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Ripetutamente si assiste a notizie di cronaca come quella della bambina di Bordighera. Le storie, riportate con attenzione e accuratezza dai media, restano però alla superficie del problema. Che cosa continua a mancare per dare un significato più compiuto a queste vicende di maltrattamento?

La piccola Beatrice, così il nome della bambina di Bordighera, e le sue due sorelline non sono solo le vittime di un dramma all’interno di una famiglia che – così leggiamo dalle cronache – non funziona, ma sono anche un esempio di cosa non funziona nella nostra comunità. I bambini in Italia in cura ai servizi sociali per problematiche di maltrattamento, secondo il più recente report pubblicato dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e realizzato da Cismai e Terre des Hommes con il supporto di Istat, sarebbero circa quattro ogni trecento bambini. Già questo dato dà una consistenza importante a un fenomeno che descrive non solo sofferenza e dolore per il bambino e la sua famiglia, ma che ci ricorda che questo dolore, quando non porta alla morte, condurrà a forme di vita adulta vissute con vari gradi di disabilità fisica e mentale, con una conseguente incapacità lavorativa, sentimentale, di relazione affettiva e di socializzazione: un costo umano enorme, ma non solo. La valutazione economica indica che la spesa per la comunità è elevatissima, dalla perdita di produttività, all’attivazione di interventi di sostegno sociale e sanitario, alla mancanza di produzione di reddito, e quindi di tasse. In altre parole, se si vuole aumentare il pil e ridurre le spese del Paese, si dovrebbe investire (non spendere) molto di più in servizi per il sostegno all’infanzia: il guadagno per tutti è assicurato. Non è una affermazione ad effetto, ma una considerazione fatta da precise misurazioni che hanno meritato il premio Nobel per l’Economia nel 2000 a James Heckman.

Il maltrattamento è la più frequente malattia cronica e invalidante di tutta l’infanzia.

Si dice che la vicenda della piccola Beatrice e delle sue sorelline è solo la punta di un iceberg, di un sommerso che non viene a galla. Abbiamo quattro bambini su trecento seguiti dai servizi sociali, ma in realtà abbiamo, queste sono le stime scientifiche per la Regione europea (Italia inclusa), per ogni bambino in carico ai servizi almeno dieci bambini non diagnosticati, non conosciuti, che vivono il maltrattamento: la più frequente malattia cronica e invalidante di tutta l’infanzia. Quindi, dobbiamo pensare che su trecento bambini almeno quarantaquattro hanno in corso, hanno avuto o avranno un maltrattamento che invaliderà la loro vita.

Conoscere per prevenire

Queste considerazioni epidemiologiche ed economiche meritano ancora un titolo sui giornali per impressionare il pubblico, ma poi, cosa facciamo? Ed è questo che ci interessa come cittadini, convinti che l’infanzia sia il nostro futuro. Allora, cosa è possibile fare?

In Italia manca un registro nazionale sul maltrattamento, ossia un flusso informativo amministrativo di tutte le situazioni dove un bambino ha subito un abuso alla sua persona. L’assenza di dati precisi su questo fenomeno è alla base dell’impossibilità di misurare e pertanto di strutturare interventi precisi per contrastare il fenomeno. Sembra assurdo, ma quando dal Ministero della giustizia hanno chiesto quanti bambini erano nelle condizioni della famiglia del bosco, non era possibile dare una risposta precisa. Se gli inquirenti del caso di Bibbiano avessero avuto accesso ai dati di altri distretti in Emilia o in Italia, avrebbero avuto maggiori informazioni per capire se quella di Bibbiano fosse un’anomalia. Per costruire un registro di dati amministrativi è necessaria una legge dello Stato: noi non l’abbiamo.

Si dice che la piccola Beatrice era una bambina nascosta: è vero. La mamma non la portava in visita nel timore – così riportano le cronache – che le fosse portata via. Il pediatra non può obbligare una famiglia ad avere controlli programmati nel tempo per valutare le condizioni di crescita e di sviluppo del bambino, anche se i bilanci di salute sono un pilastro dell’assistenza pediatrica. Ricordiamo, però, che lo Stato ha deciso, per legge, l’obbligatorietà dei vaccini. Se i genitori non portano il bambino all’ambulatorio vaccinale, parte una segnalazione ai servizi sanitari e all’autorità giudiziaria; poco importa quale sarà la conseguenza, sanzione amministrativa o limitazione alla frequenza di comunità. Quando sentiamo la frase “Il bambino non è una proprietà dei genitori”, per evitare che rimanga uno slogan vuoto di senso, è necessario pensare concretamente a provvedimenti che riconoscano il bambino come un bene di tutta la comunità e che come tale debba avere sempre una attenta assistenza sanitaria, anche se i genitori, per i più diversi motivi, non riescono a gestirla.

