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Le cure primarie pediatriche devono evolvere per rispondere ai nuovi bisogni di salute dell’infanzia e dell’adolescenza. Dalla presa in carico della popolazione pediatrica all’integrazione tra servizi sanitari, sociali ed educativi, la proposta dell’Associazione culturale pediatri (Acp) punta a costruire una rete territoriale più equa, multiprofessionale, orientata ai bisogni dei bambini, adolescenti e famiglie e ai diritti delle nuove generazioni. Ne parliamo con Stefania Manetti, presidente dell’Acp e componente gruppo di lavoro Acp “Riorganizzazione delle cure primarie pediatriche”

Nota: in questo testo si adotta il maschile sovraesteso (es. “il bambino”). Tale scelta non ha intento discriminatorio ma risponde a criteri di concisione, intendendosi riferita indistintamente a soggetti di genere sia maschile che femminile.

La riorganizzazione dell’assistenza territoriale è oggi una delle principali sfide per il Servizio sanitario nazionale. Perché è necessario ripensare anche le cure primarie pediatriche?

Le cure primarie pediatriche rappresentano da sempre uno dei punti di forza del nostro Servizio sanitario nazionale, ma oggi il contesto è profondamente cambiato. I bisogni di salute di bambini, bambine, adolescenti e delle loro famiglie sono diventati più complessi e il modello organizzativo attuale non appare più pienamente adeguato a rispondervi. La frammentazione dei servizi, la limitata integrazione tra territorio e ospedale e la scarsa connessione tra ambito sanitario, sociale e educativo rischiano di generare disuguaglianze, inappropriatezza e difficoltà di accesso, soprattutto nelle situazioni di maggiore vulnerabilità. Proprio da questa riflessione nasce la nostra proposta elaborata dal gruppo di lavoro “Riorganizzazione delle cure primarie pediatriche” a partire dall’esperienza concreta dei professionisti che operano nei diversi contesti territoriali italiani. Il punto di partenza è la consapevolezza che non sia sufficiente modificare alcuni aspetti organizzativi: occorre un cambiamento più profondo, che riguardi il modo stesso di concepire la presa in carico dell’età evolutiva.

Il rapporto fiduciario tra pediatra, bambino e famiglia resta un elemento fondante della pediatria territoriale italiana. La novità consiste nel collocare questo rapporto all’interno di una rete più ampia, integrata e multiprofessionale, in grado di rispondere in modo più efficace ai bisogni della popolazione pediatrica.

Nel documento che avete elaborato si parla di un vero e proprio cambio di paradigma. In cosa consiste?

La proposta si fonda sul passaggio da un sistema prevalentemente orientato all’erogazione di prestazioni a un sistema centrato sui bisogni di salute e sui diritti di bambini, bambine, adolescenti e delle loro famiglie. Il riferimento culturale e scientifico è il nurturing care framework dell’Organizzazione mondiale della sanità, che promuove una visione integrata dello sviluppo e del benessere dell’infanzia. L’obiettivo è costruire un sistema capace di accompagnare la crescita dei bambini e dei ragazzi in tutte le sue dimensioni.

Quale ruolo assume il pediatra di libera scelta in questo nuovo modello?

La proposta riconosce pienamente il valore del pediatra di libera scelta, che rappresenta una peculiarità e una risorsa importante del nostro Servizio sanitario nazionale. Il rapporto fiduciario tra pediatra, bambino e famiglia resta un elemento fondante della pediatria territoriale italiana. La novità consiste nel collocare questo rapporto all’interno di una rete più ampia, integrata e multiprofessionale, in grado di rispondere in modo più efficace ai bisogni della popolazione pediatrica.

Uno degli aspetti più innovativi è il passaggio dalla presa in carico del singolo paziente a quella di una popolazione pediatrica. Cosa significa concretamente?

Significa considerare la pediatria delle cure primarie non solo come il luogo in cui si risponde a una domanda clinica individuale, ma come un sistema di salute pubblica territoriale responsabile della salute di una popolazione definita di bambini e adolescenti tra 0 e 18 anni. Questo approccio permette di programmare interventi sulla base dei bisogni reali, di misurare gli esiti di salute e di orientare le risorse in modo più appropriato, con una maggiore attenzione alla prevenzione, alla promozione della salute e alla riduzione delle disuguaglianze.

La vostra proposta si richiama ai i principi del DM 77/2022, declinandoli sulle specificità dell’età evolutiva. Come si articola concretamente questa nuova architettura dei servizi?

