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“Prevalence of vaccine hesitancy in Italy: a cross-sectional study” è il titolo di uno studio trasversale sulla esitazione vaccinale in Italia, pubblicato sulla rivista Lancet Regional Health Europe. Condotto tra settembre 2024 e marzo 2025, lo studio ha coinvolto un campione di 52.094 adulti residenti in Italia. L’obiettivo principale era fornire una fotografia dettagliata e aggiornata dell’esitazione vaccinale e identificare i sottogruppi della popolazione maggiormente esposti. La ricerca si inserisce nel più ampio progetto nazionale INF-ACT, una collaborazione tra numerose università e istituzioni italiane. Un progetto finanziato dal NextGenerationEU nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) del Ministero dell’università e della ricerca.
Lo studio è stato coordinato dal Dipartimento di scienze della sanità pubblica e pediatriche dell’Università di Torino e ha coinvolto la dottoressa Giuseppina Lo Moro, il professor Fabrizio Bert e la professoressa Roberta Siliquini, principal investigator della ricerca. All’indagine hanno collaborato anche La Sapienza università di Roma e le università di Pavia, Cagliari e la Cattolica del Sacro Cuore di Roma. I risultati hanno confermato l’importanza di una riflessione sulle politiche sanitarie delle campagne vaccinali. I numeri di chi manifesta dubbi sono alti: un adulto su due manifesta forme di esitazione, non sa se vaccinarsi o meno. Un fenomeno complesso, influenzato da caratteristiche demografiche e sociali, esperienze personali, orientamento politico e religioso e dal livello di fiducia nelle istituzioni e nei sistemi sanitari.

Ne abbiamo parlato con il professor Fabrizio Bert, direttore del Dipartimento di Scienze della sanità pubblica e pediatriche dell’Università di Torino.

L’intervista

Professor Bert, perché uno studio di questo tipo, e perché adesso?

Innanzitutto perché il fenomeno dell’esitazione vaccinale deve essere approfondito per poter ragionare su campagne di sensibilizzazione che siano efficaci e in grado di riportare le coperture vaccinali a quei valori utili al controllo delle malattie. Negli ultimi anni non sempre siamo stati bravi a raggiungere questi risultati, motivo per cui avere dati che supportano le nostre attività facendoci comprendere quali sono i gruppi a maggiore rischio di esitazione vaccinale è indispensabile. Con questo lavoro abbiamo indagato il fenomeno dell’esitazione su un campione molto ampio, oltre 52.000 persone. Uno studio che ci ha restituito risultati in grado di farci anche ragionare per sottogruppi di popolazione sulla base di tutta una serie di variabili.

È il primo studio di questo genere?

Non è il primo, né in Italia né a livello globale. È però il primo di queste dimensioni e consente di fare ragionamenti anche per sottogruppi di popolazione che diversamente rischierebbero di non essere visibili se il campione fosse inferiore. Oltre a ciò, siamo stati in grado di recuperare alcune variabili come l’orientamento politico, religioso, sessuale che solitamente, per motivi essenzialmente di carattere etico, trovano meno spazio nelle indagini.

Il dato principale che emerge è che quasi la metà degli italiani mostra forme di esitazione vaccinale: ve lo aspettavate?

È stato il dato più sorprendente. Occorre però chiarire cosa intendiamo per esitazione: non stiamo parlando di chi rifiuta in blocco i vaccini, i cosiddetti no-vax, ma di un ampio spettro di situazioni che vanno dai semplici dubbi in merito alla volontà o necessità di vaccinarsi fino al rifiuto vero e proprio. Queste perplessità possono comportare il rifiuto di uno o più vaccini, nonostante la disponibilità dei servizi, o il ritardo nell’accettazione, di fatto uscendo dal calendario vaccinale proposto. Il nostro obiettivo è stato quindi identificare la prevalenza di soggetti che esitano e ora sappiamo che supera il 46 per cento, un dato poco più alto alto rispetto ad altre realtà e anche a precedenti studi condotti in Italia. Va tuttavia precisato che il dato è dinamico perché dinamico è il fenomeno stesso dell’esitazione vaccinale: le percentuali dipendono molto dal tipo di studio e dal contesto sociopolitico in cui viene condotto. Siamo negli anni immediatamente successivi al covid, un evento epocale in cui i vaccini hanno avuto un ruolo importante anche in termini di dibattito pubblico: hanno mitigato con grande efficacia le conseguenze più gravi della malattia e contribuito al ritorno a una condizione di normalità. Eppure ci si dimentica in fretta di ciò che hanno reso possibile, e si perde la percezione della loro importanza. Da questo punto di vista, il covid non è stato d’aiuto.

Il vostro studio identifica anche i profili di chi esita più spesso. Chi sono?

