L’epidemiologia si è da sempre interessata agli effetti dei fattori ambientali e delle disuguaglianze sociali sulla salute umana. Uno degli ambiti tradizionalmente esplorati da questa disciplina riguarda l’impatto specifico delle diverse professioni sullo stato di salute individuale e collettivo. Questo aspetto è diventato particolarmente rilevante nell’attuale contesto di cambiamenti rapidi nel mercato del lavoro e nell’ascesa dei lavori precari, come quelli tipici della “gig economy”.
Oggi esistono sempre più persone che svolgono più di un lavoro e che cambiano spesso occupazione, e ciò rende più difficile la ricerca epidemiologica.
La crescente diffusione di lavori su chiamata, temporanei e irregolari, presenta una sfida significativa per chi vuole studiare l’impatto del mercato del lavoro sulla salute. A differenza delle popolazioni tradizionali delle grandi fabbriche, dove era relativamente semplice identificare e seguire i lavoratori nel tempo, adesso non si hanno a disposizione registri o elenchi facilmente accessibili. Nella “gig economy” è difficile individuare categorie professionali ben definite e i fattori di rischio a cui vengono esposti i lavoratori in modo omogeneo. Oggi esistono sempre più persone che svolgono più di un lavoro e che cambiano spesso occupazione, e ciò rende più difficile la ricerca epidemiologica. Per esempio, non è facile studiare dal punto di vista epidemiologico e medico l’impatto dello stress causato dalle nuove condizioni lavorative. Spesso chi lavora con contratti a chiamata, come gli addetti alle consegne, segue orari non convenzionali, come il lavoro notturno, che comportano alterazioni dei ritmi circadiani. Questi fattori, insieme all’esposizione a sostanze chimiche e all’inquinamento atmosferico, rappresentano un insieme complesso di rischi per la salute difficili da individuare. È pertanto concreta la possibilità di avere, nei prossimi anni, intere generazioni di persone che a causa dell’irregolarità dei loro contratti di lavoro e delle molteplici esposizioni a cui sono sottoposte manifesteranno malattie al momento non prevedibili e dunque su cui non è possibile intervenire. La sfida che l’epidemiologia si sta ponendo è quello di individuare dei marcatori precoci di queste esposizioni complesse.
Attraverso lo sviluppo e l’applicazione di biomarcatori avanzati si stanno aprendo nuove strade per affrontare le sfide emergenti legate alla rapida evoluzione del mercato del lavoro e alle crescenti disuguaglianze sociali.
Esistono dei biomarcatori, indicatori biologici che possono essere messi in relazione con l’insorgenza o lo sviluppo di una patologia. I più promettenti attualmente sono quelli epigenetici che permettono di determinare l’accelerazione dell’età biologica rispetto a quella cronologica. Questi marcatori sono associati ai molteplici fattori di rischio per le malattie croniche, come il fumo, l’abuso di alcol, l’obesità, lo scarso esercizio fisico e lo stress, e possono aiutare a prevedere eventi futuri come la mortalità e l’incidenza di malattie cardiovascolari e tumorali.
L’obiettivo principale della ricerca che diversi gruppi stanno conducendo è sviluppare metodi per identificare precocemente gli effetti sulla salute dei lavori precari. Questo approccio potrebbe consentire l’attuazione di interventi preventivi mirati a migliorare la salute, e il benessere delle persone esposte a lavori precari nella gig economy e in altri settori simili. Attraverso lo sviluppo e l’applicazione di biomarcatori avanzati si stanno aprendo nuove strade per affrontare le sfide emergenti legate alla rapida evoluzione del mercato del lavoro e alle crescenti disuguaglianze sociali.
Paolo Vineis Professore ordinario di epidemiologia ambientale Imperial College di Londra
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