Il DM 77 rappresenta un riferimento importante per la riorganizzazione dell’assistenza territoriale. Tuttavia, le specificità dell’età evolutiva risultano ancora poco considerate nei modelli attualmente previsti. La nostra proposta cerca di interpretare i principi del decreto alla luce dei bisogni peculiari dell’infanzia e dell’adolescenza, individuando percorsi e strutture organizzative capaci di rispondere in modo appropriato a questa fascia di popolazione. L’architettura dei servizi che proponiamo per le cure primarie pediatriche prevede tre livelli progressivi e tra loro integrati per condividere responsabilità assistenziali, organizzative e di salute pubblica. Il primo livello è la Pediatria di Gruppo Integrata, costituita da un’équipe multiprofessionale composta dal pediatra di famiglia, dall’infermiere di famiglia con competenze pediatriche e da una segreteria clinica dedicata. In un territorio con una popolazione 0-18 anni di 6.000-7.500 unità: il modello prevede 6-7 pediatri di famiglia, 4-6 infermieri di famiglia di area pediatrica, 3-5 segretarie. In questo contesto vengono condivise responsabilità assistenziali, organizzative e di salute pubblica.Il secondo livello è lo Spoke pediatrico quale luogo dell’integrazione clinica e organizzativa. Qui trovano spazio attività di prevenzione e promozione della salute, la gestione delle cronicità, la telemedicina, il sostegno ai primi mille giorni di vita, gli interventi nell’ambito della salute mentale e del neurosviluppo, i percorsi dedicati agli adolescenti e il raccordo con le reti territoriali. Infine la Casa della Comunità Hub costituisce il terzo livello di integrazione più ampio: è il luogo in cui si incontrano i servizi sanitari, quelli sociali ed educativi, i servizi specialistici, il mondo della scuola, l’associazionismo e il Terzo Settore.

Una domanda che emerge spesso è: come può un pediatra che opera da solo, in un territorio a bassa densità abitativa, far parte di un gruppo integrato?

La risposta risiede nella flessibilità organizzativa della PdGI, che può assumere configurazioni diverse a seconda delle caratteristiche del territorio. Nel nostro modello, nelle aree più distanti o meno popolate, il pediatra opera come nodo periferico di un gruppo centrale, che lavora stabilmente con il supporto, almeno, di un’infermiera e di una segreteria. L’obiettivo è costruire una rete di prossimità realmente capace di accompagnare bambini, adolescenti e famiglie nei loro percorsi di salute e di crescita, garantendo equità di accesso e continuità assistenziale in ogni territorio.

L’obiettivo è avvicinare ai cittadini servizi e competenze oggi centralizzati negli ospedali ma che, con un’adeguata organizzazione territoriale, possono essere erogati efficacemente in prossimità del luogo di vita delle famiglie.

Qual è l’elemento centrale per il superamento delle disuguaglianze?

Una parte importante della risposta risiede nel modo di fare cura attraverso il lavoro di gruppo, che rappresenta uno degli strumenti più efficaci per ridurre le disuguaglianze di accesso e di presa in carico. Un’altra componente fondamentale è l’organizzazione dello Spoke Pediatrico, che richiede una dotazione di strumenti essenziali — come la telemedicina e altre tecnologie di supporto clinico-diagnostico come i dispositivi Point-of-Care. Questi strumenti non devono essere distribuiti indiscriminatamente, ma programmati in funzione delle caratteristiche e dei bisogni di ciascun territorio. È proprio questa capacità di adattare risorse e percorsi assistenziali al contesto locale che consente di offrire un sostegno concreto alle aree più isolate. La PdGI si inserisce all’interno dello Spoke come componente organizzativa della rete territoriale. In questo modello, strumentazioni, competenze e percorsi vengono pianificati in base ai bisogni emergenti della popolazione, rendendo più accessibili servizi oggi ancora prevalentemente ospedalieri, come la presa in carico precoce e la gestione della cronicità. In relazione alle caratteristiche del territorio, alcune funzioni e dotazioni potranno essere sviluppate presso il pediatra “satellite”, mentre altre saranno concentrate nello Spoke. L’obiettivo è avvicinare ai cittadini servizi e competenze oggi centralizzati negli ospedali ma che, con un’adeguata organizzazione territoriale, possono essere erogati efficacemente in prossimità del luogo di vita delle famiglie.

Come questo modello può impattare sulla carenza di pediatri di base e allo stesso tempo sulle disuguaglianze di salute?

