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Finché siamo sani siamo abituati a trascurare i segnali del corpo, le stanchezze, gli allarmi; portiamo il corpo allo stremo, convinti che quella macchina perfetta che è il nostro corpo sano possa seguirci in tutte le possibili peregrinazioni della volontà. La malattia, rompendo quell’equilibrio perfetto, ci costringe a cambiare e a prenderci cura di tutti i (dis)equilibri della nostra vita. Oggi possiamo dire che anche le città sono malate e, oltre ad essere le principali responsabili della crisi climatica, ne subiscono gli impatti in modo sempre più intenso: ondate di calore, periodi di siccità, improvvise alluvioni.

Oggi possiamo dire che anche le città sono malate.

L’impatto sulla salute dei cittadini è ormai noto. Un recente articolo pubblicato su Nature Medicine [1], realizzato dall’Istituto de salud global di Barcellona, confronta il numero di decessi in Europa attribuibili alle ondate di calore nell’estate del 2003 (circa 70.000) con quelli del 2022 (62.862). Gli autori evidenziano come, mentre l’estate del 2003 costituiva una anomalia rispetto al periodo precedente, l’estate del 2022 si colloca ormai dentro un trenddi estati sempre più calde e rischia di diventare la norma. La prima settimana di luglio 2023 si è purtroppo già confermata come la settimana più calda della storia della Terra.

Questo aumento delle temperature, anche per periodi limitati dell’anno, impatta sulle città in modo devastante. Se infatti le ondate di calore sono fenomeni transitori – + 2 o +4 gradi rispetto alla temperatura media dello stesso periodo – prevedibili e gestibili attraverso interventi mirati sulla popolazione più fragile (bambini, anziani, malati), le “isole di calore” sono una condizione strutturale delle città, dovute al modo in cui sono state costruite, progettate, organizzate.

Ecco perché è urgente intervenire in modo locale e puntuale sul corpo vivo della città, lavorando sulle superfici, sui suoli liberi, sulle infrastrutture naturali (alberi, prati, suoli, acque). La “pelle” delle città fatta di materiali duri, di cemento, di asfalto, di pietra, di lamiere, amplifica la radiazione solare riflessa da queste superfici, accresce la percezione di calore da parte delle persone e quindi i danni sulla loro salute.

Le soluzioni non ci mancano, è la volontà a fare difetto.

Non possiamo preoccuparci dell’impatto sulla salute solo quando arriva l’estate. Intervenire sulle isole di calore, anno dopo anno, con piani di mitigazione del calore che progressivamente riducano la fascia impermeabile di asfalto e cemento e aumentino la parte verde e naturale, è oggi una priorità di sopravvivenza. Non è un percorso facile, richiede coraggio e capacità di liberarci di tanti pregiudizi culturali, ma non abbiamo alternative: la crisi climatica ci sfida nei luoghi dove le persone vivono, ci chiede di reintrodurre alberi e suoli liberi dove li abbiamo persi, di provare a ripensare la struttura stessa delle città, ispirandoci alla natura. È la logica delle nature-based solution, progetti e strategie di sopravvivenza mutuate dalla natura stessa, che agiscono sui suoli urbani con interventi di riforestazione, con interventi sul sistema delle acque, sugli edifici e le facciate.

Le soluzioni non ci mancano, è la volontà a fare difetto. Si calcola fra i 5 e gli 8 gradi di differenza tra una piazza asfaltata e un’area verde con magari dell’acqua, come una fontana. Per questo gli urbanisti oggi concentrano la loro attenzione sugli usi dei suoli: piantare più alberi, ridurre il più possibile il consumo di suolo e le nuove costruzioni e de-pavimentare o de-sigillare fasce sempre più ampie di territorio, ripristinando dove possibile suolo libero. La rimozione di asfalto e cemento e la sostituzione con pavimentazione drenante, cool materials o vernici termo-riflettenti, con pavimentazione in legno, in terra battuta, calcestruzzo o asfalto colorato, può incidere in modo determinante sul nostro benessere.