Un altro punto fondamentale è la preparazione degli operatori sanitari. In alcune nazioni è obbligatorio che ogni professionista sanitario a contatto con il bambino debba avere un training permanente sul maltrattamento: un numero di ore di formazione ogni tre anni dopo un corso completo di base iniziale. In Italia noi medici abbiamo l’obbligo di frequentare un corso sulla radioprotezione (giustissimo) ma ci si dimentica spesso di formare gli operatori sanitari, soprattutto i pediatri, sul maltrattamento all’infanzia e all’adolescenza. Un’esperienza – misurata scientificamente – ha portato in affiancamento ai medici di 19 strutture di pronto soccorso un operatore formato a valutare la possibilità di maltrattamento attraverso uno strumento standardizzato [1]. I dati hanno evidenziato che, in questa sperimentazione durata 15 giorni, il maltrattamento era stato sospettato come probabile o certo in circa il 2 per cento delle visite, un valore tredici volte superiore a quello abitualmente registrato. Com’è la situazione oggi negli ambulatori pediatrici?

In Italia manca un registro nazionale sul maltrattamento. L’assenza di dati precisi è alla base dell’impossibilità di misurare e pertanto di strutturare interventi per contrastare il fenomeno.

Dalle politiche per l’infanzia alle riforme necessarie

Poi c’è il vasto argomento degli interventi che si possono fare per sostenere la famiglia e proteggere il bambino. Ce ne sono tantissimi da applicare nei più diversi contesti e molti di ottima efficacia. Ne ricorderei solo uno: l’asilo nido per tutti i bambini. Se la piccola Beatrice avesse frequentato un asilo nido avrebbe avuto l’opportunità di vivere in un ambiente protetto per gran parte della giornata, i genitori avrebbero avuto contatti con le educatrici, incontri dove si possono consigliare strategie di comportamento del genitore per affrontare le più diverse problematiche; inoltre, assenze prolungate non sarebbero passate inosservate così come la presenza di lividi, disturbi del comportamento o segni di trascuratezza. Nel Nordeuropa gli asili nido sono frequentati da oltre il 90 cento dei bambini, e il loro sviluppo di linguaggio e cognizione è migliore rispetto a chi sta a casa. Con la rimodulazione del Pnrr al ribasso nell’investimento sugli asili nido abbiamo perso una grande occasione per fare un salto qualitativo nell’assistenza all’infanzia: una grande occasione persa.

La cultura stimola la creazione delle leggi, ma è anche vero che le leggi fanno cultura.

Infine, è bene spendere due parole sulla legislazione in merito al maltrattamento all’infanzia, dispersa tra tante norme, talvolta di difficile interpretazione. In Italia manca una legge specifica sul maltrattamento all’infanzia, che inquadri l’aspetto conoscitivo a quello di prevenzione e di intervento e dia una strutturazione ordinata ai diversi servizi preposti al sostegno e alla protezione dell’infanzia. È stata presentata per la prima volta in Italia una proposta di legge organica (n. 2801 del 26 novembre 2020, XVIII Legislatura) a cura del pediatra Paolo Siani, ma è andata dimenticata sia da parte del parlamento precedente che da quello odierno.

La cultura stimola la creazione delle leggi, ma è anche vero che le leggi fanno cultura. Le punizioni fisiche corporali sono ancora largamente utilizzate dai genitori e ad oggi non vi è una legge specifica in Italia che vieti qualsiasi forma punizione come schiaffi, sculacciate, strattoni ecc. se non inquadrata in una forma di abuso di mezzi di correzione. Quasi tutti i Paesi europei hanno una idonea legislazione (vedi il sito endcorporalpunishment.org) e noi cosa aspettiamo per ricordare che il nostro Stato, ossia noi, siamo contrari a qualsiasi forma di punizione corporale? Qualcuno potrebbe contestare che qualche scapaccione o una umiliazione del bambino può fare bene alla crescita. Sono centinaia le ricerche scientifiche che hanno accertato il danno che provoca allo sviluppo l’utilizzo delle percosse date con intento educativo, e non solo punitivo e umiliante.

La vicenda della piccola Beatrice e delle sue sorelline non riguarda solo quella famiglia di Bordighera, ma riguarda tutti noi.

Le notizie devono informare e permettere, a chi le legge, di costruirsi una opinione che possa andare oltre la singola storia: se si vuole capire il punto, allora è bene osservare la circonferenza. Ed è da questa complessa circonferenza che dobbiamo partire se come obiettivo abbiamo il desiderio di non voler più leggere di queste notizie. Le opportunità per intervenire in modo efficace esistono. Spetta alla coscienza civile, alla comunità e ai decisori politici di fare la loro parte. La vicenda della piccola Beatrice e delle sue sorelline non riguarda solo quella famiglia di Bordighera, ma riguarda tutti noi.

Costantino Panza
Pediatra
Ausl di Reggio Emilia

Co-curatore e co-autore del libro Maltrattamento all’infanzia

Bibliografia

1. Gruppo nazionale PES 2000. Prevalenza, caratteristiche e fattori di rischio nel maltrattamento infantile: una overview dei risultati di uno studio nazionale in 19 servizi di pronto soccorso pediatrico. Gruppo Nazionale PES-2000, pp. 200-206. In: Istituto Superiore di Sanità, Progetto Nazionale Salute Mentale. Rapporti ISTISAN 01/27


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Dall’epidemiologia alla diagnosi con il coinvolgimento di più figure professionali. Dal medico all’odontoiatria. Di Costantino Panza

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