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Nel suo più recente rapporto, relativo al 2022, la Safeguarding Health in Conflict Coalition (Shcc) [1] ha documentato globalmente 1989 episodi di attacchi a personale o strutture sanitarie o di impedimento dell’assistenza sanitaria nei conflitti in 32 Paesi e territori. Queste aggressioni sono aumentate del 45 per cento rispetto al 2021 e hanno segnato il più alto numero annuale di incidenti che la Shcc ha registrato da quando ha iniziato il monitoraggio. I tre Paesi più colpiti sono: l’Ucraina con 781 attacchi avvenuti dopo l’invasione russa, il Myanmar dopo il golpe militare con 271 attacchi, a seguire i Territori palestinesi occupati da Israele, con 171 attacchi nel 2022.

Tipicamente gli attacchi alle strutture sanitarie si verificano in territori che soffrono già per la presenza di un conflitto e del conseguente flusso migratorio, e per problemi di approvvigionamento alimentare e di altri beni di prima necessità. Ad esempio nel 2022 in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, un totale di 953 case e aziende palestinesi sono state demolite, il numero più elevato dal 2016. Queste demolizioni hanno causato lo sfollamento di più di un migliaio di persone. Sempre secondo i dati di Shcc, nel 2022 in Cisgiordania 151 palestinesi sono stati uccisi, il numero più alto da quando le Nazioni Unite hanno iniziato il monitoraggio nel 2005, un aumento del 94 per cento rispetto all’anno precedente. Questa impennata di violenza si è verificata dopo l’estensione degli insediamenti israeliani illegali in tutta la Cisgiordania. Nel 2022, dieci israeliani (cinque coloni, una guardia di insediamento e quattro membri delle forze di sicurezza israeliane) sono stati uccisi da palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Tipicamente gli attacchi alle strutture sanitarie si verificano in territori che soffrono già per la presenza di un conflitto, del conseguente flusso migratorio e per problemi di approvvigionamento alimentare e di altri beni di prima necessità.

A Gaza, la protezione dei civili disattesa

Gli attacchi terroristici del 7 ottobre 2023 hanno provocato un’ulteriore escalation del conflitto che si sta avvitando in una spirale di inaudita ferocia. Da un lato, gli attacchi terroristici e la presa di ostaggi da parte dei fondamentalisti islamici di Hamas sono da condannare con assoluta fermezza. E dall’altro, la reazione militare israeliana vìola apertamente le leggi internazionali umanitarie e va fermata al più presto. Tra le violazioni più gravi sono da annoverare l’interruzione della fornitura di acqua, alimenti ed elettricità all’intera popolazione di Gaza, il bombardamento indiscriminato delle abitazioni e delle infrastrutture della vita civile, comprese le strutture sanitarie.

Le strutture sanitarie, i feriti, i malati, il personale e le ambulanze godono di una protezione speciale. Se però le strutture sanitarie vengono utilizzate per scopi militari, causando un danno al nemico, potrebbe venire meno questa specifica protezione; è tuttavia bene sapere che in caso di incertezza la protezione va mantenuta [2]. Anche se l’ipotesi di utilizzo militare delle strutture sanitarie e di scudi umani da parte di Hamas fosse confermata, questo non permetterebbe comunque a Israele di ignorare il principio di proporzionalità e l’obbligo della protezione dei civili. Al contrario. Proprio perché gli scudi umani non potrebbero mettersi in salvo anche se volessero, va applicata una particolare prudenza alle azioni militari. Se invece “la forza attaccante infligge danni sproporzionati agli scudi umani (…), sia la forza di difesa [per l’uso degli scudi] sia quella di attacco, violano i diritti dei civili” [3].

Chi mette al centro dei propri ragionamenti e del proprio agire i diritti umani universali, tra cui quelli alla salute, non deve stancarsi mai di riaffermare questo principio.