Emergono diversi sottogruppi. Chi ricorre alla medicina alternativa mostra tassi di esitazione molto elevati, quasi il 59 per cento. Livelli significativi si registrano anche tra chi ha un livello di istruzione medio-basso, intorno al 48 per cento, e nella fascia d’età 60-74 anni, al 49 per cento. Ma il dato che più fa riflettere riguarda il rapporto con gli operatori sanitari: oltre la metà di chi esita – il 52 per cento – dichiara di non sentirsi supportato dal proprio medico o da altri professionisti sanitari nella scelta vaccinale. Senza dubbio questo è un elemento chiave emerso nel nostro studio. Chi ha perplessità si sente poco supportato da chi invece dovrebbe farlo più e meglio di chiunque altro. Un aspetto che va di pari passo con il tema della fiducia nel Servizio sanitario nazionale, ma soprattutto con il ruolo che il professionista sanitario, in particolare il medico curante, può avere nell’influenzare le situazioni vaccinali. Ma bisogna estendere la questione a tutte le figure di riferimento in ambito formativo: gli insegnanti, i leader locali o i religiosi, tutti coloro che possono esercitare una influenza. Ovviamente, i professionisti sanitari sono centrali: chi non percepisce il sostegno alla decisione da parte del proprio medico o di altri professionisti sanitari di riferimento, mostra probabilità più alte di esitazione e questo un po’ rafforza il ruolo centrale di professionisti sanitari come mediatori di fiducia, non solo come semplici fornitori di prestazioni.

Un altro aspetto, per nulla secondario, di questa indagine è l’affiliazione politica. A destra c’è più esitazione per le vaccinazioni, è così?

Abbiamo osservato livelli più elevati di esitazione soprattutto nelle persone che votano i partiti di destra, e in parte in chi si colloca verso il centro. Ma anche in chi non si riconosce in alcun orientamento politico. Politicizzare messaggi sanitari può essere controproducente perché quello stesso messaggio che ha una valenza sanitaria chiave finisce per entrare nel dibattito politico con modalità da tifoseria da stadio: in base a dove ci si colloca si prende posizione senza entrare nel merito reale. Bisognerebbe cercare di far parlare di vaccinazioni la scienza e non i partiti. Le evidenze scientifiche dovrebbero essere la guida nella comunicazione.

Riprendiamo la riflessione sugli operatori sanitari, a partire dai medici. Se si riflette sulle percentuali di adesione a un vaccino ampiamente sperimentato come l’antinfluenzale, scopriamo che le coperture vaccinali tra gli operatori sanitari risultano piuttosto basse. Come si spiega?

È un dato che colpisce, e su cui bisogna essere onesti. La vaccinazione antinfluenzale di fatto è abbastanza particolare perché l’influenza può essere gravissima, soprattutto per i soggetti fragili immunodepressi, motivo per il quale proprio gli operatori sanitari dovrebbero, più degli altri, vaccinarsi per evitare di essere loro gli untori. Non vaccinarsi è un comportamento miope, un po’ egoista, più che scettico: non credo che i medici dubitino dell’efficacia del vaccino antinfluenzale, ma piuttosto hanno una percezione del rischio personale falsata, non così marcata: l’influenza può passare, ci si cura, si torna al lavoro. Non si ragiona abbastanza sul fatto che un operatore sanitario non vaccinato può contagiare pazienti fragili o immunodepressi, per i quali l’influenza può essere molto grave. C’è anche una ricaduta sui colleghi: l’assenteismo pesa sui turni di reparto.

Vale lo stesso ragionamento per il vaccino anti-covid? I medici hanno aderito ai richiami?

I dati variano molto a seconda del contesto geografico e del setting di cura, ma anche in questo caso i numeri non sono incoraggianti. Va spiegato però che la quarta dose è arrivata in un momento in cui la percezione del rischio era già calata e il covid veniva ormai percepito come endemico, quasi stagionale come altri virus influenzali. La copertura del vaccino è abbastanza breve perché dipende molto dalla variante circolante in un dato momento, il che rende tutto più complesso. Detto ciò, non dimentichiamo che la vaccinazione anti-covid resta comunque di notevole importanza, soprattutto sui soggetti molto fragili. La proponiamo in particolare alle donne in stato di gravidanza e a soggetti la cui fragilità è legata all’età. Per loro dovremmo ragionare su coperture vaccinali ben più elevate anche e insistere anche sui richiami per gli operatori sanitari.

Come si può comunicare l’importanza della vaccinazione, se è il medico per primo a non vaccinarsi? Come si pensa di intervenire?

La Scuola di Medicina lo fa da tempo. Personalmente organizzo la campagna di vaccinazione antinfluenzale per gli studenti del triennio clinico. Lavoriamo sugli studenti perché frequentano i reparti, ma anche e soprattutto per sensibilizzarli già durante il percorso formativo. L’obiettivo è che possano mantenere buone abitudini anche nelle fasi successive della loro carriera professionale.

