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La cronaca quotidiana ci informa di crescenti agiti violenti di cui sono vittime figure di donne e autori figure di uomini. Pare non esista limite a questo tipo di male, che trova ulteriore nutrimento nella violenza delle bande minorili e in prevaricazioni per motivi fondati su differenze di genere e di orientamento sessuale, di colore della pelle, di scelta religiosa e nei sempre più frequenti episodi di giustizia “fai da te” registrati dalla cronaca.

Individuati i protagonisti e le vittime, ci si scatena a fornire interpretazioni, spiegazioni, rimedi, a proporre leggi e decreti che prevedono l’inasprimento delle pene e l’introduzione di nuove sanzioni. Il comportamento violento, nel frattempo, non cambia, anzi tende ad aumentare quali-quantitativamente.

Una premessa doverosa

Premetterò alcune considerazioni che faranno da sfondo allo sviluppo di questo tema in cui cercherò di collocare mie considerazioni e conclusioni.

Tutte le teorie che si sono succedute nel tempo (bio-antropologiche, costituzionalistiche, psicologiche, sociologiche, culturali, ecologiche, radicali e via dicendo, fino alle teorie neuroscientifiche, neuropsicologiche, le ricerche di genetica molecolare, i dati ricavati da protocolli, questionari, interviste, strumenti di valutazione e di predizione e via dicendo) hanno solo fornito risposte parziali sull’intima natura del comportamento violento e non hanno portato nessuna conoscenza di rilievo per la sua comprensione e valutazione.

Incidere sui sintomi di scompenso psicopatologico non è la stessa cosa che intervenire sugli agiti dimostrativi o sulle condotte di disturbo prive di substrato psicopatologico.

In particolare: nei casi in cui sono stati accertati e diagnosticati disturbi di natura psichiatrica, è fondamentale saper discriminare:

• i fattori di rischio individuali riconducibili a tratti di personalità, apprendimenti differenziali, associazionismo criminale (fattori criminogenici), di competenza non clinica, bensì giudiziaria

• rispetto a fattori di rischio non correlati al comportamento criminale, bensì a disturbi psichiatrici (fattori non-criminogenici) di competenza non giudiziaria, bensì clinica.

Spesso è un discorso di “e” “e” piuttosto che di “o” “o”; di prevalenza cioè degli uni sugli altri, quello che induce ad assumere un provvedimento sanitario piuttosto che giudiziario, molte volte errando nell’eccedere nei “ricoveri” nei servizi sanitari esistenti sul territorio piuttosto che negli “internamenti” in Rems (residenze riservate ai socialmente pericolosi) o nelle “reclusioni” negli attuali istituti penitenziari.

Incidere sui sintomi di scompenso psicopatologico non è la stessa cosa che intervenire sugli agiti dimostrativi o sulle condotte di disturbo prive di substrato psicopatologico.

Occuparsi del caso individuale, comprendere il contesto

Ma lasciamo da parte problemi di stretta competenza specialistica e ricollochiamo il discorso nella realtà del caso individuale, la cui unicità di storia di vita conferisce a esse senso e significato. Per fare ciò, per occuparsi di persone concrete e di casi concreti, cioè, occorre uscire dalla dimensione del “laboratorio di ricerca” in cui si costruiscono più o meno dotte teorie, per collocare il tema complessivo su di uno sfondo di comprensione di ordine sociale, culturale e storico.

(Ri)trovarne unitarietà e senso attraverso un sistema aperto e integrato di lettura, e non procedendo attraverso approcci settoriali che cristallizzano la complessità della sofferenza inferta e subita in rigide gabbie mono-fattoriali, è dunque il tema che cercherò di svolgere in queste poche righe, ponendo problemi piuttosto che fornendo risposte.

La comprensione del male inferto o subito deve aprirsi sull’importanza dei fattori relazionali, ambientali, sociali e culturali, che, anche se non determinanti, concorrono al verificarsi di eventi delittuosi o patologici.

