della vita e, quando necessario, anche quella della morte. Non mancano esiti più specificamente sanitari, come il riconoscimento precoce e il trattamento più efficace del dolore e della sofferenza, la prevenzione dei ricoveri o dei passaggi in pronto soccorso non necessari, o la possibilità di migliorare l’accesso a risorse del territorio che riducano l’affollamento degli ambulatori dei medici di medicina generale. Queste città testimoniano come il supporto orchestrato da reti solidali influisca positivamente sulle esperienze di cura, dimostrando che la salute pubblica non è solo affare degli ospedali, ma responsabilità condivisa che coinvolge attivamente la comunità, creando un ciclo virtuoso di aiuto e attenzione. Torino, in questo contesto, si propone di diventare un modello esemplare di come le compassionate cities possano costruire un futuro in cui la cura è al centro della vita comunitaria, ripensando la salute come un bene collettivo e un diritto di tutti.
La salute pubblica non è solo affare degli ospedali, ma una responsabilità condivisa che coinvolge attivamente la comunità.
In sintesi, il progetto “Torino Compassionate City” non è solo un ambizioso esperimento sociale, ma una speranza concreta per un sistema di assistenza che metta al centro il valore delle relazioni umane e la consapevolezza della fragilità. Attraverso la creazione di reti di solidarietà attive e preparate, Torino si pone come paladina di un nuovo modo di concepire il benessere, in cui ciascuno è parte integrante di un tessuto sociale che supporta, accoglie e valorizza ogni individuo.
Marina Sozzi
Responsabile Ufficio culturale
Fondazione Faro


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