Log in

Ops! Per usare il Centro di Lettura devi prima effettuare il log in!

Password dimenticata?

Non hai un account? Registrati

Registrazione

Sei un essere umano?

Hai già un account? Log in

Cerca nel sito…

Reset

  • È necessario aprire un dibattito pubblico sulle strutture carcerarie che ne metta veramente in discussione l’efficacia e l’adeguatezza.
  • Il diritto alla cura e alla salute è uno dei tanti aspetti su cui avviare una sincera critica su come funzionano le carceri oggi.
  • Esistono delle disposizioni regionali riguardanti i servizi sanitari penitenziari ma, ad oggi, non sono messe in pratica.
  • L’eccessivo ricorso a terapie farmacologiche, con un uso massiccio di psicofarmaci, solleva dubbi sull’efficacia e sull’appropriatezza delle cure erogate nelle carceri.

La città di Torino, tra le prime in Italia, si è dotata nel 2004 della figura del Garante Cittadino dei diritti delle persone private della libertà personale. A tale iniziativa ha fatto seguito negli anni una costante attività di presidio e divulgazione sui temi della privazione della libertà che ha consentito di fare emergere sempre più la problematica esigibilità dei diritti e la complessità delle condizioni delle persone in stato di detenzione. Tutto ciò è stato possibile mediante una frequente presenza nei luoghi cittadini nei quali si concentrano i dispositivi di reclusione, in primo luogo la Casa circondariale Lorusso e Cutugno, l’Istituto penale per minorenni Ferrante Aporti, le Camere di sicurezza, il Reparto ospedaliero delle Molinette e ultimo, ma non ultimo, il Centro di permanenza per il rimpatrio.

Siamo sempre più convinti che si dovrebbe aprire un dibattito pubblico, non tanto su quali correttivi apportare a un modello detentivo che si presume teoricamente adeguato, bensì su come metterlo in discussione.

Sono tutti luoghi che, ciascuno con specifiche peculiarità, interrogano in ordine a un efficiente ed efficace funzionamento della macchina pubblica. Da questo punto di vista siamo sempre più convinti che si dovrebbe aprire un dibattito pubblico, non tanto su quali correttivi apportare a un modello detentivo che si presume teoricamente adeguato, bensì su come metterlo in discussione, evidenziandone gli innumerevoli limiti, le incongruità, l’inefficienza e inadeguatezza in rapporto al mandato ideale e ai costi da sostenere per il funzionamento della macchina carceraria.

In ragione di questa profonda convinzione, maturata, come detto, in un percorso pluriennale, può tornare utile proporre alcune brevi riflessioni relative alla precaria praticabilità del diritto alla cura da parte delle persone detenute presso la Casa circondariale di Torino.

La prima considerazione riguarda l’estrema, annosa, difficoltà nel costruire positive interlocuzioni con le strutture apicali che sovrintendono alla dimensione sanitaria nel carcere e nella struttura vocata alla detenzione amministrativa di corso Brunelleschi. La costante assenza di dialogo testimonia di una postura istituzionale e di una cultura professionale autoreferenziali che non hanno certo giovato in questi anni di suicidi reiterati e di bisogni di cura frequentemente inevasi. Un atteggiamento, peraltro, prodromico per la dinamica di oggettivizzazione del paziente detenuto (di cui si dirà a breve) e in aperto contrasto col principio di leale collaborazione e col criterio di trasparenza che devono connotare le attività delle istituzioni. Ma su quali temi ci sarebbe quindi piaciuto misurarci? Certamente sul tema del carcere come struttura cristallizzata nella propria incongruità, che mina la salute della persona in ragione degli spazi esigui, fatiscenti, privi di luce naturale, sovraffollati e con coabitazioni determinate più da necessità logistico-organizzative che da criteri rispettosi della sfera soggettiva del detenuto; un contesto rumoroso, fumoso (nel quale i divieti al riguardo vengono quotidianamente bypassati da detenuti e personale di Polizia penitenziaria), ozioso (in cui gli organismi detenuti sono chiamati a processi adattivi dagli esiti prevedibili), avvilente per la precaria cura della dignità umana. Abbiamo cercato, inutilmente, un confronto per comprendere la lettura del proprio incarico da parte degli operatori della salute, per approfondire la logica e le modalità con cui viene esercitata la medicina nei confronti di pazienti necessitati ad abitare una condizione esplicitamente patogena.

Corre l’obbligo di segnalare l’incommensurabile diversità che caratterizza la presa in carico all’interno dei contesti detentivi.

