Social media, adolescenti. Corpi esposti, emozioni nascoste
Dalla ricerca di sé alla ricerca di un interlocutore: Laura Dalla Ragione
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Dalla ricerca di sé alla ricerca di un interlocutore: Laura Dalla Ragione
All’incontro al Salone del Libro di Torino, Laura Dalla Ragione ha proposto una riflessione sul disagio adolescenziale contemporaneo, soffermandosi in particolare sul rapporto tra social media, immagine corporea, disturbi alimentari e sofferenza psicologica. A partire dalla propria esperienza clinica, analizza il bisogno di riconoscimento che caratterizza la crescita, il ruolo della vergogna nella costruzione dell’identità e le conseguenze di un progressivo impoverimento delle relazioni e del linguaggio, indicando nella responsabilità condivisa degli adulti e nella ricostruzione dei legami sociali una delle principali sfide educative del nostro tempo.
Ci siamo a lungo interrogati sugli effetti dei social media e delle nuove tecnologie sulla salute mentale degli adolescenti. È una domanda inevitabile, soprattutto di fronte all’aumento dei disturbi alimentari, dell’autolesionismo, del ritiro sociale e più in generale della sofferenza psicologica che osserviamo nei servizi. Tuttavia, se vogliamo comprendere davvero ciò che sta accadendo, dobbiamo evitare una lettura semplicistica. I social network hanno certamente modificato il modo di pensare, comunicare e rappresentarsi delle nuove generazioni, ma non sono la causa unica del disagio. Semmai ne rappresentano uno specchio, un amplificatore e, in alcuni casi, un acceleratore.
Per comprendere il malessere degli adolescenti occorre partire da una domanda diversa: perché tanti ragazzi soffrono e perché spesso non trovano interlocutori ai quali affidare questa sofferenza? Una recente indagine condotta su migliaia di adolescenti ha evidenziato un dato particolarmente significativo. Alla domanda su chi si rivolgerebbero in caso di difficoltà, moltissimi ragazzi hanno risposto di non saperlo. È un dato che dovrebbe interrogare profondamente il mondo degli adulti. Prima ancora di chiederci che cosa accade nelle piattaforme digitali, dovremmo domandarci che cosa accade nelle fam
Social fame e i disturbi dell’alimentazione
I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono malattie gravi, dall’esito spesso infausto: rappresentano la prima causa di morte tra le patologie psichiatriche. Oltre alle complicanze internistiche, la causa di decesso più frequente è il suicidio. È difficile accettare che qualcuno possa deliberatamente diffondere, tra adolescenti che chattano o navigano in rete, modelli e contenuti capaci di alimentare questi disturbi con conseguenze così devastanti.
Secondo i dati del Ministero della salute sono più di tre milioni gli italiani che convivono con un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione, seconda causa di morte tra i 12 e i 17 anni dopo gli incidenti stradali. La pandemia ha agito da acceleratore: nel nostro Paese si stima un incremento dei casi tra il 30 e il 35 per cento, con un abbassamento significativo dell’età di insorgenza. Bambini di 8-9 anni presentano oggi sintomi tipici dell’anoressia, un disturbo fino a poco fa estraneo alla fascia infantile.
Queste forme di disagio incarnano gli imperativi della società postmoderna, che interpella gli individui attraverso consumo e immagine. Per ogni 100 ragazze adolescenti, circa 10 soffrono di qualche disturbo alimentare e 1-2 nelle forme più gravi. Crescono anche i pazienti maschili, che nella fascia 12-17 anni rappresentano circa il 20 per cento dei casi. Una quota che aumenta al diminuire dell’età e che resta spesso sottodiagnosticata, perché i pediatri faticano a riconoscerne i segnali. In generale, l’età di insorgenza di tutti i disturbi si è spostata intorno ai 14-15 anni, con casi che emergono già a 10-11.
