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C’è un silenzio che pesa più di molte parole. Lo dichiara Angelo Stefanini, medico, cooperante e già responsabile dell’Oms a Gerusalemme Est, che firma un articolo lucido e diretto: “Perché abbiamo taciuto?” (vedi pp. 5-9). Una riflessione sulla responsabilità morale individuale da porre al centro di tutte le scelte pubbliche, che tocca noi professionisti della salute: davvero possiamo credere che la medicina, anche quando la svolgiamo come aiuto umanitario, resti neutrale mentre attorno a noi ogni diritto viene calpestato? Possiamo dirci “fuori dalla politica” quando in gioco ci sono la dignità, la vita, l’umanità? Non è una questione ideologica, ma etica. Il medico – anche nel suo ruolo pubblico – non è un tecnico neutro: è un soggetto responsabile. Anche la parola medica, quando è pronunciata o quando viene taciuta, costruisce realtà.

Questo primo numero del 2025 della nostra rivista nasce da qui, per poi soffermarsi su un’altra forma di rimozione: la difficoltà, anche all’interno della scienza e della medicina, ad abitare l’incertezza e a riconoscere l’errore. Due aspetti spesso ignorati, negati, relegati ai margini del discorso professionale. La filosofa della scienza Raffaella Campaner, lo dice chiaramente: “L’errore non è un incidente o una deviazione dalla norma. È una condizione fisiologica della scienza. È attraverso l’errore che si costruisce conoscenza” (vedi pp. 10-13).

Lo stesso vale per la pratica clinica. L’incertezza non è una sconfitta della medicina: è il suo terreno operativo. Chi non riconosce l’incertezza non può davvero prendersi cura del proprio paziente e dei suoi familiari. Per questo è così importante formare i medici non solo a “risolvere”, ma anche a pensare, a tollerare il dubbio, a discernere quando la prova manca del tutto oppure è parziale o entra in conflitto con i valori in gioco. Paolo Vineis, epidemiologo e docente all’Imperial college di Londra, scrive che “la decisione in medicina è sempre un esercizio di giudizio. Nessun algoritmo può sostituirsi al peso delle scelte, che sono sempre un punto d’incontro tra prove e valori” (vedi pp. 14-17).

È anche da questa consapevolezza che nasce la visione dell’errore medico non come colpa individuale, ma come effetto sistemico di un agire in condizioni di incertezza
strutturale. Solo accettando questa premessa potremo passare da una cultura della colpa a una cultura della responsabilità. Dove l’errore diventa occasione di apprendimento, di verità, di giustizia. Dove l’errore può essere raccontato, compreso, elaborato. Dove non si punisce il fallimento ma, come spiega Leonardo Speri, si costruisce fiducia (vedi pp. 18-21).

Tacere oggi, per chi si occupa di salute, non è più possibile. Non lo è di fronte alla guerra, all’ingiustizia, alla vulnerabilità. Non lo è di fronte all’errore e all’incertezza. Tacere è rinunciare alla responsabilità.

Questo implica un cambiamento culturale e istituzionale. Le organizzazioni sanitarie devono diventare luoghi capaci di accogliere la vulnerabilità del sapere medico e di valorizzare – nella formazione come nella pratica – le competenze del discernimento, dell’ascolto, del dubbio. Anche il linguaggio ha un ruolo importante. Come scrive Lucia Fontanella (vedi pp. 39-42), la parola è cura. Ma non basta cambiare le parole: bisogna cambiare lo sguardo. Perché la parola che cura nasce da una presenza capace di stare nel tempo, nell’ascolto, nella relazione.

Tacere oggi, per chi si occupa di salute, non è più possibile. Non lo è più di fronte alla guerra, all’ingiustizia, alla vulnerabilità. Non lo è più di fronte all’errore come se fosse solo un’ombra da nascondere, né di fronte all’incertezza come se fosse un difetto. Tacere è rinunciare alla responsabilità.

Ecco perché questo numero vuole essere, prima di tutto, un invito a dire con coraggio ciò che la medicina non può permettersi di lasciare ai margini né di ignorare.

Guido Giustetto
Presidente OMCeO Torino, Direttore scientifico il punto


Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista il punto, numero 1, anno 2024.

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