Una seconda considerazione riguarda quella che pare una palese mancata realizzazione di quanto previsto dai deliberati della Regione Piemonte in tema di servizi sanitari penitenziari, basti pensare al disposto della Dgr n. 8-3123 del 23 aprile 2021 “Modifica della Dgr n. 26-3383 del 30 maggio 2016 di istituzione della Rete dei servizi sanitari penitenziari nella realtà piemontese”. In essa si puntualizza che “il principio guida è l’adeguamento della rete dei servizi sanitari penitenziari al modello di assistenza sanitaria territoriale previsto per i cittadini liberi”, con l’intento di “modulare l’erogazione di prestazione di assistenza sulla base delle specifiche esigenze dei ristretti, attraverso un modello di risposta fondato su una maggiore flessibilità quali-quantitativa degli interventi”. È del tutto evidente che, ammesso e non concesso che si sia tentato realmente di conseguire tali obiettivi, la missione è fallita. Tralasciando le valutazioni, in verità estremamente urgenti e attuali, in ordine allo stato di salute dell’assistenza per i cittadini liberi, corre l’obbligo di segnalare l’incommensurabile diversità che caratterizza la presa in carico all’interno dei contesti detentivi. I tempi di attesa per le visite specialistiche sono incompatibili con una qualsivoglia pretesa di prevenzione o di diagnosi e cura.

Non spetta certo a una Garante segnalare come la risorsa tempo giochi un ruolo di estrema importanza nel campo della salute: tempi di attesa incerti, lunghi o indefiniti e una comunicazione opaca nei confronti dei pazienti complicano la già complessa attività di cura esasperando, anche sotto il mero profilo relazionale, la dinamica paziente-sanitario. Giova inoltre sottolineare come gli spazi dedicati ai colloqui con i pazienti rimandino a scenari del secolo scorso, in un contesto da minimo sindacale che trasmette un chiaro messaggio svalutante sia per l’operatore sanitario che per la persona sofferente.

Occorre chiarire se la gran parte della popolazione detenuta accede alle strutture già affetta da severe fragilità psichiche, psichiatriche o neurologiche o viceversa se qualcosa, e che cosa, si determina con l’avvio del periodo di detenzione

Un ulteriore profilo che interroga prepotentemente riguarda il massiccio ricorso a terapie farmacologiche basate sulla somministrazione di psicofarmaci. Una recente inchiesta giornalistica di denuncia dal titolo “Fine pillola mai”, realizzata in 15 strutture penitenziarie fra cui il Lorusso e Cutugno, pubblicata dalla rivista Altreconomia, riferisce di una spesa annua per tali presidi pari a due milioni di euro e segnala un utilizzo cinque volte superiore rispetto alla popolazione generale. Tale trend pare confermarsi, in un registro di consumi anomali, anche per quanto riguarda il contesto degli istituti penali minorili, compreso il Ferrante Aporti. Il silenzio assordante che ne è seguito, privo di interventi che confutassero autorevolmente le tesi intorno a cui è stato costruito l’approfondimento giornalistico, testimonia di una criticità che meriterebbe altresì di essere analizzata con grande attenzione. Estremizzando per amor di chiarezza: occorre precisare se la gran parte della popolazione detenuta accede alle strutture già affetta da severe fragilità psichiche, psichiatriche o neurologiche o viceversa se qualcosa, e che cosa, si determina con l’avvio del periodo di detenzione.

Per essere diretti, al limite della sfrontatezza: muovendo dalla mancata interlocuzione, sopra richiamata, occorre chiarire se le terapie somministrate e gli effetti che ne derivano rispondono a puntuali e documentate esigenze di cura o se, si sottolinea il se, assolvono a esigenze altre in cui l’oggettivizzazione della persona reclusa può definirsi come un esito, se non programmato, implicitamente previsto e accettato. Un’ultima questione di natura dubitativa mi sta particolarmente a cuore e si sostanzia in una serie di semplici domande che vorrei porre a ciascun operatore della salute in ambito penitenziario: quella che sta praticando è la medicina per la quale ha studiato e si è formato? A parti invertite, e quindi nelle vesti di una persona detenuta, riterrebbe soddisfacente il livello quali-quantitativo delle prestazioni erogate? Nel caso ritenga di dare una risposta negativa alle domande che precedono, a chi ritiene si debba attribuire la responsabilità di tale situazione? In qualità di operatore della salute ritiene soddisfacente individuare nella mancanza di risorse la causa principale delle criticità che l’hanno portata a esprimere un giudizio negativo sul servizio erogato in carcere?