Il tema della carenza di pediatri va affrontato tenendo conto delle profonde differenze tra i territori, perché le criticità cambiano sensibilmente da un’area all’altra, come evidenziato anche dalla Fondazione GIMBE. Un’organizzazione efficiente della PdGI consente di ampliare la popolazione presa in carico e, conseguentemente, di rendere sostenibile un aumento del massimale del singolo pediatra. Questo, però, è possibile solo a precise condizioni. È necessario valorizzare nuove competenze infermieristiche, sia nell’ambito della promozione della salute e della prevenzione, sia nella gestione clinico-assistenziale per gli ambiti di competenza professionale. È inoltre fondamentale prevedere la presenza dello psicologo clinico, all’interno dello Spoke oppure già nell’équipe di base della PdGI: una scelta organizzativa sulla quale ci stiamo ancora confrontando. Allo stesso modo, è indispensabile costruire una rete di specialisti territoriali che operino stabilmente nello Spoke, lavorando in stretta integrazione con i professionisti della PdGI. Altri temi, come la definizione di massimali differenziati in base alle caratteristiche dei territori o l’individuazione delle zone carenti sulla base del reale numero di assistibili nella fascia 0-18 anni, sono questioni di carattere sindacale che il nostro documento non affronta, né vuole farlo. L’obiettivo del nostro lavoro è un altro: dimostrare che un eventuale aumento del massimale può essere sostenibile solo ripensando l’organizzazione della cura in senso integrato, fondata sul lavoro in équipe e sul riconoscimento di nuove funzioni a “nuove” figure professionali coinvolte nella presa in carico.

All’interno di questa struttura, quali sono le aree che richiedono una maggiore attenzione?

Le principali sfide sono le vulnerabilità sociali e sanitarie. Pensiamo alle fragilità neuroevolutive, ai problemi di salute mentale e alle difficoltà che possono emergere nei primi mille giorni di vita o durante l’adolescenza. Si tratta di ambiti che richiedono interventi integrati e competenze diverse e che rischiano di rimanere ai margini di modelli organizzativi non sufficientemente attenti alle specificità dell’età evolutiva. Una rete territoriale forte e ben organizzata può contribuire a intercettare precocemente questi bisogni e a ridurre le disuguaglianze.

La Pediatria di famiglia rappresenta un patrimonio del Servizio sanitario nazionale. Preservarla significa anche avere il coraggio di innovarla, affinché continui a essere un punto di riferimento per le nuove generazioni.

In sintesi, qual è il messaggio chiave che l’Acp vuole portare al dibattito sulla riorganizzazione territoriale?

L’Acp intende contribuire al dibattito con una proposta di carattere scientifico, culturale e organizzativo, senza entrare negli aspetti contrattuali o sindacali. Il punto di partenza è semplice: la riorganizzazione delle cure primarie pediatriche non è soltanto una questione di modelli organizzativi, ma una scelta di salute pubblica che incide sui diritti dei bambini e degli adolescenti, sull’equità e sulla qualità dell’assistenza. La proposta dell’Acp, sviluppata anche nella terza edizione del libro Pediatra di famiglia, immagina e “disegna” una Pediatria di gruppo integrata capace di rispondere ai bisogni emergenti dell’età evolutiva attraverso il lavoro in équipe, l’integrazione multiprofessionale e una rete territoriale realmente orientata alla prossimità. In un contesto sociale sempre più complesso, crediamo sia necessario superare modelli individuali e autoreferenziali per costruire percorsi condivisi, in grado di offrire risposte più efficaci alle fragilità delle famiglie. La Pediatria di famiglia rappresenta un patrimonio del Servizio sanitario nazionale. Preservarla significa anche avere il coraggio di innovarla, affinché continui a essere un punto di riferimento per le nuove generazioni. Come ricorda Edgar Morin, “nei sistemi complessi l’imprevedibilità e il paradosso sono sempre presenti e alcune cose rimarranno sconosciute”. È proprio questa consapevolezza che invita a costruire modelli organizzativi flessibili, capaci di adattarsi ai cambiamenti senza perdere di vista il loro obiettivo fondamentale: il benessere dei bambini e delle loro famiglie.


L’intervista è stata realizzata nell’ambito della collaborazione editoriale tra Quaderni acp  e il punto , finalizzata a promuovere una riflessione interdisciplinare e dialettica sui temi della salute materno-infantile. È pubblicata in contemporanea su entrambe le testate.


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