I ragazzi continuano ad avere bisogni molto simili a quelli delle generazioni precedenti. Hanno bisogno di essere riconosciuti, ascoltati, desiderati, amati. Hanno bisogno di sentirsi visti. Questa parola ritorna spesso nelle storie che ascolto ogni giorno. Molti adolescenti raccontano di non essersi mai sentiti veramente visti. Non significa necessariamente che siano stati trascurati o che siano cresciuti in contesti privi di affetto. Significa piuttosto che non si sono sentiti riconosciuti per ciò che sono realmente. Hanno percepito aspettative, progetti, desideri formulati da altri, ma non sempre hanno incontrato uno sguardo capace di accoglierli nella loro unicità.
Essere visti non garantisce la felicità. Nessuno sguardo può eliminare la fatica del vivere. Ma quello sguardo costituisce una risorsa fondamentale per affrontarla. È ciò che permette a una persona di sentirsi degna di esistere, di trovare un posto nel mondo e di attraversare le inevitabili difficoltà della crescita senza percepirsi sbagliata.
Nella sofferenza adolescenziale contemporanea emerge con particolare forza il tema della vergogna. È un’emozione spesso trascurata, ma estremamente potente. Molti ragazzi non desiderano tanto essere belli, quanto evitare di sentirsi brutti. E il termine “brutto” non riguarda soltanto l’aspetto fisico. Significa sentirsi inadeguati, non all’altezza, non amabili. Significa avere paura di non meritare attenzione, affetto o riconoscimento.
Questa dimensione appare particolarmente evidente nei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Il corpo, che dovrebbe rappresentare il luogo dell’abitare e della relazione con il mondo, diventa frequentemente oggetto di giudizio, controllo e rifiuto. L’immagine corporea assume un peso crescente nella costruzione dell’identità e viene costantemente confrontata con modelli che appaiono sempre più lontani dalla realtà.
Le piattaforme digitali svolgono un ruolo importante in questo processo. I due contenuti più diffusi e condivisi riguardano il cibo e l’immagine corporea. Da una parte assistiamo a una continua esposizione a contenuti alimentari di ogni tipo; dall’altra a una proliferazione di immagini idealizzate, filtrate, ritoccate o addirittura generate artificialmente. Gli adolescenti si confrontano quotidianamente con rappresentazioni che non corrispondono alla realtà e che contribuiscono a rafforzare sentimenti di inadeguatezza.
In alcuni casi si arriva a una vera e propria separazione tra il sé reale e il sé rappresentato. Molti ragazzi costruiscono online un’immagine di sé più accettabile, più sicura, più conforme agli standard richiesti. Paradossalmente, quanto più questa immagine si allontana dalla realtà, tanto più diventa difficile mostrarsi per ciò che si è realmente. Fenomeni come il ritiro sociale e l’isolamento volontario trovano terreno fertile anche in questa distanza crescente tra identità vissuta e identità esibita.
Tuttavia ritengo che il problema più profondo non riguardi soltanto l’immagine corporea o la costruzione dell’identità digitale. Riguarda il linguaggio. È forse questo il danno più rilevante che le piattaforme social hanno prodotto negli ultimi anni e che rischiamo di sottovalutare. Hannah Arendt ricordava che, alla fine, ciò che resta di ciascuno di noi è la lingua. Le parole non sono semplicemente uno strumento di comunicazione: rappresentano la nostra casa, il luogo nel quale prendono forma il pensiero, l’identità e la capacità di comprendere il mondo. In questo senso siamo fatti di parole.
Oggi assistiamo invece a un progressivo impoverimento del linguaggio. Si legge meno, si frequentano meno i libri e i giornali, mentre una parte crescente delle informazioni viene acquisita attraverso contenuti rapidi, frammentati e semplificati. Il repertorio linguistico di molti adolescenti si è ridotto e con esso si è ridotta anche la possibilità di nominare le emozioni, descrivere le esperienze e attribuire significato a ciò che si vive.
