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L’inquinamento atmosferico è la quarta causa di mortalità a livello mondiale. In Europa provoca circa 350mila decessi l’anno. Il rapporto tra la presenza di inquinanti atmosferici e l’aumento di patologie respiratorie o cardiovascolari è già stata provata in diversi studi. Il paradosso però, emerso negli ultimi anni, è che anche il settore sanitario, per come è strutturato attualmente, contribuisce all’inquinamento e al cambiamento climatico. Il 5 per cento delle emissioni umane di gas serra (anidride carbonica, metano, ozono) è attribuibile proprio ai sistemi sanitari nazionali, dagli edifici alle terapie. È opportuno dunque, se si vuole rispettare il principio del primum non nocere, che chiunque si occupi di sanità consideri il tema delle emissioni durante lo svolgimento della propria pratica medica. Allo stesso tempo però, questi vincoli non devono portare alla rinuncia di alcuni tipi di cure a causa dell’inquinamento che comportano.

Ripensare il sistema sanitario richiede piuttosto una urgente ridefinizione della valutazione complessiva dell’assistenza in termini di co-benefici. È necessario esaminare le modalità di attuazione di un’assistenza medica più rispettosa dell’ambiente che, allo stesso tempo, continui a rispondere alle sfide sanitarie, socio-economiche e finanziarie del settore. Per conciliare questi diversi approcci in un arco di tempo ristretto, è necessario costruire un consenso condiviso con il maggior numero possibile di soggetti interessati, compresi quelli della società civile. Proprio per questo il rapporto fra ambiente e salute e le strategie per preservare entrambi sono stati i temi del quarto incontro della rassegna “Scelte scomode e diritti”, organizzato dall’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Torino al Circolo dei Lettori.

A introdurre il dibattito, come nei precedenti appuntamenti, è stato il Presidente dell’OMCeO di Torino, Guido Giustetto, nelle vesti di moderatore. “Occorre capire quale può essere il contributo dei medici nella lotta al cambiamento climatico – ha affermato – con l’obiettivo di migliorare la qualità dell’aria nelle nostre città. Diverse patologie sono legate all’inquinamento, da quelle broncopolmonari alle cardiovascolari. Quello che non tutti sanno, però, è che anche altre malattie potrebbero rientrare in questo discorso, come il diabete, oppure le malattie neurodegenerative. E poi ci sono tutti gli effetti indiretti, come quelli legati all’aumento delle temperature. Un esempio sono  quei virus presenti negli animali che possano essere trasmessi con facilità all’uomo. Si è visto con la pandemia. Occorre infine essere consapevoli che anche il sistema sanitario con le sue emissioni paradossalmente contribuisce a peggiorare le condizioni di salute. Si tratta di evitare terapie ed esami inutili, mantenendo invariata la qualità delle cure. Una sfida globale”.

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Il primo ospite a districarsi in una materia così complessa è stato Roberto Mezzalama, esperto di impatto e di rischio ambientale-climatico, un tema di cui si occupa da oltre 20 anni. Il dibattito è iniziato con un approfondimento sulla qualità dell’aria nelle principali città italiane, fino al rapporto con l’innalzamento delle temperature. Un contesto piuttosto negativo: “La Pianura Padana è uno dei tre territori più critici dell’Unione Europea – ha sottolineato Mezzalama – sia per la sua conformazione geografica, che tende a trattenere i fumi caldi, sia per l’alta densità degli esseri viventi che la abitano (su cui invece si può intervenire). Parliamo di 15 milioni di persone più un numero imprecisato di animali. Un alto tasso di attività ed emissioni così è inevitabile”. La buona notizia è che rispetto a 10 anni fa, quando erano ancora presenti alcuni inquinanti come gli ossidi di zolfo e il piombo (utilizzato per la benzina), si sono fatti dei passi in avanti. Ma ancora non sufficienti: “Superiamo ancora i limiti di legge – aggiunge l’esperto – che sono sia giornalieri che annuali, per valutare gli effetti a breve e lungo termine. Il particolato, l’insieme delle sostanze solide o liquide presenti nell’aria, ha un limite giornaliero che non può essere superato per più di 35 volte all’anno. A Torino siamo già a 26 sforamenti all’inizio di marzo”. E le cause sono diverse. Quando si parla del capoluogo piemontese il 70 per cento delle emissioni di particolato deriva dal traffico, a cui si aggiungono riscaldamento, industria, agricoltura e allevamento. L’Italia è il secondo Paese in Europa per numero di veicoli: se a Berlino si contano 350 macchine ogni mille abitanti, a Torino si arriva a 600. Un inquinamento che viene confermato dall’aumento delle temperature. Durante l’inverno viviamo periodi di siccità, con una stabilità atmosferica che favorisce l’accumulo di inquinanti per tempi più lunghi (soprattutto del particolato). In estate invece il calore favorisce lo sviluppo dell’ozono, che ci protegge nella stratosfera ma non nella troposfera (parte più bassa). Il risultato? Una condizione di inquinamento perenne.