L’integrazione dei saperi induce a sostenere che – al di fuori di casi al “limite” – non possiamo costruire sempre e solo teorie individuo-centriche, ma dobbiamo prendere atto che certe espressioni devianti e criminali sono proprie del mondo nel quale viviamo pseudo-globalizzati e iperconnessi, ma soli, spesso indefiniti e fragili e incapaci di comunicare.

Ecco allora che la comprensione del male inferto o subito non si fonda su più o meno dotte classificazioni e ricorso a sofisticate esplorazioni strumentali riservate a singoli soggetti di studio, ma deve aprirsi sull’importanza dei fattori relazionali, ambientali, sociali e culturali, che, anche se non determinanti, concorrono al verificarsi di eventi delittuosi o patologici.

Il fenomeno delle bande criminali

Queste considerazioni assumono valenze particolarmente cogenti di fronte al fenomeno ingravescente delle bande criminali minorili o baby gang, costituite da giovanissimi che, possedendo caratteristiche di fragilità psicologiche analoghe e provenendo da esperienze di disagio economico, sociale e culturale simili e da apprendimenti differenziali in aree sottoprivilegiate, tendono a unirsi fra loro con la finalità di commettere azioni devianti o chiaramente delinquenziali. Tale propensione è aggravata anche dalla cattiva utilizzazione delle reti informatiche o dall’uso inappropriato di un social network come TikTok, Instagram o Facebook, come nel caso della costituzione di bande criminali con finalità di terrorismo, che coinvolgono anche minori. Spesso invece è la noia, intesa come il vuoto psicologico di una esistenza priva di valori una delle motivazioni prevalenti che spinge gli adolescenti ad abbandonare prestissimo la scuola e a vivere in branco sulla strada e li induce a commettere azioni violente contro il malcapitato coetaneo o ad aggredire l’adulto di passaggio con botte o coltellate, per dimostrare la loro virilità perversa.

La pericolosità delle bande criminali minorili in Italia, soprattutto di quelle che con la minaccia di coltelli rapinano gli smartphone, gli orologi e il denaro di coetanei sulla pubblica via, è oggi percepita in forte aumento dalla stragrande maggioranza dei cittadini.

La violenza domestica e di genere

L’altro settore che crea da qualche tempo particolare allarme sociale, perché finalmente denunciato, è quello della violenza esercitata sulla donna nell’ambito della vita domestica e fuori di essa (stalking, mobbing e via dicendo) e la violenza di genere.

Nel luglio 2019 è diventato legge il cosiddetto codice rosso recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”. Esso si compone di 21 articoli che prevedono procedimenti penali più veloci per prevenire e combattere la violenza di genere modificando il codice penale e di procedura penale e dettando altre disposizioni in tema di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere.

Le buone intenzioni che animano certa classe politica e il legislatore, però, sono vanificate dalla quotidiana drammaticità del ripetersi di certi fatti delittuosi e dal limitarsi a vedere nell’autore dei comportamenti dianzi esemplificati un paradigmatico interprete di questa dinamica violenta, perversa e socialmente anomizzante che connota il nostro tempo: autore che vorremmo fosse isolato e sequestrato nel suo contesto di vita e un po’ degradato attraverso un’etichettatura psicopatologica confortata e arricchita da dati scientifici e predittivi, ponendo scarsa attenzione all’influenza di scenari sociali, economici e culturali che vanno sempre più liquefacendosi e perdendo di significato.

Dietro un reato non si sono cose ma persone

Provando a cambiare registro di lettura e a esplorare le dimensioni dell’“umano” di cui anche l’autore dei reati più crudeli ed efferati è fornito, possiamo renderci conto di quanto sia fittizio il convincimento che esita un mondo di contrapposti aventi una loro dignità autonoma e radicale e ai quali di volta in volta delegare causalità e responsabilità, in una sorta di improduttivo finalismo auto-assolutorio (loro, i cattivi che fanno il male, noi, i buoni che ci riteniamo immuni dal farlo).