La guerra come crimine

Nulla può giustificare la violazione del diritto internazionale umanitario, neppure la trasgressione di questi principi da parte del proprio avversario. Chi mette al centro dei propri ragionamenti e del proprio agire i diritti umani universali, tra cui quelli alla salute, non deve stancarsi mai di riaffermare questo principio. Accettare la trasgressione di questo principio, per esempio esprimendo solidarietà incondizionata a Israele o definendo lotta di liberazione il terrorismo di Hamas e della Jihad islamica, equivale a promuovere la barbarie.

Nelle guerre vengono commessi dei crimini, ma la situazione a Gaza conferma anche che la guerra stessa è da considerare un crimine, dato che è impossibile condurla rispettando i criteri e i principi stabiliti dalle leggi internazionali umanitarie. Questo vale per tutte le guerre moderne, come viene ribadito anche nella Dichiarazione delle società scientifiche di area sanitaria a favore della pace [4]. Dal punto di vista delle conseguenze sanitarie è difficile tenere distinti atti di guerra da quelli del terrorismo: divergono per attori, motivazioni, entità ma entrambi rappresentano forme di violenza esercitata per motivi politici, colpiscono prevalentemente la popolazione civile e provocano reazioni di paura collettiva. Il nostro compito professionale e deontologico è prevenire e contrastare entrambe queste forme di violenza e promuovere la pace, il disarmo e la ricerca di soluzioni diplomatiche e non violente che affrontino efficacemente le cause alla base dei conflitti [5].

Nelle guerre vengono commessi dei crimini, ma la situazione a Gaza conferma anche che la guerra stessa è da considerare un crimine.

Un’arma esplosiva contro i diritti umani

La situazione a Gaza rappresenta una drammatica conferma di queste conclusioni. “In meno di due mesi, il numero di donne e bambini uccisi a Gaza risulta più del doppio di quello registrato in Ucraina dopo due anni di guerra”, si legge sul New York Times. In questo caso la particolare gravità degli effetti della guerra è dovuta non solo al bombardamento di un’area densamente popolata in sé, ma anche all’uso disinvolto di ordigni talmente potenti da lasciare interdetto persino un ex analista del Pentagono che afferma: “È una cosa che va al di là di tutto ciò che ho visto nella mia carriera” [6].

A Dublino, nel 2022, complessivamente 83 Stati, tra cui l’Italia, hanno firmato una dichiarazione a favore del rafforzamento della protezione della popolazione civile dalle conseguenze umanitarie dell’utilizzo di armi esplosive in aree popolate [7]. Tra gli Stati che non hanno aderito si trovano, lo avrete indovinato, Russia e Israele. Sta ora ai Paesi firmatari, ricordano gli iniziatori dell’iniziativa a proposito della guerra in Medio Oriente, agire secondo l’impegno preso e “sostenere l’appello a fermare l’uso di armi esplosive pesanti nelle aree popolate” [8]. Se questa è la prima volta che leggete dell’esistenza di tale dichiarazione significa che l’Italia per ora non sta onorando gli accordi presi.

Pirous Fateh-Moghadam
Responsabile Osservatorio epidemiologico
Dipartimento di prevenzione
Azienda provinciale per i servizi sanitari Provincia autonoma Trento

Bibliografia

1. Safeguarding health in conflict coalition. Ignoring red lines. Violence Against Health Care in Con­ict – 2022.
2. International committee of the Red Cross. The protection of hospitals during armed conflicts: What the law says. Ircr.org, 2 novembre 2023.
3. Adil Ahmad Haque, Human Shields, in Oxford Handbook of Ethics of War, 2018, p. 391.
4. Appello dell’Associazione italiana di epidemiologia, Epidemiologia & Prevenzione. Il diritto universale alla salute richiede la pace e rifiuta la guerra.
5. Per maggiori dettagli: Fateh-Moghadam P. Guerra o salute. Dalle evidenze scientifiche alla promozione della pace. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2023.
6. Leatherby L. Gaza civilians, under Israeli barrage, are being killed at historic pace. The New York Times, 25 novembre 2023.
7. Political Declaration on Ewipa. Ewipa Dublin Conference 2022.
8. Open letter to states that have endorsed the Political Declaration. Inew, 26 ottobre 2023.


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