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L’idea che religione e medicina debbano mantenere una posizione di neutralità politica è oggi ampiamente condivisa. Tuttavia, quando chi detiene il potere adotta politiche che limitano diritti fondamentali, tale concezione diventa difficilmente sostenibile. Questo contributo argomenta che, in presenza di violazioni della dignità umana, il silenzio di istituzioni eticamente orientate non rappresenti un esempio di equilibrio, bensì una forma di complicità. Ne consegue la necessità di una presa di posizione esplicita contro modelli politici che subordinano i diritti umani alla logica del potere.

Il mito della neutralità

La neutralità istituzionale, rispetto ad accadimenti di varia natura, è spesso invocata come garanzia di ponderato equilibrio. Essa, però, diventa discutibile quando viene applicata indiscriminatamente anche in situazioni in cui sono in gioco diritti fondamentali delle persone. È necessario, perciò, distinguere tra neutralità rispetto a scelte partitiche, cioè da appartenenza politica o elettorale e neutralità morale, ovvero astensione da giudizi etici, anche a fronte di violazioni evidenti dei diritti fondamentali.

La prima è essenziale per mantenere credibilità e autonomia, mentre la seconda, caratterizzata dall’assenza di giudizio morale in contesti di ingiustizia, appare assolutamente non condivisibile e rimanda ai comportamenti descritti da Hannah Arendt nel suo famoso saggio sulla “banalità del male”.  

Medicina e responsabilità etica

Il giuramento di Ippocrate e i codici deontologici in genere impongono la tutela della salute e della vita come valori primari. Organizzazioni come Médecins Sans Frontières e Save the Children hanno più volte denunciato attacchi a strutture sanitarie e limitazioni dell’accesso alle cure in contesti di guerra. Strumenti che, seppur banditi da tutte le convenzioni internazionali, vengono puntualmente utilizzati negli scenari bellici.

In casi del genere il silenzio non rappresenta neutralità, bensì una rinuncia alla responsabilità professionale.

Religione: dalla neutralità alla responsabilità

Le tradizioni religiose si fondano su principi etici universali: dignità umana, solidarietà tra individui e popoli, tutela dei vulnerabili. Don Lorenzo Milani ha sottolineato questo principio, affermando che “l’obbedienza non è più una virtù”, in aperta critica proprio alla neutralità passiva.

Nel dibattito contemporaneo emergono modelli politici che subordinano i diritti universali a logiche di sicurezza, sovranità e/o identità nazionale. La linea incarnata da Donald Trump ne è un clamoroso esempio. Essa restringe i diritti, dentro e fuori i confini nazionali, in nome della sicurezza, e delegittima le istituzioni sovranazionali.

A questa visione si contrappongono nettamente quella di papa Leone XIV e di papa Francesco prima di lui, che richiamano invece la centralità della persona umana, la dignità dei migranti, la responsabilità globale verso i più vulnerabili. Si tratta di posizioni inconciliabili che partono da visioni etiche incompatibili.

Nel dibattito contemporaneo emergono modelli politici che subordinano i diritti universali a logiche di sicurezza, sovranità e/o identità nazionale

Priorità politiche: il dilemma del riarmo

Negli ultimi anni si è registrato un significativo aumento globale delle spese militari, giustificato con esigenze di sicurezza e instabilità geopolitica. Ciò solleva una questione eticamente centrale: quale equilibrio tra difesa nazionale e tutela sociale è compatibile con il principio della dignità umana?

Secondo numerose analisi internazionali, l’incremento degli investimenti militari si accompagna a pressioni sui bilanci pubblici, con ricadute negative su sanità, istruzione e welfare. Il problema non è l’esistenza della difesa, ma il peso della sua priorità. Come sottolinea Filippo Anelli, Presidente FNOMCEO, è necessario costruire una visione politica che rimetta al centro la salute pubblica, rafforzando il sistema sanitario in una prospettiva universalistica e promuovendo una cultura della pace come obiettivo concreto, necessario e immediato.

Quale equilibrio tra difesa nazionale e tutela sociale è compatibile con il principio della dignità umana?

Neutralità come complicità

Quando le istituzioni con evidenti connotazioni etiche scelgono di non esporsi, evitando prese di posizione e giudizi espliciti, legittimano, di fatto, lo status quo, indeboliscono la tutela dei diritti, rinunciano al proprio ruolo di coscienza critica. In tali contesti, la neutralità si configura come una forma di partecipazione passiva all’ingiustizia.

Religione e medicina non devono diventare strumenti della politica, ma non possono neppure sottrarsi quando la politica ferisce la dignità umana. Il loro compito è porre limiti etici al potere, denunciare violazioni e difendere chi non ha voce.

Religione e medicina non devono diventare strumenti della politica, ma non possono neppure sottrarsi quando la politica ferisce la dignità umana.

Conclusioni

In contesti di crisi umanitaria o disuguaglianza estrema, la neutralità può trasformarsi in abdicazione morale, fino alla complicità silenziosa. Seguendo l’eredità di Don Lorenzo Milani, il problema non è prendere posizione, ma non prenderla quando è necessario.

Distinguere tra neutralità partitica e responsabilità morale consente di riconoscere la legittimità del ruolo – talvolta necessario – di religione e medicina nel dibattito pubblico. Non si tratta di imporre visioni ideologiche, ma di riaffermare un principio fondamentale: la vita, la salute e la dignità umana si antepongono a qualsiasi appartenenza politica.

Il Manifesto FNOMCeO “Medici e Pace” ribadisce con chiarezza questo impegno:
“Ogni atto medico è un atto di pace… Noi medici non possiamo restare neutrali di fronte alla negazione della vita”.

Ferdinando Laghi e Roberto Romizi
Medici

Bibliografia essenziale

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