Eppure meccanismi di contrapposizione e di non coesione caratterizzano vieppiù il sostanziale malfunzionamento dei rapporti intra- e interpersonali e sono al servizio della progressiva disumanizzazione della nostra società. Emblematici, a tal proposito, sono i comportamenti sessuali violenti, in cui autore e vittima sono “cosificati” e fusi nella perversione comportamentale.

La conoscenza di questi accadimenti deve essere  frutto di una gestione integrata, solidale e condivisa tra diversi saperi sui quali poter riflettere, implementandoli e armonizzandoli gli uni con gli altri e rispettandone reciproche autonomie, diversità e identità.

È pertanto indispensabile (ri)costruire – nel tempo – una relazione significativa con l’“Altro-Persona” e non con “Esso-Cosa”, fatta di ascolto, rispetto, compartecipazione e comprensione per cogliere i significati profondi di una sofferenza agita o subita.

In una prospettiva di reciproca integrazione, non deve più esistere una conoscenza del comportamento criminale e violento in specie che sia frutto di una narrazione unilaterale, destoricizzata, sterilizzata e depurata di contrapposizioni e di contraddizioni e che implichi sempre e solo l’invocazione dell’inasprimento delle pene o l’invenzione di altre categorie di reati da sanzionare.

È necessario, invece, che la conoscenza di questi accadimenti sia frutto di una gestione integrata, solidale e condivisa tra diversi saperi sui quali poter riflettere, implementandoli e armonizzandoli gli uni con gli altri e rispettandone reciproche autonomie, diversità e identità.

“Come mai” esiste la violenza

Anche una lettura “integrata” del disagio giovanile a fini preventivi e rieducativi, non solo sanzionatori, non può prescindere da considerazioni sulla incultura, la conflittualità sociale, l’anomia politica, la predicazione violenta di miti e mete, la confusiva progettualità, che rendono precari e privi di valori molti progetti di vita, specie quando investite sono classi sociali disagiate e sotto privilegiate o non integrate, nelle quali è molto faticoso trovare uno spazio di vita che non sia delinquenziale e non favorisca l’uso di mezzi illeciti.

È inutile negarlo: poco o tanto, più o meno, il comportamento violento piuttosto  che quello virtuoso esercita la sua attrazione su ciascuno di noi; e se nel mondo c’è tanto male è perché le persone ne fanno tanto di male, attraverso le mille espressioni che esso può assumere e che non sono solo quelle della distruttività direttamente espressa, ma sono soprattutto quelle della violenza occulta, mascherata e indiretta (l’indifferenza, la solitudine fredda e vuota, il disprezzo, il silenzio scontroso, l’umiliazione, la mancanza di rispetto, la competizione impietosa, la condiscendenza dileggiante, l’autoritarismo fine a se stesso, l’assenso degradante, i rapporti affettivi ed interpersonali instabili e fluttuanti, il mobbing; lo stalking; gli atti vessatori e persecutori; la violenza di genere e quella intrafamiliare).

Di questo individualismo imperante in tutte le classi sociali dobbiamo avere chiara consapevolezza e dobbiamo tenerne conto, anche quando crediamo di aver potuto stabilire relazioni significative tra temperamento, cervello, “bios” e funzionamento individuale, conforme o difforme.

Occorre invece ritrovare e riaffermare l’unitarietà del comportamento umano, in cui la negata o minimizzata coesistenza di opposti (la faccia nascosta della luna) che implica la coesistenza in ogni persona di sentimenti, emozioni, pensieri di opposto significato (bene e male, sanità e malattia, relazione e perversione, odio e amore, vita e morte, creatività e distruttività, tenerezza e violenza, compassione e rivalità) dal cui bilanciamento dinamico o dalla cui disarmonia e dissonanza derivano i nostri “stili di vita”, conformi o difformi che siano impedisce di comprendere la nostra complessità, particolarmente in questo nostro tempo in cui a livello sociale e culturale si sono generate esperienze di vita contraddittorie, conseguenti alla sempre minore possibilità di disporre di istituzioni, di personaggi e di assetti coesivi e riparatori.

