Può un medico esprimere pubblicamente le sue idee politiche?
Una questione che merita particolare attenzione: Andrea Capocci raccoglie alcuni punti di vista
Ops! Per usare il Centro di Lettura devi prima effettuare il log in!
Password dimenticata?Non hai un account? Registrati
Hai già un account? Log in
Una questione che merita particolare attenzione: Andrea Capocci raccoglie alcuni punti di vista
Foto di Alexander Isreb
Immaginiamo di entrare nello studio medico di uno specialista da cui attendiamo una diagnosi importante. Gli stringiamo la mano, ci sediamo di fronte a lui e ci prepariamo ad ascoltarlo con la massima attenzione. È lì che notiamo un dettaglio: sotto il camice, lo specialista indossa una t-shirt con uno slogan politico. Proprio ieri sera, durante un talk show alla tv, abbiamo visto la stessa maglietta addosso a un leader di partito lontanissimo dalle nostre posizioni, che detestiamo e che non voteremmo nemmeno sotto tortura. Proviamo a concentrarci sulle parole che sta pronunciando, ma ormai qualcosa si è rotto. Il medico che fino a ieri ci appariva così autorevole ora ci fa domandare come una persona intelligente possa credere alle affermazioni infondate di quel politico. Forse, azzardiamo, non è poi così intelligente? Facciamo fatica a seguirlo e già pensiamo a chiedere un secondo parere.
Questa scena fa da sfondo a un interrogativo ben più serio che si pone la classe medica internazionale nell’anno più elettorale in cui andranno a votare due miliardi di esseri umani. Tra gli ultimi ci saranno gli statunitensi, che il 5 novembre sceglieranno tra Kamala Harris e Donald Trump in un’America mai così divisa. La domanda è: può un medico esprimere pubblicamente le sue idee politiche?
Che si tratti di un tema “caldo” soprattutto negli Stati Uniti è confermato dall’elettrofisiologo esperto di cardiologia sportiva John Mandrola, noto per il suo rigore in materia di integrità scientifica e etica medica. Ben 4 milioni e mezzo di utenti hanno visualizzato un suo tweet che recita testualmente: “Nelle prossime settimane sarà difficile, ma penso che i medici specialisti debbano tentare di rimanere apolitici nella sfera pubblica. Lo dobbiamo ai nostri pazienti”. Gli utenti non si sono limitati a leggere le parole di Mandrola, e quasi duemila di loro hanno commentato le sue parole, in modo più o meno critico. “Hai paura di perdere pazienti trumpiani?” gli ha risposto una follower di fede dem. “Voglio sapere se il mio medico è un comunista!” gli ha replicato un altro account che un Virzì statunitense farebbe bene a seguire. “La maggior parte dei 459 commenti e delle 205 citazioni ricevute dal tweet sono state negative” ha riconosciuto Mandrola, argomentando meglio la sua posizione in una newsletter. “Che a noi specialisti piaccia o no, una grande componente del nostro successo con i pazienti coinvolge la fiducia” scrive Mandrola. “Ciò che conta nella pratica clinica è costruire il rapporto con il paziente, comprenderne il problema e le priorità, e trovare una terapia che si adatti alle sue. È impossibile farlo se il paziente non si fida di te. O se ti considera schierato”.
Della fiducia nella classe medica oggi non si discute dunque solo in Italia, dove le quotidiane aggressioni ai sanitari mostrano più di una crepa nel rapporto medico-paziente. Uno studio recente pubblicato sulla rivista Jama Network Open ha mostrato che con la pandemia il credito dei medici è fortemente calato: le persone che tributano una “elevata fiducia” nei confronti dei medici sono passate dal 72 al 40 per cento tra l’aprile 2020 e il gennaio 2024. “Le ragioni sono sconosciute – sostiene Mandrola – ma una parte del problema della fiducia potrebbe essere dovuta al fatto che noi, nel settore sanitario, abbiamo oltrepassato i limiti del nostro lavoro”.
Tra le persone che hanno contestato la sua posizione spicca il nome dell’oncoematologo statunitense Vinay Prasad – anche lui assai attento ai risvolti sociali della scienza medica – che gli ha risposto in un articolo sul suo sito personale. Prasad ritiene che “gli specialisti, come ogni altro cittadino, siano liberi di esprimere le loro opinioni politiche”. Ma ammette che ciò non significa che l’opinione di un medico sia rilevante o convincente – anzi, nell’attuale polarizzazione della politica statunitense è quasi impossibile che qualcuno cambi idea. E non è affatto chiaro se schierarsi apertamente aiuti o danneggi la pratica clinica. Se un ginecologo dicesse a un neo-genitore trumpiano che la salute del proprio figlio dipende dal suo voto, spiega Prasad, il genitore potrebbe chiedersi se non si tratti di un ricatto.
È intervenuto sul tema anche Adam Cifu dal suo blog su Sensible Medicine. Cifu ritiene che vi siano ottime ragioni perché un medico si impegni nel dibattito pubblico. “È difficile rimanere apolitici quando le decisioni dei governi locali, statali e federali influenzano la salute dei pazienti che assistiamo”, dice. “Grazie alla loro formazione e alla loro esperienza, i medici potrebbero essere le persone più indicate per rappresentare alcune cause”. E poi “decidere di rimanere apolitici è essa stessa una presa di posizione a favore dello status quo”. Ma ammette che “i pazienti vanno dal medico per le cure mediche, non per il proselitismo. Le visite dovrebbero riguardare loro”.
Le differenze nelle opinioni dei tre medici statunitensi in realtà nascondono un punto di vista comune: si può discutere se sia opportuno che un medico esprima le sue posizioni politiche, l’importante è che la sua posizione politica non influenzi le sue decisioni cliniche.