Questo aspetto è particolarmente importante perché le parole non rappresentano soltanto il mezzo attraverso cui esprimiamo il pensiero: ne costituiscono il fondamento. Pensiamo attraverso le parole che possediamo. Se il linguaggio si impoverisce, si impoverisce anche la capacità di elaborare la complessità, di interpretare il disagio e di costruire narrazioni di sé. A mio avviso, questa fragilità linguistica e culturale rappresenta uno dei fattori che rendono oggi molti ragazzi più esposti alla sofferenza psicologica. Non perché esista un rapporto diretto e automatico tra social media e disturbi mentali, ma perché la riduzione degli strumenti interpretativi rende più difficile comprendere se stessi e affrontare le inevitabili difficoltà della crescita.
Quale la priorità oggi? Non credo che la risposta possa consistere esclusivamente nel limitare o proibire l’uso delle tecnologie. La proibizione, da sola, non ha mai rappresentato una strategia efficace. L’educazione digitale dovrebbe entrare stabilmente nella scuola come competenza fondamentale. I ragazzi, pur essendo “nativi digitali”, spesso non possiedono gli strumenti per orientarsi tra contenuti falsi, relazioni virtuali e rischi emotivi della rete. Per questo è necessario accompagnarli – insieme alle famiglie – verso un uso più consapevole dei social e del mondo “onlife”, dove reale e virtuale si intrecciano continuamente. Dobbiamo scendere a patti con i cambiamenti, comprenderli e affrontarli per “il benessere dei giovani come leva del futuro”.
È necessario costruire alternative. Occorre offrire ai bambini e agli adolescenti occasioni concrete di esperienza, relazione e scoperta. Abbiamo bisogno di restituire valore ai luoghi dell’incontro, al gioco, allo sport, alla lettura, alla musica, al contatto con la natura, alle attività creative. Abbiamo bisogno di ricostruire comunità educanti capaci di accompagnare la crescita e di offrire spazi nei quali sia possibile sperimentare relazioni autentiche.
Questa responsabilità riguarda tutti. Non soltanto le famiglie, non soltanto la scuola, non soltanto i servizi sanitari. Riguarda l’intera comunità adulta. Anche noi siamo immersi nello stesso ecosistema digitale che proponiamo ai ragazzi. Per questo ogni riflessione sugli adolescenti richiede inevitabilmente una riflessione sugli adulti.
La sfida che abbiamo davanti non consiste nel demonizzare la tecnologia, ma nel ricostruire condizioni che consentano ai giovani di sviluppare strumenti interiori adeguati per abitare il presente. Se vogliamo contrastare la diffusione della sofferenza psicologica, dobbiamo tornare a investire nelle relazioni, nelle parole e nella capacità di riconoscere l’altro. È da lì che nasce la possibilità di costruire percorsi di crescita più solidi e più liberi.
Laura Dalla Ragione
Psichiatra e psicoterapeuta
Laura Dalla Ragione è psichiatra e psicoterapeuta, fondatrice e direttrice della Rete per i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione della Usl Umbria 1 e direttrice del Numero verde nazionale per i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione dell’Istituto superiore di sanità.
Nota bibliografica
Nel libro Attacco al corpo. Ferite e mutamenti in adolescenza Laura Dalla Ragione e Renata Laura Dalla Ragione e Renata Nacinovich affrontano con rigore scientifico e approccio multidisciplinare la complessità dei disturbi alimentari e le nuove manifestazioni del disagio giovanile. L’espressione “attacco al corpo” descrive un fenomeno che si manifesta attraverso autolesionismo, disturbi alimentari, dismorfofobia e ritiro sociale. In questo contesto, il corpo cessa di essere una mera entità biologica per diventare uno spazio identitario, relazionale e di espressione della sofferenza, trasformandosi nello strumento per comunicare esperienze altrimenti difficili da verbalizzare. Questa dinamica emerge con forza in adolescenza, una fase in cui i cambiamenti fisici incidono profondamente sulla costruzione del sé. Richiamando il concetto di embodied cognition, il libro sottolinea l’unità inscindibile tra la dimensione corporea e quella psichica. Un ruolo cruciale in questa evoluzione è giocato dall’ambiente digitale. Le piattaforme social promuovono costantemente modelli corporei idealizzati, alimentando una crescente distanza tra il corpo reale e l’immagine mentale, fino a produrre una vera e propria condizione di “esilio del corpo”.
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