Pertanto, solo un rinvigorito senso di appartenenza, di solidarietà e di corresponsabilità può andare oltre il tema dei “perché” e aprire la vasta e complessa problematica del “come mai” esiste il fenomeno “violenza” per come noi lo conosciamo o ci viene presentata dai mass media o dalla Rete, riflettendo sugli spunti che esso stesso ci fornisce.

Non è certo con il solo diritto penale e provvedimenti repressivi che si possono promuovere cambiamenti sociali e affermare valori, doveri e diritti.

Guardare oltre la punizione

Certamente la minaccia della carcerazione, l’inasprimento delle pene, e altri simili provvedimenti che potenziano una indispensabile e irrinunciabile forma di controllo sociale possono esercitare una deterrenza a breve termine, ma non pongono un rimedio sostanziale alla commissione di reati, specie in ambito familiare e minorile, dove la punizione fine a sé stessa non serve, se non è accompagnata da un’azione corale che incida sul fenomeno da un punto di vista sociale e culturale.

Non è certo con il solo diritto penale e provvedimenti repressivi che si possono promuovere cambiamenti sociali e affermare valori, doveri e diritti: li si devono però proteggere, sanzionando i trasgressori, che spesso invece godono di provvedimenti blandi e non incisivi nell’affermare con fermezza che la legge deve essere rispettata e che il comportamento delinquenziale ha un costo che deve essere tempestivamente ed efficacemente pagato.

Non si può però porre riparo ai molteplici comportamenti che possono violare la libertà propria e altrui, al patto infranto, al danno provocato o patito, solo con le leggi e gli obblighi che da esse derivano, se non sul breve periodo, in una situazione di emergenza che esige il ristabilire il patto sociale infranto.

Sul medio-lungo periodo sono indispensabili azioni “altre” che ricucino funzionamenti individuali e di gruppo violati e lacerati e si propongano come strumenti di formazione, di trasformazione e innovazione sociali e culturali.

Si tratta di processi lenti e impegnativi che si svolgono in un tempo e in uno spazio di cui non si può disporre a proprio piacimento, ma che devono essere messi in atto contemporaneamente ai precedenti.

Solo promuovendo la crescita nella cultura, nella solidarietà, nel rispetto, nell’aggregazione con gli Altri e nella libertà di dare e ricevere si può ottenere la piena applicazione critica e consapevole di quelle regole che i padri costituzionali hanno posto alla base della nostra democrazia.

Educare per prevenire

È necessario ricordare che la prima forma di prevenzione è senz’altro l’educazione intesa come:

Ma innanzi tutto occorre sapere che dietro a tutti i comportamenti violenti esiste una mancanza di educazione al rispetto per la persona umana, educazione che dovrebbe essere svolta da genitori e insegnanti in primis fin dall’infanzia per poi procedere per tutta la vita individuale e sociale attraverso ogni mezzo di informazione e di socializzazione.

Educazione che è un fatto di cultura e di trasmissione e condivisione di valori individuali e sociali, non vicariabile attraverso l’enfasi sull’uso del braccialetto elettronico, il ricorso alle misure cautelari personali, l’inasprimento delle pene, e consimili provvedimenti sanzionatori.

Solo promuovendo la crescita nella cultura, nella solidarietà, nel rispetto, nell’aggregazione con gli Altri e nella libertà di dare e ricevere si può ottenere la piena applicazione critica e consapevole di quelle regole che i padri costituzionali hanno posto alla base della nostra democrazia.

Ugo Fornari
Neuropsichiatra e medico legale
Già professore ordinario di psicopatologia forense
Università degli studi di Torino


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