DSA: nuove frontiere per la ricerca e la clinica
Una conversazione con Giacomo Stella
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Una conversazione con Giacomo Stella
Foto di Cottonbro studio - Pexels
Il tema dei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) continua ad essere al centro del dibattito pubblico. Si discute, in particolare, della necessità di un approccio più scientifico e meno emotivo alla questione, della formazione di docenti e medici, e dell’importanza degli strumenti tecnologici nel supporto agli studenti con DSA. Le polemiche riguardano anche le modalità di valutazione scolastica e l’inclusione di questi studenti nei percorsi di apprendimento tradizionali.
Per fare chiarezza su questi argomenti, abbiamo intervistato Giacomo Stella, uno dei massimi esperti italiani in materia. Professore di psicologia clinica e fondatore dell’Istituto di ricerca sulla dislessia evolutiva, Stella ha dedicato la sua carriera allo studio delle difficoltà di apprendimento, contribuendo significativamente alla ricerca scientifica e alla divulgazione su questi temi.
In questa intervista affrontiamo con lui le sfide legate alla narrazione dei DSA, il ruolo dei medici e degli insegnanti, il contributo della tecnologia nel migliorare la qualità della vita di chi presenta queste condizioni e l’importanza di una corretta gestione medica per il loro benessere complessivo, sia nella vita quotidiana che in ambito scolastico.
Negli ultimi giorni si è discusso della necessità di un approccio più scientifico e meno emotivo ai DSA. Qual è la sua opinione in merito?
I DSA non sono disturbi legati a una lesione cerebrale (almeno nella maggior parte dei casi), bensì a specifiche anomalie di tipo citoarchitettonico che influenzano la funzionalità di alcuni circuiti neuronali, come dimostrano le moderne tecniche di neuroimaging. La narrazione sui DSA ha seguito, però, traiettorie particolari. Si è spesso cercato di elencare personaggi illustri, talvolta senza prove, che si suppone fossero portatori di DSA, con l’intento di lanciare un messaggio positivo. Tuttavia, questa strategia può essere problematica: da un lato, i bambini possono percepire che solo i “geni” sono veri dislessici; dall’altro, non sempre è possibile verificare la veridicità di queste attribuzioni storiche. Inoltre, c’è il rischio che un dislessico non plusdotato provi una doppia frustrazione. Preferisco una narrazione basata su esperienze reali e concrete, come quelle raccolte nella medicina narrativa. Un esempio è il recente docufilm su una ragazza dislessica che ha avuto successo nella danza sportiva (“Anna e la danza” tratto dal libro “Doppio passo” di Anna Allegretti e Anna Cherubini, ndr), in cui viene raccontato il suo percorso con sincerità, compresi gli ostacoli e le difficoltà affrontate. Questo approccio è più utile perché offre una prospettiva realistica sulle difficoltà e sulle strategie di compensazione adottate, senza creare aspettative irrealistiche. Inoltre, oggi disponiamo di una vasta letteratura neuroscientifica che ci permette di comprendere meglio il disturbo e di renderlo più chiaro dal punto di vista informativo.
La creazione di linee guida condivise, che definiscano criteri diagnostici standardizzati e strategie di intervento precoce, rappresenterebbe un passo fondamentale per migliorare l’efficacia del sistema di identificazione e supporto per i bambini con DSA.
Qual è il ruolo dei medici e dei pediatri nella diagnosi precoce e nel miglioramento della qualità della vita dei ragazzi con DSA?
I pediatri e i medici di base hanno un compito chiave nel riconoscimento precoce dei segnali predittivi dei DSA, grazie alla loro posizione privilegiata nel monitorare lo sviluppo neurocognitivo dei bambini fin dai primi anni di vita. Numerosi studi evidenziano che alcuni fattori, come i ritardi nello sviluppo del linguaggio, difficoltà nella coordinazione motoria fine e deficit nella memoria fonologica, possono rappresentare indicatori precoci di una possibile diagnosi di dislessia o altri disturbi dell’apprendimento.