Un’ultima questione di natura dubitativa mi sta particolarmente a cuore e si sostanzia in una serie di semplici domande che vorrei porre a ciascun operatore della salute in ambito penitenziario:

“Quella che sta praticando è la medicina per la quale ha studiato e si è formato?”

“A parti invertite, e quindi nelle vesti di una persona detenuta, riterrebbe soddisfacente il livello quali-quantitativo delle prestazioni erogate?”

“Nel caso ritenga di dare una risposta negativa alle domande che precedono, a chi ritiene si debba attribuire la responsabilità di tale situazione?”

“In qualità di operatore della salute ritiene soddisfacente individuare nella mancanza di risorse la causa principale delle criticità che l’hanno portata a esprimere un giudizio negativo sul servizio erogato in carcere?”

La medicina prenda parola e si esprima con urgenza e in termini chiari in ordine all’esigibilità del diritto alla salute da parte dei pazienti reclusi.

Tutti temi e questioni che per la loro complessità non prevedono punti di vista e letture aprioristicamente superiori ad altre. Certamente chi fosse interessato a misurarsi con esse dovrebbe assumere una postura aperta, dialogica, disponibile al confronto. Dovrebbe soprattutto ripercorrere il Giuramento di Ippocrate che, per comodità di consultazione, riportiamo:

Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro:
– di esercitare la medicina in autonomia di giudizio e responsabilità di comportamento contrastando ogni indebito condizionamento che limiti la libertà e l’indipendenza della professione;
– di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica, il trattamento del dolore e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della dignità e libertà della persona cui con costante impegno scientifico, culturale e sociale ispirerò ogni mio atto professionale;
– di curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna, promuovendo l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute;
– di non compiere mai atti finalizzati a provocare la morte;
– di non intraprendere né insistere in procedure diagnostiche e interventi terapeutici clinicamente inappropriati ed eticamente non proporzionati, senza mai abbandonare la cura del malato;
– di perseguire con la persona assistita una relazione di cura fondata sulla fiducia e sul rispetto dei valori e dei diritti di ciascuno e su un’informazione, preliminare al consenso, comprensibile e completa;
– di attenermi ai principi morali di umanità e solidarietà nonché a quelli civili di rispetto dell’autonomia della persona;
– di mettere le mie conoscenze a disposizione del progresso della medicina, fondato sul rigore etico e scientifico della ricerca, i cui fini sono la tutela della salute e della vita;
– di affidare la mia reputazione professionale alle mie competenze e al rispetto delle regole deontologiche e di evitare, anche al di fuori dell’esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il decoro e la dignità della professione;
– di ispirare la soluzione di ogni divergenza di opinioni al reciproco rispetto;
– di prestare soccorso nei casi d’urgenza e di mettermi a disposizione dell’Autorità competente, in caso di pubblica calamità;
– di rispettare il segreto professionale e di tutelare la riservatezza su tutto ciò che mi è confidato, che osservo o che ho osservato, inteso o intuito nella mia professione o in ragione del mio stato o ufficio;
– di prestare, in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della professione.

Proprio in ragione dell’impegno a promuovere “l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute”, ritengo che sia ormai giunto il tempo che la medicina prenda parola e si esprima con urgenza e in termini chiari in ordine all’esigibilità del diritto alla salute da parte dei pazienti reclusi. Lo richiedono esplicitamente il Giuramento di Ippocrate e la vigente Costituzione.

Monica Cristina Gallo
Garante dei diritti delle persone private della libertà personale


Leggi anche

Detenuti tra diritti da tutelare ed emergenze sanitarie delle carceri
Come accorciare le distanze tra chi vive “dentro” e chi vive “fuori”: Michele Miravalle

Tutelare la salute in ambito penitenziario. Come?
Cambiare rotta verso una “nuova disciplina”: Sandro Libianchi

Suicidi e salute mentale in carcere, una prospettiva bioetica
Le riflessioni di Grazia Zuffa da due diversi punti di osservazione

Carcere e maternità, sfide e opportunità nel sistema carcerario italiano
Paolo Siani sulla protezione dei diritti dei bambini e la riabilitazione delle madri detenute


Condividi

Condividi questo articolo:

Ultimi articoli

La crescita “umana” dello studente di medicina e del medico. Le medical humanities

Un percorso formativo basato sulle medical humanities: intervista a Silvana Quadrino

I commenti sono chiusi.