Rivolgere lo sguardo: tecnologie di genere tra emancipazione e controllo
Intervista a Laura Tripaldi sul legame tra tecnologia, cultura e identità femminile
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Intervista a Laura Tripaldi sul legame tra tecnologia, cultura e identità femminile
Esistono delle tecnologie biomediche che si sono sviluppate intorno al corpo delle donne e alla loro salute riproduttiva e sessuale. Se da un lato hanno aperto le porte all’autonomia e all’emancipazione, dall’altro hanno portato alla luce aspetti controversi. Laura Tripaldi, scienziata e scrittrice, nel suo nuovo libro Gender Tech: Come la tecnologia controlla i corpi delle donne esplora la complessità di queste tecnologie a partire dalle storie della loro origine. Abbiamo intervistato l’autrice per capire meglio il ruolo che hanno avuto e hanno oggi le tecnologie di genere.
Le tecnologie di genere di cui parlo nel mio libro sono tutte tecnologie riproduttive, che hanno a che fare con la sessualità delle donne. Limitarsi a questo però sarebbe riduttivo, perché queste tecnologie non si limitano solo a intervenire sul corpo a fini riproduttivi, ma arrivano a modificare la nostra identità, trasformando in modo profondo il significato della femminilità e in un certo senso fornendo una risposta alla domanda: “Che cos’è una donna”. In questo senso le tecnologie di genere sono anche strumenti epistemologici, sono sguardi proiettati sull’interiorità del corpo per rivelarne la natura – pensiamo allo speculum ginecologico, o all’ecografia. Questi sguardi possono apparirci sempre oggettivi, ma non si limitano ad osservare una realtà precostituita. Spesso finiscono per costruirla, per materializzare il corpo così come lo conosciamo. La conseguenza è che questi strumenti epistemologici diventano immancabilmente anche strumenti di potere.
Una delle questioni centrali del femminismo è il fondamento biologico della differenza sessuale: una donna è definita dalla biologia del corpo, oppure è solo il risultato delle convenzioni della società in cui vive? Questa è una domanda solo apparentemente semplice. La biologia del corpo non è una verità a-storica e universale, separata dalla società: il modo in cui concettualizziamo, rappresentiamo, e modifichiamo il corpo biologico è già pregno di preconcetti culturali e di filtri politici. Pensiamo alla pillola contraccettiva, alla prassi dell’emorragia da sospensione introdotta fin dagli albori di questa tecnologia. Sappiamo oggi che indurre l’emorragia da sospensione durante l’assunzione della pillola non comporta alcun beneficio per le donne. Eppure, continuiamo a farlo con il solo scopo di simulare e replicare la nostra idea di come un corpo naturale dovrebbe comportarsi. La tecnologia ricostruisce continuamente la natura attraverso la lente delle aspettative della società che la produce.
Non si tratta di negare l’importanza dell’ecografia, o di altre tecnologie, per la salute, ma di provare a guardarle sotto una luce più critica per capire cosa possono insegnarci sul rapporto della nostra cultura con il corpo in generale e con il corpo delle donne in particolare. L’ecografia è stata la prima tecnologia che ci ha permesso di osservare il feto direttamente all’interno del grembo. Questa tecnologia si inserisce in una lunga genealogia di sguardi che nel corso della storia della medicina sono stati rivolti al feto e che hanno effettivamente contribuito a costruirlo come un individuo (materialmente ed eticamente) separato dal corpo della donna. Le prima raffigurazioni realistiche del feto nei suoi diversi stadi di sviluppo risalgono al 1799. Prima di allora, non c’era alcun interesse a rappresentare il feto come un oggetto scientifico: la gravidanza era una questione privata, e non si riteneva che il feto prima della nascita dovesse diventare un’immagine pubblica. Gradualmente, con la rappresentazione scientifica del feto è emersa anche l’idea del feto come simbolo della sacralità della vita, un’idea che le immagini prodotte dall’ecografia hanno contribuito a rafforzare. Queste immagini sono state spesso strumentalizzate dai movimenti anti-abortisti e ancora oggi in molti contesti vengono utilizzate per cercare di convincere le donne a rinunciare all’aborto.