In diversi Paesi europei sono già stati implementati programmi di screening basati su test neuropsicologici di rapida somministrazione, volti a identificare i bambini a rischio già in età prescolare. L’obiettivo di questi protocolli è favorire un intervento precoce, permettendo ai bambini di accedere a strategie di supporto educativo prima che si manifestino difficoltà scolastiche conclamate, riducendo al tempo stesso il rischio di impatto psicologico negativo, prevenendo il senso di frustrazione e il conseguente calo dell’autostima che spesso accompagnano i disturbi non riconosciuti. È quindi fondamentale che il medico sia sempre un punto di riferimento per la famiglia, fornendo informazioni affidabili sulle strategie di supporto disponibili e sulle agevolazioni previste dalle normative. Esistono strumenti come il “One minute reading test” o le batterie di valutazione delle abilità metafonologiche possono fornire indicazioni utili già a partire dai 4-5 anni, aiutando i pediatri a segnalare i casi sospetti ai servizi di neuropsichiatria infantile o ai centri specializzati. Tuttavia, l’integrazione di questi strumenti nei protocolli standard di assistenza pediatrica è ancora limitata da fattori organizzativi ed economici. La creazione di linee guida condivise, che definiscano criteri diagnostici standardizzati e strategie di intervento precoce, rappresenterebbe comunque un passo fondamentale per migliorare l’efficacia del sistema di identificazione e supporto per i bambini con DSA.
Professore, secondo lei la tecnologia può essere un reale supporto per i ragazzi con DSA?
La tecnologia rappresenta un’opportunità fondamentale per gli studenti con DSA, compensando le difficoltà legate alla lettura e alla scrittura. Tuttavia, permane una resistenza culturale all’adozione di strumenti compensativi. L’uso della tecnologia non deve essere visto come un vantaggio ingiusto, bensì come una necessaria personalizzazione dell’apprendimento basata sulle esigenze individuali. La scuola italiana fatica ad accogliere le innovazioni didattiche e a comprendere che i dispositivi tecnologici non sono un mezzo per “facilitare” lo studio, ma strumenti indispensabili per garantire pari opportunità di apprendimento. L’informatica e le tecnologie compensative, come i software di sintesi vocale, le mappe concettuali digitali e i correttori ortografici avanzati, permettono agli studenti con DSA di bypassare le difficoltà computazionali legate alla decodifica della parola scritta, migliorando la comprensione e la produttività scolastica. Il vero problema non è la tecnologia, ma il modello didattico tradizionale, che non riesce a integrare le nuove modalità di apprendimento in una didattica realmente inclusiva.
Uno dei punti ricorrenti dei suoi studi è il tema della memoria di lavoro. Perché è così importante per l’apprendimento?
La memoria di lavoro è un sistema cognitivo essenziale per l’apprendimento, responsabile del mantenimento e della manipolazione temporanea delle informazioni durante attività complesse come la lettura, la comprensione del testo e il problem-solving. Un esempio pratico riguarda la dettatura di numeri in matematica: se un insegnante detta rapidamente una sequenza numerica come “1 2 4 6”, uno studente con difficoltà di memoria di lavoro potrebbe non riuscire a trattenere l’intera sequenza abbastanza a lungo da trascriverla correttamente. Questo non è un problema di attenzione, come spesso si tende a pensare, ma una reale difficoltà nella gestione delle informazioni verbali in tempo reale. Nei soggetti con DSA, una memoria di lavoro meno efficiente si traduce spesso in difficoltà nella comprensione del testo e nella gestione delle informazioni verbali. Per questo motivo, strategie di compensazione, come l’uso di mappe concettuali, organizzatori visivi e strumenti tecnologici, risultano fondamentali per ottimizzare l’apprendimento e ridurre il carico cognitivo.
La sfida futura è garantire un cambiamento culturale nella scuola, superando un modello rigido che non tiene conto delle differenze individuali.
Quali sono le principali sfide future per il riconoscimento e il supporto di queste neurodiversità?
La sfida più grande è stata far riconoscere i DSA come disturbi specifici dell’apprendimento, distinti dal ritardo mentale e dai problemi psicologici. Grazie alla ricerca e alla divulgazione, oggi esistono interventi didattici e terapeutici specifici per supportare questi studenti. Tuttavia, la sfida futura è garantire un cambiamento culturale nella scuola, superando un modello rigido che non tiene conto delle differenze individuali. La personalizzazione dell’insegnamento non è solo una necessità per chi ha un DSA, ma rappresenta un punto di svolta per una scuola davvero inclusiva e scientificamente fondata.
A cura di Rosa Revellino
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