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Il dibattito si è poi concentrato sul rapporto uomo-ambiente con l’intervento di Paolo Vineis, professore di epidemiologia ambientale presso l’Imperial College di Londra. “L’uomo è l’unica specie che ha fatto del pianeta la sua nicchia evolutiva – ha esordito – una tendenza che è all’origine di tutte le conseguenze che oggi osserviamo. Siamo in debito con la Terra, di cui stiamo consumando le risorse. Sia per quanto riguarda la geosfera (metalli), sia per la biosfera (animali e piante). Il risultato è la perdita di biodiversità, conseguenza e causa di diversi aspetti che ci penalizzano”. Dalla deforestazione all’emigrazione degli animali, con nuovi incontri tra specie mai esistiti prima. Uno scambio anche di virus, con rischi pandemici. Altro problema è “la semplificazione della nostra alimentazione, che si basa sulle monoculture. Un’agricoltura nociva per il territorio, con impoverimento del suolo e uso di pesticidi (tra cui i fungicidi, che provocano resistenza agli antibiotici). Inoltre diverse ricerche provano che una dieta limitata provoca maggiori tumori nella popolazione. In questo contesto diventa fondamentale parlare di co-benefici, che oggi rientrano anche nelle politiche europee”. Azioni che creano vantaggi per tutti sotto diversi punti di vista. Ed è proprio qui che entra in campo il ruolo del medico: “Si deve considerare la salute dell’uomo e quella del pianeta, in maniera congiunta e indirizzando i pazienti. Fare più attività fisica significa usare la bici al posto dell’auto, diminuendo lo smog. Smettere di fumare si traduce in minori coltivazioni di tabacco, molto impattanti a livello di emissioni e di consumo dell’acqua”. Il medico quindi deve svolgere anche una funzione educativa, un ruolo informativo che migliori la salute delle persone mitigando i cambiamenti climatici.

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Sandra Vernero, medico e presidente dell’Associazione Slow Medicine ETS, si è invece concentrata sul paradosso che vede il sistema salute coinvolto nel problema inquinamento. “Una responsabilità stimabile al 5 per cento delle emissioni globali di gas serra – precisa la dottoressa – il doppio dell’intero trasporto aereo. Chiaramente il livello non è uguale per tutti i Paesi: gli Stati Uniti arrivano al 7 per cento, l’Europa al 4 per cento. Influiscono gli edifici, i rifiuti e le stesse cure sanitarie. Gli esami e i trattamenti che noi medici prescriviamo hanno un impatto sull’ambiente”. Una singola risonanza magnetica, ad esempio, produce la stessa CO2 di un’auto che percorre 500 chilometri. Mentre la tac equivale a 90 chilometri. Lo stesso vale per esami e farmaci/antibiotici (l’Italia è ai primi posti per numero di prescrizioni). “Per questo si inizia a parlare di ospedali green – riprende la dottoressa – ma sarà fondamentale anche il singolo professionista. Si devono ridurre i trattamenti non necessari, che oggi si attestano al 20-30 per cento del totale. Sia per la salute del paziente, che non viene esposto a inutili radiazioni, sia per l’ambiente. Noi lavoriamo da 10 anni su “Scegliere con saggezza”, un progetto internazionale lanciato negli States nel 2012 e che oggi conta 25 Paesi”. L’obiettivo è proprio quello di individuare gli esami superflui, una pratica che prima veniva applicata solo per interessi economici. “Fare troppo a volte non fa il bene del paziente, occorre riconoscere i casi ed essere consapevoli dei nostri limiti. La risonanza magnetica per il primo mal di schiena è un abuso, così come la radiografia del torace preoperatorio su un giovane”. E riducendo questi aspetti, compreso un miglior smaltimento dei rifiuti, si otterranno diversi benefici. Da un uso più appropriato delle risorse, con uno sfoltimento delle liste d’attesa, a un minor impatto ambientale. Tuttavia, secondo la dottoressa: “È importante che questa politica non venga imposta dall’alto ma che sia condivisa da medici e cittadini, che devono essere informati di tutti i potenziali benefici. Per questo inizierei a insegnare queste buone pratiche già a scuola e nelle università”.

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A cura di Nicolò Fagone La Zita
Redazione ilpunto


Facciamo il punto: scelte scomode e diritti
Cinque incontri con l’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Torino
al Circolo dei Lettori

Con il contributo di
FNOMCeO Torino

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