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Professor Ghidoni, con il provvedimento del ministro Valditara si vuole vietare l’uso dei cellulari a scuola. C’è davvero una correlazione diretta tra tecnologia e disturbi di tipo psicologico e psichiatrico?

Questo è un problema complesso a cui purtroppo si danno delle risposte ad una sola dimensione. Certo sì, il problema esiste. Viviamo in un mondo in cui non si può più fare a meno di questi strumenti che sicuramente sono molto utili ed efficaci per alcune funzioni, ma indubbiamente possono creare dipendenza e, anzi, in alcuni casi sono progettati appositamente per monopolizzare l’attenzione della persona, inducendola a rimanere agganciata alla piattaforma di riferimento. Per esempio, le microgratificazioni dei “mi piace” sui social determinano una piccola scarica nel nostro cervello di dopamina, il neurotrasmettitore che ci fa sentire appagati e gratificati. Ma un solo “like” non basta, ne vogliamo sempre di più: è lo stesso meccanismo alla base delle assuefazioni alle sostanze stupefacenti ed è purtroppo lo stesso delle dipendenze. Capisco quindi il fatto che si debba regolamentare un uso potenzialmente nocivo, ma non condivido il modo in cui è stato fatto. Credo che innanzitutto bisognerebbe distinguere tra uso a scopo didattico degli strumenti digitali e uso ludico, ricreativo o altro. Per esempio, noi sappiamo che ci sono degli studenti – come il caso di studenti con disturbi specifici dell’apprendimento – che traggono un notevole vantaggio dall’uso degli strumenti digitali. Esistono diverse app e software specifici che permettono loro di raggiungere livelli di apprendimento che altrimenti non riuscirebbero a ottenere con strumenti tradizionali o senza alcun supporto. Non credo che una semplice proibizione tout court sia né la via più efficace né la più attenta ai reali bisogni di questi giovani; in alcuni casi può essere decisamente dannosa.

Viviamo pienamente la contraddizione tra un modo di fruire delle notizie più tradizionale – riflessivo, pacato e ragionevole – e un mondo veloce e fluido, in cui le informazioni rimangono ad un livello superficiale.

Quali pensa siano le conseguenze più evidenti di questo uso diffuso della tecnologia, soprattutto sui giovani?

Certamente è innegabile che la tecnologia abbia favorito un isolamento sociale facendo in modo che ognuno, chiuso in una bolla, possa comunicare solo con chi la pensa come lui; inoltre ci sono ricadute negative, scientificamente attestate, sul funzionamento cognitivo. Pensiamo al livello di attenzione che si è ridotto drasticamente negli ultimi anni (non solo tra i più giovani), così come alla capacità di mantenere la concentrazione su una determinata attività o compito preciso. Ormai siamo abituati a informazioni volatili. Le vediamo, leggiamo per un attimo e, prima di finirne una, ne appare subito un’altra che si impone come importante.  È un modo di funzionare completamente nuovo, da cui tutti siamo bombardati e invasi. La specie umana ha sempre avuto delle grandissime capacità di adattamento e potrebbe adattarsi anche a questo nuovo modo di funzionare. Viviamo pienamente la contraddizione tra un modo di fruire delle notizie più tradizionale – riflessivo, pacato e ragionevole – e un mondo veloce e fluido, in cui le informazioni rimangono ad un livello superficiale. Però non è vero che la tecnologia sia solo potenzialmente dannosa: pensiamo, per esempio, all’intelligenza artificiale che in certi contesti è diventata imprescindibile. Anche in medicina è largamente utilizzata ed è fondamentale per una serie di decisioni e interventi. Ma il rischio è passare dalla fase in cui uno strumento è utile per orientarsi, mettere insieme dati, operare delle scelte, ad una fase in cui l’intelligenza artificiale guida i nostri comportamenti e noi finiamo per fare cosa ci dice un algoritmo. La questione è molto complessa e tocca aspetti etici, deontologici e politici.  Tuttavia credo che la solitudine dei nuovi adolescenti – sebbene supportata e consolidata dalla tecnologia – non sia solo legata a questi aspetti. Il problema è di tipo culturale, in un Paese in cui domina spesso una visione populista che offre ampio spazio al pregiudizio e allo stigma, favorendo una visione polarizzante e semplicistica della realtà. Questa visione tende a ridurre la complessità dei fenomeni sociali e culturali, facendo leva su emozioni negative come la paura o la rabbia o il desiderio di omologazione, consolidando così stereotipi e discriminazioni.

Il declino intellettuale in cui viviamo fa sì che le conoscenze specifiche e approfondite di questo mondo digitale siano appannaggio di pochi, di una élite. Spesso la massa viene volutamente ridotta a semplice utilizzatore.

Potrebbe darci qualche spunto pratico su come integrare in modo costruttivo tecnologia e i modelli di apprendimento?

Penso che innanzitutto ci sia bisogno di una classe di insegnanti formati in maniera approfondita sulle tecnologie; oggi infatti – anche solo per età anagrafica del corpo docente – spesso i ragazzi hanno di fronte dei migranti digitali, e la tecnologia è ancora vista con sospetto o diffidenza. L’unica strada per utilizzare la tecnologia in modo intelligente e critico è quello di averne una buona conoscenza, di capire tutte le sue potenzialità e i possibili rischi e pericoli. Avere cioè una visione critica di questi strumenti, senza procedere continuamente ad un sistema di delega che appalta alla tecnologia una serie di attività mentali che un tempo erano svolte dal soggetto. Devo dire però che il declino intellettuale in cui viviamo fa sì che le conoscenze specifiche e approfondite di questo mondo digitale siano appannaggio di pochi, di una élite. Spesso la massa viene volutamente ridotta a semplice utilizzatore.

Intervista a cura di
Rosa Revellino

Enrico Ghidoni, medico neurologo, lavora presso il Centro di neuroscienze Anemos e presso gli studi di SOS-dislessia dopo essere stato a lungo responsabile della Struttura semplice di Neuropsicologia clinica, disturbi cognitivi e dislessia dell’adulto presso l’Unità operativa complessa di Neurologia dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia. Socio della Società italiana di neuropsicologia. E’ stato membro della Commissione ministeriale per l’attuazione della Legge 170/2010. È autore di numerose pubblicazioni nell’ambito della neuropsicologia clinica e della dislessia in particolare.


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