Le tecnologie, non solo quelle di genere, possono senza dubbio trascendere le intenzioni di chi le ha costruite, nel bene e nel male. Il primo passo per un’autentica riappropriazione delle tecnologie è la conoscenza delle loro storie, in modo che le dinamiche oppressive e violente che le hanno caratterizzate non possano ripetersi.
Una delle poche storie a lieto fine che racconto nel mio libro è quella del test di gravidanza. Da tecnologia controllata esclusivamente dagli uomini, negli anni ‘70, grazie all’inventiva della designer statunitense Margaret Crane, il test di gravidanza si trasforma in un prezioso strumento di conoscenza nella vita privata delle donne. Diverse delle tecnologie di genere che sono state sviluppate nel Novecento in circostanze eticamente ambigue sono state riappropriate dalle donne: pensiamo a come lo speculum ginecologico, sperimentato per la prima volta sulle donne nere schiavizzate nelle piantagioni del sud degli Stati Uniti, sia stato utilizzato dai movimenti di autocoscienza femminista degli anni ‘70 come strumento per acquisire consapevolezza del proprio corpo in modo autonomo. Bisogna, però, anche essere caute davanti alla retorica della riappropriazione. In questi anni, abbiamo assistito alla proliferazione di strumenti digitali, come le app di period tracking, che, dietro a una veste di empowerment femminista, hanno tratto profitto dalla raccolta e dalla vendita dei dati sensibili delle donne. Le tecnologie, non solo quelle di genere, possono senza dubbio trascendere le intenzioni di chi le ha costruite, nel bene e nel male. Il primo passo per un’autentica riappropriazione delle tecnologie è la conoscenza delle loro storie, in modo che le dinamiche oppressive e violente che le hanno caratterizzate non possano ripetersi.
Il test di gravidanza | Nel 1967, Margaret Crane aveva 26 anni quando cominciò a collaborare come designer di cosmetici con la sezione statunitense dell’azienda farmaceutica olandese Organon che, come ho raccontato nel capitolo precedente a proposito della genesi della pillola anticoncezionale, aveva fatto fortuna negli anni ’30 grazie alla commercializzazione di estrogeni estratti dall’urina di cavallo. Durante una visita al laboratorio, notò una fila di provette piene di un liquido rossastro sospese sopra uno specchio inclinato. Si trattava, le dissero i colleghi di un test di gravidanza: se le sostanze nella provetta fossero state mescolate con l’urina di una donna incinta, sul fondo del contenitore si sarebbe formato, nell’arco di un paio d’ore, un cerchio di colore rosso scuro, che si sarebbe riflesso nello specchio permettendo facilmente la lettura del risultato Crane penso che un test così semplice avrebbe potuto essere eseguito direttamente dalle donne, nella riservatezza delle loro case, senza bisogno che se ne occupassero dei medici in laboratorio. Quando propose l’idea ai suoi superiori, però. tutti risposero che il prodotto che lei immaginava sarebbe stato invendibile; che i medici, vedendosi sottratta la loro autorità, l’avrebbero ostacolato in tutti i modi; e che, vendendo un oggetto del genere, l’azienda avrebbe corso il rischio di essere coinvolta in gravissimi scandali. “Cosa succederebbe alla reputazione dell’azienda”, le chiese uno dei suoi capi, “se la figlia di un senatore, non sposata, scoprisse di essere incinta e si buttasse giù da un ponte?” Qualche mese più tardi, però, qualcuno aveva suggerito l’idea della giovane designer ai manager olandesi, che, entusiasti dell’idea, chiesero ai colleghi americani di iniziare a progettare alcuni prototipi.
Tratto da: Laura Tripaldi, Gender Tech: Come la tecnologia controlla i corpi delle donne.
Il punto di vista di Chiara Saraceno, sociologa e filosofa
Il dovere di proteggere i civili, gli operatori e gli ospedali: Pirous Fateh-Moghadam
Il punto di vista di Ilenya Goss, teologa valdese