Sembra facile. Tuttavia, la difficoltà di trovare un equilibrio tra libertà di espressione e discrezione è reale ed è la conseguenza di due evoluzioni parallele della medicina e della sanità. Da un lato, la medicina moderna ha spostato l’attenzione dal medico al paziente e al rapporto di fiducia che deve instaurarsi tra i due soggetti. L’acquisita rilevanza del tema ha indotto la classe medica a introdurre norme deontologiche che regolano la comunicazione tra professionista e paziente. Il codice deontologico approvato dalla Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo) lascia alla valutazione individuale i confini di ciò che può essere comunicato o meno al paziente al di fuori dell’ambito medico. Tuttavia, cita più volte l’importanza della “reciproca fiducia” tra medico e paziente (art. 20), che indubbiamente potrebbe essere compromessa da una divergenza sul piano dell’orientamento politico.
Allo stesso tempo, e questa è la seconda tendenza, l’affermazione delle democrazie ha favorito la nascita della sanità pubblica, cioè dell’assistenza medica e della prevenzione fornite alla popolazione più che al singolo individuo. Da questo punto di vista, lo stato di salute individuale appare strettamente legato all’organizzazione sociale in cui il paziente è immerso. Può dunque succedere che, per garantire la salute dell’individuo, sia necessario promuovere una determinata politica sanitaria pubblica. Al contrario, come ha osservato Cifu, non esprimersi politicamente rappresenta una tacita approvazione dello status quo e una violazione del reciproco rapporto di fiducia da instaurare con il medico.
Non si tratta di una diatriba accademica: le occasioni concrete in cui fiducia e spirito di cittadinanza possono entrare in conflitto si moltiplicano ogni giorno. Per limitarsi alla realtà italiana, si pensi al dibattito sull’autonomia differenziata, di stretta attualità. La valutazione dei medici sull’opportunità di allargare ulteriormente la devoluzione a livello regionale dell’organizzazione sanitaria è assai qualificata in materia, e ascoltarla potrebbe rappresentare un interesse generale in vista di un possibile referendum sulla materia. Da questo punto di vista, la partecipazione al dibattito pubblico dei medici è senz’altro utile, soprattutto se coinvolge professionisti lontani dalla pratica clinica. Diversi virologi ed epidemiologi, ad esempio, in anni recenti hanno intrapreso carriere politiche con alterne fortune. Per i medici che lavorano a stretto contatto con i malati, invece, portare il proprio schieramento all’interno del rapporto con il paziente comporta rischi evidenti.
La soluzione del paradosso adottata in molti Paesi consiste nel limitare la comunicazione al paziente le proprie opinioni politiche senza però divieti formali, e incoraggiando la partecipazione ai numerosi ambiti collettivi che offre la professione come società scientifiche, ordini e associazioni di categoria. È ad esempio la posizione della dottoressa Rosella Zerbi, segretaria del consiglio direttivo dell’Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri di Torino. Secondo Zerbi, schierarsi pro o contro dovrebbe “riguardare l’ordine e la federazione e non il singolo medico. Su regionalismo differenziato esprimere opinioni è un compito istituzionale degli ordini e a titolo personale dovrebbe essere una possibile scelta del singolo medico. È altra cosa, per nulla necessaria, schierarsi a favore di partiti per identità di vedute su singoli temi”. Questo prevede che i “corpi intermedi” garantiscano la democrazia interna, favoriscano la partecipazione dei membri associati e siano scevri da conflitti di interesse: tutte condizioni non facili da garantire in modo integrale.
È inutile nascondere però che lo schieramento politico del professionista non comporta necessariamente una rottura del vincolo di fiducia reciproca. Al contrario, in molte situazioni ne rappresenta un rafforzamento. Alcuni pazienti, ad esempio, possono cercare deliberatamente l’aiuto da parte di medici che condividono una particolare visione: si pensi al caso dei sanitari scettici sui benefici dei vaccini, o dei fautori delle terapie alternative alla medicina ufficiale. Il fenomeno merita particolare attenzione in Italia, dove la spesa sanitaria out-of-pocket a carico dei cittadini ha un’incidenza maggiore che in altri Paesi e rappresenta ormai un terzo della spesa complessiva. Se l’assistito da utente si trasforma in consumatore, lo schieramento politico in un senso o in un altro può diventare persino una strategia di marketing. Con buona pace per la natura “universalistica” del Servizio sanitario nazionale.
Andrea Capocci
@andcapocci
Fisico, insegnante e giornalista, Andrea Capocci ha pubblicato i libri Networkology (Il Saggiatore, 2011) e Il brevetto (Ediesse, 2012). Scrive di argomenti scientifici per il quotidiano il manifesto e per il mensile Le Scienze/Scientific American.

Il peso del sapere medico nel gioco dei poteri
La nota di Gianni Tognoni

I medici, la loro professione e il loro pensiero politico
Pareri diversi a confronto: John Mandrola, Vinay Prasad, Adam Cifu

La medicina e la politica basate sulle prove, per il bene pubblico
Chi salvare e chi lasciar morire: a chi spetta la scelta? La nota di Domenico Ribatti
Questi e altri i temi della rassegna settimanale: JAMA, Evidence, Cell, Nature, Lancet
Lo racconta in un'intervista toccante Neil Berman, cardiologo in pensione
Ancora: la città dei 15 minuti, Sir David Goldber e la sanità trascurata tra le pagine di questa settimana
