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È opinione comune che gli stipendi dei medici siano troppo bassi e probabilmente è vero. Ma qual è il nostro parametro di riferimento quando facciamo questa affermazione? Lo stipendio di altri professionisti, come per esempio quello di un professore universitario o di un direttore di banca? Oppure, come più spesso accade, quello dei colleghi che fanno lo stesso mestiere in altri Paesi? I confronti internazionali sono peraltro difficili, perché devono tenere conto delle tante variabili che entrano in gioco, anche se ci si limita a fare paragoni all’interno del nostro continente. Andrebbero per esempio considerati il costo della vita, il cuneo fiscale, i sistemi previdenziali, le possibilità di carriera, la differenza, a volte anche molto significativa, tra medici che svolgono attività diverse.

I confronti internazionali sono peraltro difficili, perché devono tenere conto delle tante variabili che entrano in gioco, anche se ci si limita a fare paragoni all’interno del nostro continente.

Cercando di mettere un po’ d’ordine tra le tante cifre che si trovano in rete, spesso abbastanza diverse tra di loro a causa del variare dei criteri utilizzati, mi permetto alcune considerazioni, tutt’altro che definitive, per suscitare, se qualcuno lo desidera, un dibattito a più voci.

Costo della visita e cuneo fiscale

Innanzitutto, la differenza nel costo della vita è maggiore tra le zone metropolitane e periferiche di uno stesso Paese di quanto non sia tra le diverse nazioni europee. Il costo della vita di Milano non è così lontano da quello di Berlino, Barcellona, Lione o Edimburgo, mentre è senz’altro più alto di quello di Palermo o di Salerno. Da noi gli stipendi dei medici sono però tendenzialmente uniformi, mentre in altri Paesi d’Europa e del mondo sono più elevati nelle grandi metropoli.

Per quanto riguarda il cuneo fiscale, il nostro è inferiore a quello di Belgio, Germania e Francia, mentre è superiore a quello spagnolo. Non si tratta di differenze abissali e non dovrebbe essere questo a causare grande variabilità nello stipendio dei medici di questi Paesi. Se guardiamo i dati Ocse sugli stipendi medi aggiustati per il costo della vita (si tratta di valori lordi che considerano tanto gli stipendi dei medici al primo impiego, quanto quelli dei medici al limite dell’età pensionabile), il valore di 105.000 € per l’Italia è quasi identico a quello della Francia (107.000 €) e della Spagna (104.000 €). Germania e Olanda stanno invece una spanna più su (rispettivamente 188.000 € e 192.000 €). Se vogliamo farci del male allargando lo sguardo al resto del mondo, troviamo paesi come Svizzera, Stati Uniti e Canada che sono fuori scala, con stipendi medi di 200-250.000 € e aumenti significativi con l’avanzamento di carriera. Ma sono appunto mondi diversi e i confronti non tengono.

Professioni a confronto

Il punto centrale però si coglie spostando l’attenzione sugli stipendi di altri lavoratori, pubblici o privati. Che si tratti di maestri elementari o di professori universitari, di operai o di direttori di banca, ritroviamo infatti le stesse proporzioni: poca differenza con i Paesi dell’Europa meridionale, valori nettamente più bassi rispetto ai Paesi nordici. La conclusione è, dunque, che i medici italiani sono pagati poco nello stesso identico modo in cui sono pagati poco gli operai, gli insegnanti, gli impiegati pubblici del nostro Paese.

Non si tratta di una sottovalutazione della nostra professione (e questa è a mio parere una buona notizia), ma di una sottovalutazione del lavoro tout court. Niente di inatteso, se ci si rifà ai dati Ocse relativi all’andamento degli stipendi negli ultimi trent’anni: il livello medio di quelli italiani è cresciuto di appena lo 0,36 per cento, mentre nello stesso periodo in Germania e in Francia l’aumento è stato del 33 per cento. Per non parlare di Svezia e Irlanda che hanno visto rispettivamente un incremento del 72 e del 82 per cento.

In un sistema di mercato, la logica conclusione sarebbe che gli stipendi delle diverse discipline devono essere differenziati in base al principio della domanda e dell’offerta. Ma in un sistema pubblico?

Ma se anche in Italia si decidesse di aumentare del 20 per cento lo stipendio dei medici, questo sarebbe ancora un’inezia rispetto all’enorme differenza che nel nostro Paese esiste tra i medici dipendenti del Servizio  sanitario pubblico che accedono (circa il 50 per cento del totale) o che non accedono (l’altra metà) alla libera professione intramoenia. Anche all’interno di chi accede all’attività libero professionale, esiste un ulteriore scalino tra le specialità mediche e quelle chirurgiche. In genere, le prime giungono al massimo a raddoppiare il proprio stipendio. Le seconde lo moltiplicano facilmente per tre, quattro o cinque volte. Non c’è dunque da stupirsi se i giovani medici non si iscrivono più alle specialità che aprono pochi spazi alla libera professione. La medicina d’urgenza in testa, ma anche l’anestesia e rianimazione, la medicina nucleare, l’anatomia patologica e altre. In un sistema di mercato, la logica conclusione sarebbe che gli stipendi delle diverse discipline devono essere differenziati in base al principio della domanda e dell’offerta. Ma in un sistema pubblico?

Molti medici accetterebbero aumenti contenuti della propria retribuzione se si vedessero garantiti condizioni di lavoro soddisfacenti.

Vedo improbabile che si riesca in un vicino futuro  ad aumentare gli stipendi in modo da superare la disaffezione dei medici e l’esodo di molti giovani verso altri Paesi.  Forse si potrebbero  concentrare le poche risorse disponibili su quella metà dei medici che non ha accesso alla libera professione. O forse si potrebbe  credere di più nel fatto che il guadagno non sia l’unica motivazione per cui i medici hanno scelto un lavoro che, nonostante tutto, è in grado di offrire grandi soddisfazioni professionali e personali. Molti medici accetterebbero aumenti contenuti della propria retribuzione se si vedessero garantiti  condizioni di lavoro soddisfacenti, sicurezza personale, una formazione gratuita e di  qualità, maggiori possibilità di carriera professionale, la non perseguibilità penale per gli errori colposi.    

Daniele Coen
Già direttore Medicina d’urgenza e pronto soccorso
Ospedale Niguarda Ca’ Granda


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