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La gestazione surrogata consiste in un contratto stipulato tra una persona o coppia con una donna gestante nel cui utero viene impiantato uno o più embrioni; per questo, la pratica viene anche chiamata “utero in affitto”. Alla nascita, che spesso avviene con parto cesareo, il bambino viene immediatamente staccato dalla gestante e consegnato ai genitori d’intenzione. Almeno uno dei due è anche il genitore biologico mentre la surrogante non è quasi mai la sua madre biologica, in quanto l’ovulo appartiene alla madre di intenzione o proviene da una fornitrice anonima. La riproduzione è segmentata in momenti: il prelievo di ovuli e di sperma, la fecondazione in vitro, l’impianto nell’utero, il parto e il prelievo del neonato. È facile intuire come un bambino possa arrivare ad avere fino a tre madri (fornitrice di ovuli, surrogante e madre di intenzione) e due padri (fornitore di sperma e padre di intenzione).

I contratti per gestazione surrogata sono documenti legali molto dettagliati, dove vengono precisati gli obblighi delle parti. Il comportamento della surrogante nel corso della gravidanza può essere descritto nei minimi dettagli; luogo di abitazione, controlli medici, tipo di alimentazione, attività fisica e sessuale, assunzione di farmaci: ogni aspetto della vita durante la gravidanza viene regolamentato secondo le preferenze dei genitori di intenzione e la surrogante deve adeguarsi pena l’annullamento del contratto. Inoltre, il contratto dettaglia tutti gli oneri finanziari a carico dei genitori di intenzione e spesso prevede un compenso per la surrogante, quasi sempre rilasciato a tranche durante le fasi della gravidanza. Per evitare di corrispondere un salario contro la consegna di un essere umano, alcune legislazioni prevedono il compenso sotto forma di rimborso spese, ma quest’ultima formulazione rende molto sfumata la distinzione tra surrogata commerciale e altruistica.

Mentre il principio di dare una famiglia ad un bambino ispira l’adozione, nella gestazione surrogata tale principio è ribaltato poiché si dà un bambino ad una famiglia.

In Italia la gestazione surrogata e qualsiasi forma di pubblicità al riguardo sono illegali dal 2004 ma, poiché siamo immersi in un mondo globale, non è difficile realizzare all’estero quel che da noi è vietato. Nei Paesi in cui la surrogata commerciale (con compenso) o altruistica (con rimborso spese) è legale, i servizi sono svolti da agenzie broker presenti su Internet e facilmente rintracciabili da Paesi in cui è vietata. Queste agenzie, con sede legale in Paesi dove la surrogata è permessa, si occupano di selezionare e reclutare le surroganti (anche da altri Paesi), redigere i contratti, vigilare che i termini siano rispettati dalle parti, organizzare i viaggi dei genitori di intenzione e coordinare i tempi del parto e della consegna del neonato.

Mentre il principio di dare una famiglia ad un bambino ispira l’adozione, nella gestazione surrogata tale principio è ribaltato poiché si dà un bambino ad una famiglia. Dal punto di vista del bambino o della bambina che nasce, la gestazione surrogata è estraniante in quanto la presenza di una donna che l’ha portato o portata in utero e partorito è cancellata dalla sua biografia. In alcuni casi le surroganti restano in contatto per un periodo con i committenti, ma è raro che entrino a far parte della vita del bambino o della bambina. Del resto, la gestazione surrogata è un contratto, da una parte per realizzare il desiderio di diventare genitori, e dall’altra per ottenere una remunerazione; il contratto ha termine con la consegna del neonato. 

Con l’accettazione sociale della gestazione surrogata si normalizza l’idea che un neonato umano si forma e nasce da un’incubatrice di carne.

Dal punto di vista della donna, la pratica è alienante perché per nove mesi ella deve crescere dentro di sé un feto che non diventerà mai suo figlio. La surrogante viene istruita a non stabilire un rapporto emotivo con il feto: ad esempio, non deve prestare attenzione ai suoi movimenti, né accarezzarsi la pancia. Al contempo però deve seguire tutte le prescrizioni stipulate nel contratto per contribuire alla salute e al benessere del feto. Per essere reclutata come surrogante la donna deve essere già madre, quindi i suoi figli non conosceranno mai il fratello o la sorella che la madre avrà portato nella pancia per nove mesi.

Non sappiamo cosa questa pratica procreativa comporterà per le nuove generazioni, per esempio nelle relazioni tra figli e genitori o nel processo di costruzione della propria identità e storia familiare. Sappiamo però che con l’accettazione sociale della gestazione surrogata si normalizza l’idea che un neonato umano si forma e nasce da un’incubatrice di carne. Non è un caso che uno degli argomenti usati per promuovere l’ectogenesi è proprio quello di superare le pratiche alienanti della surrogata e i rischi per la salute della donna, ancora ampiamente ignoti.

Consuelo Corradi
Docente di Sociologia generale
Università LUMSA di Roma

Daniela Bandelli
Ricercatrice in Sociologia generale
Università LUMSA di Roma


Un confronto aperto sulla gestazione per altri

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