Azioni facili e alla portata di tutte le amministrazioni ma che purtroppo si scontrano con pregiudizi culturali legati ad un’idea di decoro urbano che predilige l’asfalto e il cemento ovunque. Mentre lavorare sulla presenza di vegetazione consentirebbe di ridurre la temperatura di interi quartieri “grazie alla evo-traspirazione, ossia l’evaporazione del vapor d’acqua di prati, arbusti, alberi ecc., che comporta la riduzione della temperatura dell’aria. Lo stesso fenomeno si ha in presenza di specchi d’acqua, fontane, laghi o fiumi. Inoltre, le alberature consentono di creare zone d’ombra più fresche” [2]. La vegetazione non può essere solo concentrata in parchi e giardini ma deve coinvolgere sempre di più le corti interne, i filari delle strade, le coperture degli edifici e il verde verticale; tutte soluzioni che oggi dovrebbero far parte del bagaglio di lavoro di architetti e urbanisti.

Migliorare la manutenzione del verde, la cura delle alberature urbane è una priorità che tutte le politiche di mitigazione dovrebbero darsi.

Le piante, infatti – così scrive da anni il neurobiologo vegetale Stefano Mancuso – sono la soluzione più concreta al problema del riscaldamento globale per la loro capacità di assorbire anidride carbonica e di liberare ossigeno, non hanno solo una valenza estetica e monumentale ma etica e di salute pubblica. Gli alberi vanno ovviamente piantati in maniera corretta, vanno scelte le specie arboree più utili a mitigare gli effetti dell’inquinamento e delle isole di calore ma anche quelle più capaci di resistere allo stress della vita urbana. Gli alberi non sono nati per stare contenuti entro asfittiche aiuole, hanno bisogno di terra, di spazio per le radici, di prossimità con altri alberi. I continui cantieri, i lavori edili, il rifacimento delle strade impattano pesantemente sulla salute degli alberi, e possono avere un impatto più o meno forte sull’apparato radicale sotterraneo. Ce ne siamo accorti con le recenti piogge estive su Milano, quando più di 400 alberi sono caduti sotto la forza del vento e delle piogge. Prendersi cura della salute degli alberi e della compatibilità delle loro vite in contesti molto antropizzati evita che le piante si trasformino in un pericolo per la vita delle persone. Migliorare la manutenzione del verde, la cura delle alberature urbane è una priorità che tutte le politiche di mitigazione dovrebbero darsi.

Ma c’è un’ultima questione degna di attenzione. Isole di calore e piogge torrenziali sono due aspetti dello stesso problema, per questo la sfida urbanistica più importante oggi consiste nel rendere le città più spugnose (sponge cities, in inglese), porose, capaci di reagire agli eventi climatici estremi e di utilizzare con lungimiranza le risorse idriche a disposizione. Alle alluvioni e alle piogge torrenziali alternate a periodi di siccità si può rispondere solo con alberi, tetti verdi, aiuole, parchi, stagni o laghi, ma anche con strade sterrate, sabbia e altre superfici permeabili in grado di assorbire velocemente l’acqua e di rallentare il deflusso superficiale. 

Isole di calore e piogge torrenziali sono due aspetti dello stesso problema, per questo la sfida urbanistica più importante oggi consiste nel rendere le città più spugnose.

Il concetto alla base della città-spugna è proprio questo: passare da un centro urbano impermeabile, ricoperto di colate d’asfalto e cemento, a una città con superfici porose dove è più probabile che l’acqua si accumuli in caso di tempeste particolarmente violente e la vegetazione attenua le ondate di calore e favorisce il benessere delle persone.

Elena Granata
Dipartimento di architettura e studi urbani
Politecnico di Milano

Bibliografia

1. Ballester J, Quijal-Zamorano M, Méndez Turrubiates RF, et al. Heat-related mortality in Europe during the summer of 2022. Nature Med 2023; 29:1857-66.
2. Fabbri K. Resistere meglio alle ondate di calore in città. Rivista il Mulino, 31 luglio 2023.

Docente di Urbanistica al Politecnico di Milano e vicepresidentessa della Scuola di economia civile, Elena Granata è cofondatrice di Planetb.it, gruppo di ricerca sui temi ambientali e sociali. Tra i suoi libri: Biodivercity. Città aperte, creative e sostenibili che cambiano il mondo (Firenze: Giunti 2019) e Placemaker. Gli inventori dei luoghi che abiteremo (Torino: Einaudi, 2021).


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La nota di Carlo Modonesi

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