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Oggi il concetto di prevenzione sembra trasformarsi profondamente: l’aumento delle conoscenze sui fattori di rischio e lo sviluppo di farmaci capaci di ridurre la probabilità di insorgenza delle malattie rappresentano senza dubbio un progresso. Ma qual è l’altra faccia della medaglia? Esiste il rischio che la prevenzione si traduca in una crescente medicalizzazione della vita, fino a farci sentire “malati” anche quando siamo sani? E quali implicazioni etiche e deontologiche comporta questa evoluzione? Ne parliamo con Marco Geddes da Filicaia, medico epidemiologo ed esperto di sanità pubblica.

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“È meglio prevenire che curare”: un antico detto che contiene una indubbia verità, ma che rischia di diventare una banalità – o peggio, uno strumento di distorsione. Perché la prevenzione è davvero preferibile alla cura solo quando il bilanciamento tra le due è adeguato: quando cioè l’intervento preventivo riduce concretamente la frequenza o la gravità della malattia, senza comportare rischi sproporzionati. Questo principio vale in particolare per la prevenzione di tipo farmacologico. Non si può negare quanto certi interventi abbiano inciso positivamente sulla salute pubblica: basti pensare alla riduzione dell’incidenza di ictus e infarti grazie alla terapia farmacologica. Ma questi interventi devono essere dosati con precisione, fondati su una stratificazione del rischio e su un’attenta valutazione individuale del rapporto costi-benefici, poiché anche la prevenzione, come la cura deve basarsi sulle prove di efficacia. Non possono – e non devono – essere estesi indiscriminatamente a una popolazione sana.

Il vantaggio (ambiguo) della prevenzione farmacologica

Rispetto alla terapia, la prevenzione farmacologica ha una caratteristica che da un certo punto di vista la rende particolarmente vantaggiosa: dura tutta la vita. In genere, invece, una terapia farmacologica, mirata per una determinata malattia, si conclude con la scomparsa dei sintomi e con la guarigione. Un intervento preventivo, al contrario, garantisce una platea di pazienti-clienti vita natural durante, e come tale è un modello di business enormemente redditizio, che non sorprende abbia orientato – e continui a orientare – le priorità dell’industria farmaceutica, spesso a scapito di aree meno remunerative ma urgenti come la ricerca sugli antibiotici che hanno un ciclo ridotto di utilizzo. Occorre quindi distinguere con rigore tra vera e falsa prevenzione.

Il caso della popolazione sana

La questione si complica ulteriormente quando l’intervento preventivo – farmacologico o diagnostico – si rivolge non a chi ha già manifestato segnali di rischio, ma alla popolazione sana nel suo complesso. In questo caso, la responsabilità si fa molto più stringente: non è il paziente a presentarsi con un sintomo o un fattore di rischio individuato, è il sistema che lo chiama. È ben diversa la scelta individuale di chi, consapevolmente, decide di sottoporsi a un controllo rispetto a una prevenzione organizzata che si rivolge sistematicamente alla popolazione sana: i parametri di valutazione etica e clinica sono differenti.

Entrano in gioco, infatti, questioni come l’aumento delle sovradiagnosi e il conseguente incremento di accertamenti successivi, non sempre adeguatamente giustificati da un reale beneficio e accompagnati inevitabilmente da un margine di rischio, anche sul piano psicologico; vi è inoltre da considerare l’incremento della spesa l’allungamento delle liste di attesa. L’equazione apparentemente logica – “prima lo scopro, meglio è” – si rivela spesso fallace. Anticipare una diagnosi ha senso solo se consente un intervento efficace, capace di ridurre la mortalità o migliorare la sopravvivenza. Non se si limita a identificare precocemente qualcosa che, in molti casi, non si sarebbe mai manifestato clinicamente.

Un sistema che trasforma la salute in merce

In questo scenario, il sistema sanitario – uso volutamente questa espressione, e non “servizio sanitario” – appare sempre più attento alle dinamiche di mercato e talvolta incline a trattare la malattia come una merce. La medicalizzazione della vita sana diventa così non solo un rischio collaterale, ma talvolta un obiettivo implicito. Questo orientamento può favorire equivoci sulla prevenzione, alimentandoli anche per ragioni di interesse economico.

Comprendere questa dinamica è difficile anche per l’opinione pubblica, naturalmente portata a credere che più controlli significhino più sicurezza. Ma la vera prevenzione richiede rigore scientifico, trasparenza sugli interessi in gioco e una solida valutazione etica, prima ancora che tecnologica.

Marco Geddes da Filicaia è stato direttore sanitario del Presidio Ospedaliero Firenze centro dell’Azienda sanitaria di Firenze e dell’Istituto Nazionale Tumori di Genova; vice presidente del Consiglio Superiore di Sanità, assessore alla Sanità e servizi sociali del Comune di Firenze.

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