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Parlare di pronto soccorso privato è un controsenso, a meno che non si parli dei dipartimenti di emergenza degli ospedali privati accreditati con il Servizio sanitario nazionale. Al di là delle opinioni sul ruolo che il privato deve avere nel fornire le prestazioni sanitarie garantite dallo Stato ai cittadini italiani, è indubbio che in questo caso si tratta di pronto soccorso che accettano gli stessi pazienti dei reparti omologhi degli ospedali pubblici e che, non a caso, ne condividono i grandi problemi di affollamento, criticità degli organici e attese di giorni in barella per chi ha bisogno di un ricovero.

Diverso è parlare dei piccoli pronto soccorso privati a pagamento che con diverse denominazioni sono sorti in molte città italiane. Vengono chiamati volta per volta “ambulatori ad accesso diretto”, “ambulatori di primo soccorso”, “assistenza medica h24” e via dicendo. Basta fare un rapido giro in rete per identificare gli aspetti che li accomunano. Per cominciare, i prezzi delle diverse prestazioni non sono facilmente recuperabili sui siti web. È chiaro però che esiste una tariffa base per la prima visita (in genere di circa 150 euro) e che le eventuali ulteriori indagini (laboratorio, radiografie, ecografie e altro) vanno pagate in aggiunta. Con tutto il rispetto per la deontologia dei colleghi, resta il dubbio che i medici – come peraltro avviene nel pubblico (ma a costo zero per i pazienti!) – tendano a tutelarsi proponendo a volte esami in eccesso per confermare la loro ipotesi diagnostica. Si potrebbe dunque entrare pensando di spendere 150 euro e uscire avendone spesi tre volte tanti. Questo però non è il problema principale. Fa parte del gioco e chi decide di giocare ne deve accettare le regole e conoscere i trucchi. Altri aspetti, più importanti, mancano della necessaria chiarezza. Cosa succede se ci si accorge che il/la paziente ha un problema più grave del previsto e deve essere ricoverato in ospedale? Verrà proposto anche un ricovero a pagamento? E in caso di trasferimento, su chi ricadrà il costo del trasporto in ambulanza? È chiaro che in ogni caso il costo clinico di una diagnosi o di un intervento ritardato ricadrà tutto sulle spalle, e sulla salute, del/la paziente. È forse per queste ragioni che recentemente molti ambulatori di pronto soccorso richiedono che si chiami telefonicamente la struttura prima di presentarsi. Sarà così possibile selezionare, ancora prima di vederli, i pazienti “giusti”, quelli con problemi minimi, a basso rischio di errore e, se possibile, più redditizi.

Tutto questo premesso, penso che sia necessario fare chiarezza sui due aspetti che sono stati più discussi sui media. Da parte delle strutture, l’affermazione che i pronto soccorso a pagamento ridurranno gli accessi verso quelli tradizionali. Da parte dei media, le voci critiche che si scandalizzano per quest’ultima invasione del privato in sanità.

Ogni anno si presentano nei pronto soccorso italiani circa 20 milioni persone. Per ridurre del 5 per cento il sovraccarico di lavoro, bisognerebbe che i poliambulatori privati dell’urgenza visitassero almeno un milione di pazienti all’anno.

La riduzione degli accessi dunque. Ogni anno le persone che si presentano nei pronto soccorso italiani sono circa 20 milioni. Per avere un minimo impatto sul sovraccarico di lavoro, diciamo per esempio ridurlo del 5 per cento, bisognerebbe che i poliambulatori privati dell’urgenza visitassero almeno un milione di pazienti all’anno. Si tratta di una cifra superiore di almeno un ordine di grandezza a quella che, anche nelle più ottimistica delle ipotesi, le aziende del privato riusciranno mai a raggiungere. Per di più, i pazienti “sottratti” ai pronto soccorso veri (gli unici ai quali dovrebbe essere concesso di chiamarsi così) sono pazienti affetti da problemi minori, se non minimi, mentre è chiaro a chiunque lavora in questi reparti che il loro sovraffollamento è dovuto prevalentemente alla difficoltà di gestire i pazienti più anziani e complessi e ai lunghissimi tempi necessari per il ricovero.

Sull’altro versante, non vedo davvero ragione di scandalizzarsi. Il privato offre prestazioni a pagamento per qualunque aspetto della sanità. Se oggi si vuole avere un’ecografia o una TAC in tempi rapidi, se si vuole essere visitati da un cardiologo o da un oculista senza attendere settimane o mesi, l’unica strada è quella di pagare di tasca propria il costo della prestazione. Per non parlare degli interventi chirurgici nelle cliniche private, delle stanze singole, dell’accesso h24 dei familiari. Tutte cose che discriminano pesantemente tra chi ha e chi non ha, tra chi può e chi non può. È chiaro che le condizioni di emergenza non possono sottostare a questo ricatto economico, ma come abbiamo visto, i sedicenti Pronto Soccorso a pagamento tutto vedono tranne che le emergenze.

Non è dell’esistenza dei pronto soccorso privati che dobbiamo preoccuparci, ma della profonda crisi di quelli pubblici.

Nulla di cui scandalizzarsi dunque? Al contrario, se si decide di leggere il fenomeno dei pronto soccorso privati per quello che effettivamente è: un grave sintomo di un Servizio sanitario nazionale che perde i pezzi e che è sempre meno in grado di rispondere ai bisogni prioritari dei cittadini. Non è dunque dell’esistenza dei pronto soccorso privati che dobbiamo preoccuparci, ma della profonda crisi di quelli pubblici.

Daniele Coen
Già direttore Medicina d’urgenza e pronto soccorso
Ospedale Niguarda Ca’ Granda

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