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Di fronte alla guerra israeliana innescata dall’attacco terroristico di Hamas la sensazione è quella di smarrimento e di profonda incertezza. Oltre 200 i civili israeliani in ostaggio. Nella Striscia di Gaza si contano più di 11mila vittime civili di cui migliaia sono bambini. Il Papa, ebrei, musulmani e persone di ogni fede, razza e nazionalità sostengono il cessate il fuoco. L’Organizzazione mondiale della sanità chiede la protezione delle strutture sanitarie, degli operatori sanitari e delle persone vulnerabili. Le Nazioni Unite e le agenzie umanitarie sollecitano la fine immediata della “punizione collettiva” dei palestinesi a Gaza e la liberazione degli ostaggi in mano ad Hamas. Mentre la Corte penale internazionale indaga sui fatti che concorrono ad accusare sia Israele che Hamas di crimini di guerra.

Ma nonostante tutto questo gli attacchi continuano. Alla fine i morti civili diventano i “danni collaterali”, gli ospedali gli “obiettivi legittimi” violando la Convenzione di Ginevra che è alla base del diritto internazionale umanitario: chi ha fallito è l’organizzazione internazionale, denuncia Kamran Abbasi, editor in chief del BMJ [1]. “Gli attacchi agli ospedali e al personale sanitario sono ormai all’ordine del giorno nei conflitti, uno strumento di battaglia, condotto impunemente e invariabilmente impunito. Siria, Sudan, Ucraina e Gaza sono solo gli esempi più recenti”.

“Sfortunatamente – aggiunge – ciò che manca al mondo sono dei leader politici audaci, umani e dotati di principi, soprattutto tra le maggiori potenze che hanno formulato le stesse norme umanitarie che, troppo spesso, ora vengono ignorate. Gli interessi della politica vengono prima della vita di medici, pazienti e civili innocenti. È, in apparenza, una moralità di convenienza. Il nostro dovere morale, non negoziabile, deve essere quello di sostenere e garantire la protezione delle strutture sanitarie, degli operatori sanitari e delle persone vulnerabili nelle zone di conflitto”.

Imparare dalla storia dell’Olocausto

Quello che sta accadendo a Gaza è frutto di “una guerra genocida” tra Hamas e l’estrema destra israeliana. Alcuni storici e opinionisti, correttamente o meno, oppure strumentalmente, evocano l’Olocausto per leggere i massacri degli israeliani come vendetta. La rivista The Lancet e il suo direttore, Richard Horton, sostengono la memoria del più grande genocidio al mondo con uno scopo differente, cioè la formazione degli operatori sanitari. “L’Olocausto – reclama Horton – merita la nostra attenzione per comprendere l’origine della moderna etica della ricerca;  per riflettere sul ruolo del medico nella società; per garantire che la medicina svolga il suo ruolo nella lotta contro il razzismo, compreso l’antisemitismo; e per sottolineare che il nostro destino condiviso è una manifestazione della nostra parentela condivisa”.

Molti medici non conoscono la storia dell’Olocausto e il ruolo centrale che, nel bene e nel male, la loro professione ha avuto durante il nazismo. “Ciò che è accaduto sotto il regime nazista ha implicazioni di vasta portata per le professioni sanitarie di oggi. Ogni dibattito sull’etica professionale sanitaria può trarre vantaggio dalla comprensione di questa storia vergognosa”, commenta l’editoriale del Lancet che presenta la Commission on Medicine, Nazism, and the Holocaust. La finalità della Commissione del Lancet è di recuperare e ricostruire la storia del nazismo e dell’Olocausto quale insegnamento dei valori indivisibili e universali dell’umanità, della dignità umana e della difesa dei diritti individuali, con l’auspicio che venga inserita in tutti i programmi di educazione sanitaria.

La Commissione, scrive Horton, si unisce alla lotta di Joseph Roth, scrittore ebreo emigrato dalla Germania a Parigi nel 1933, che “osservò la crescita strisciante del nazismo e la spaventosa indifferenza del resto del mondo”. Roth sosteneva che ogni persona “di qualunque razza” avesse “uguale valore” e che ogni scrittore dovesse “proclamare con voce forte e chiara, inequivocabilmente, la sua compassione per gli oppressi, il suo amore per il bene, il suo odio per il male”. La lotta di Roth era quella di “rimanere umani in periodi disumani”.

Gli appelli delle comunità della ricerca e della medicina

Del resto quel “rimanere umani” è connaturato alla stessa etica e deontologia dell’operatore sanitario. “Noi siamo i medici di Gaza, come siamo i medici di tutti i territori in guerra”, si legge nel comunicato stampa dell’OMCeO di Torino che si unisce all’appello della Croce Rossa internazionale per chiedere urgentemente la protezione del personale sanitario, dei pazienti e il risparmio degli ospedali. “Se esiste forse qualcosa di peggiore di una guerra, per un medico, è l’idea che ci siano feriti gravissimi e di non poterli soccorrere. Che ci siano pazienti curabili, ma non più l’elettricità e i farmaci per poterli curare. Eppure i medici, da cosa raccontano gli organi di informazione, rimangono lì, negli ospedali, sotto i bombardamenti, senza acqua, cibo, elettricità. I medici e gli infermieri non sono obbligati se non dall’etica, che è la stessa per tutti noi, a stare accanto ai pazienti, anche se non possono quasi più fare nulla per loro”.

Altre voci dal mondo sanitario e della ricerca trovano spazio in una lettera inviata al Lancet, firmata da 21 medici e scienziati di diverse nazionalità, che dichiara la loro “condanna incondizionata di tutte le forme di violenza che colpiscono qualsiasi porzione della popolazione civile, a prescindere dalla sua etnia, nazionalità e religione”, implorando i colleghi di tutto il mondo di fare altrettanto, di alzare la voce e disapprovare ogni tipo di violenza contro i civili. Ancora: “Chiediamo che sia riconosciuta la catastrofe umanitaria in corso e che ci sia la più ampia mobilitazione di protesta. Esortiamo il governo israeliano a cessare la punizione collettiva dei civili palestinesi a Gaza e ad aprire le frontiere alle organizzazioni umanitarie per fornire assistenza. Chiediamo inoltre ad Hamas di smettere di colpire la popolazione civile israeliana e di rilasciare incondizionatamente tutti gli ostaggi. Invitiamo i nostri colleghi a esercitare pressioni sui rispettivi governi affinché compiano ogni sforzo per evitare ulteriori aggressioni militari nei confronti di persone innocenti”.

Nel nostro Paese diverse società scientifiche e operatori/operatrici della sanità per la pace hanno sottoscritto la dichiarazione in favore della pace e contro la guerra in tutte le aree del mondo dell’Associazione italiana di epidemiologia e della rivista Epidemiologia & Prevenzione. Si ritiene che “la comunità scientifica sanitaria debba far sentire la propria voce a favore dell’interruzione di tutte le guerre in atto e della prevenzione di quelle future, attraverso la ricerca di soluzioni non violente efficaci, che intervengano sulle cause alla base dei conflitti, in coerenza con gli obblighi deontologici e con l’Iniziativa globale per la pace e la salute dell’Organizzazione mondiale della sanità”.

Non sono queste azioni dei punti fermi su cui poter fare affidamento e una possibile via di uscita per liberarsi dallo smarrimento, restando umani, e difendere la salute di tutti?

Redazione ilpunto
Il Pensiero Scientifico Editore


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