Elemento chiave del vostro studio, al di là di alcuni aspetti sociodemografici, è rappresentato proprio dalla fiducia – o meglio, dalla sfiducia – nel Servizio sanitario nazionale, sempre più in difficoltà. Questi dati indicano la strada per invertire la tendenza?

Se non recuperiamo un po’ di fiducia, il rischio di continuare a essere poco efficaci nelle nostre attività di prevenzione è concreto. E questo vale sia quando si tratta di vaccini sia quando si parla di altre forme di prevenzione, come gli screening.

Peccato che durante il periodo covid a schierarsi siano stati anche gli scienziati. Questo può aver acuito la confusione?
Sicuramente il posizionamento di una parte del mondo scientifico ha contribuito a generare un po’ di confusione. Dal punto di vista comunicativo, alcune situazioni avrebbero potuto essere gestite meglio. Pochissimi erano davvero virologi: molti erano igienisti, come il sottoscritto, altri infettivologi. In alcuni casi sono stati presi come riferimento professionisti sanitari che in realtà non si occupano né di prevenzione né di malattie infettive. Difficile pertanto capire a chi dare credito, anche perché talvolta venivano espresse posizioni contrastanti.

Comunicare come certezze messaggi che si sono rivelati errati, per esempio sostenere che il vaccino garantiva di non ammalarsi e di non contagiare, può aver contribuito a far crescere un clima di sfiducia?

Degli errori di comunicazione sono stati fatti: il messaggio chiave che doveva passare non era tanto la riduzione della probabilità di contagiare altre persone – anche se in parte questo era vero – quanto piuttosto la capacità del vaccino di mitigare gli effetti della malattia. Con il vaccino, infatti, la probabilità di finire ricoverati in terapia intensiva era decisamente inferiore. A parziale discolpa di chi, in quel momento storico, si è espresso in termini più o meno divulgativi, va detto che con il senno di poi è facile fare certe valutazioni. Forse, però, una maggiore capacità di prendere posizione senza assumere toni troppo tranchant avrebbe potuto rivelarsi più efficace.

Veniamo alle azioni da avviare per incrementare la fiducia e aumentare le coperture. Quali strade indica uno studio come il vostro?

Un dato che emerge con estrema chiarezza dal nostro lavoro è che, dal punto di vista della sanità pubblica, è fondamentale adottare strategie mirate di sensibilizzazione della popolazione. Le strategie standardizzate e univoche non funzionano, perché l’esitazione vaccinale è un fenomeno molto eterogeneo e richiede interventi differenziati, capaci di adattarsi ai profili della popolazione che abbiamo individuato come maggiormente propensi alla sfiducia. Servono quindi campagne diversificate, con il coinvolgimento delle figure di riferimento: in primis i professionisti sanitari, ma non solo. Abbiamo visto che anche gli insegnanti e i leader religiosi possono contribuire a rafforzare la fiducia. C’è dunque un grande lavoro da fare proprio sul piano della fiducia.

Non solo fare la campagna vaccinale, allora, ma pensare a campagne vaccinali mirate?

Senza dubbio. Serve formazione, ma non tanto intesa come formazione frontale, che rischia di essere poco efficace. In primo luogo, i professionisti sanitari dovrebbero dare l’esempio; e si dovrebbero veicolare messaggi coordinati, per evitare che si creino polarizzazioni basate su fattori terzi, non strettamente sanitari, come quelli politici.
C’è poi ancora spazio per la ricerca, in particolare sul legame tra esitazione vaccinale e comportamenti vaccinali, che non sempre procedono di pari passo. Molte persone, infatti, si vaccinano pur avendo dubbi, mentre l’obiettivo dovrebbe essere una popolazione che aderisce alle vaccinazioni con convinzione. Per questo dobbiamo essere noi, per primi, a fornire risposte chiare e adeguate.
In questa fase risentiamo ancora dell’epoca post-covid. Tuttavia, a seconda del contesto storico, politico e culturale, la situazione può cambiare rapidamente; per questo è importante restare costantemente aggiornati.
In sintesi, questi risultati indicano la necessità di ripensare le strategie, superando un approccio limitato ai soli contesti sanitari tradizionali. La comunicazione dovrebbe essere maggiormente adattata ai diversi sottogruppi della popolazione, affrontando la sfiducia istituzionale attraverso il coinvolgimento delle reti comunitarie e delle figure di prossimità. Rafforzare l’accessibilità e la qualità dei servizi vaccinali, così come ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, resta una priorità, insieme a una comunicazione depoliticizzata e basata su solide evidenze scientifiche.

A cura di Sara Strippoli
Giornalista
Ufficio stampa OMCeO Torino


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