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La gestazione per altri è un fenomeno troppo complesso per essere affrontato nella modalità di un conflitto ideologico ad alto tasso emotivo. Non si tratta, infatti, come sostengono alcuni che sono a favore, di una semplice “tecnica riproduttiva”: una definizione che spersonalizza totalmente la gestante e ignora la densità di relazioni (e immaginari) in cui tramite essa si dà origine ad un nuovo essere umano. La gestazione per altri coinvolge infatti una rete di rapporti, effettivi o immaginati, per tutte le persone coinvolte: la gestante e la sua famiglia, i genitori intenzionali, il bambino/a.  Pone, inoltre, la questione legale, simbolica ed emozionale riguardo a “chi è la madre”, così come quella del significato, sia per il bambino/a che per la gestante, del tempo della gestazione. Infine, pone la questione del diritto del bambino a conoscere le proprie origini, incluso il modo in cui è venuto al mondo e da chi.

Simmetricamente, occorre cautela nel proclamare l’indivisibilità della maternità, ignorando secoli di storia e volumi di ricerche antropologiche che viceversa documentano come la funzione materna si possa esprimere in una divisione del lavoro tra più figure, non necessariamente in una relazione gerarchica. L’indivisibilità della maternità come fatto non solo corporeo, ma psicologico, emotivo, comportamentale, è stata una acquisizione relativamente recente, per altro a lungo andata di pari passo con la riduzione ad essa della sfera femminile e una simmetrica marginalizzazione delle dimensioni accudenti e affettive della paternità. In alcune culture, la figura totalizzante e univoca della madre è stata imposta dal potere coloniale, che ha svalorizzato, quando non criminalizzato, forme di maternità condivisa, o le cui funzioni erano distribuite su diversi soggetti, come mostra, tra l’altro, l’antropologo Francesco Remotti per alcune culture africane [1].

A partire da una posizione cautamente aperta circa la possibilità di permettere la gestazione per altri, e ovviamente condannando senza appello le situazioni in cui le gestanti sono palesemente oggetto di sfruttamento e private di ogni libertà, due mi sembrano i nodi principali da sciogliere. Il primo riguarda il rischio di un possibile sfruttamento, o comunque una svalorizzazione della donna e della gestazione, anche nelle situazioni formalmente più protette. Il secondo nodo riguarda lo statuto del bambino che nasce per questo tramite, o meglio del passaggio per cui nato da una donna viene appropriato come figlio da altri. Anche questo passaggio evoca facilmente immagini di schiavitù, non solo della gestante, ma anche del bambino divenuto, in questa lettura, pura merce, oltre che reso orfano della “sua vera madre”, anche se questa non solo non lo è geneticamente, ma neppure intenzionalmente.

Per affrontare questi due nodi e pensare la gestazione per altri accettabile a determinate condizioni, a mio parere, occorre partire proprio dalla complessità delle relazioni che mette in moto, senza negarle o condannarle a priori.

La distinzione tra rapporto commerciale e altruistico non è dirimente, non solo perché i confini possono essere labili, ma perché non tocca la questione principale: la libertà della donna gestante.

In questa prospettiva, a mio parere la distinzione tra rapporto commerciale e altruistico non è dirimente, non solo perché i confini possono essere labili, ma perché non tocca la questione principale: la libertà della donna gestante. Ciò che è importante è il diritto della gestante sia a gestire autonomamente la gravidanza, senza imposizioni (inclusa una eventuale imposizione ad abortire), sia a cambiare idea e tenere il bambino. Solo in questo modo la gestante è riconosciuta come soggetto autonomo, capace di agency, e non come puro strumento per altri. Il linguaggio e la struttura del contratto probabilmente non sono adeguati, perché la “produzione” di un bambino non è la produzione di una merce. E mentre i genitori intenzionali hanno il dovere di riconoscere ogni bambino alla cui nascita hanno dato corso, “il diritto ad avere il bambino” che hanno chiesto ad una donna di portare al mondo dovrebbe essere limitato dal diritto a tenerlo (o di non portarlo a termine) di questa.

Entrare in un rapporto di gestazione per altri, inoltre, dovrebbe richiedere la disponibilità di tutte le parti a mantenere un rapporto con il bambino che viene al mondo per questo tramite. Il grado, l’intensità e i modi di questa relazione possono essere negoziati tra le parti ed evolversi col tempo, ma l’esistenza della relazione generativa, possibilmente estesa anche alla donatrice dell’ovulo, deve essere visibile, disponibile e praticabile, innanzi tutto al bambino/a – una pratica più diffusa tra le coppie genitoriali maschili che tra quelle di sesso diverso, dove viceversa è pressoché assente.

Soltanto l’accettazione della natura relazionale della gestazione per altri e della complessità delle relazioni richieste da questo modo di diventare genitori e venire al mondo può aiutare ad andare oltre i dilemmi sollevati dal dibattito.

Queste condizioni potrebbero non solo limitare drasticamente le fabbriche di “bambini chiavi in mano”, ma anche ridurre la disponibilità di donne ad effettuare la gestazione per altri e rendere la vita dei genitori divenuti tali per questa via un po’ più complicata. Soltanto l’accettazione della natura relazionale della gestazione per altri e della complessità  delle relazioni richieste da questo modo di diventare genitori e venire al mondo può aiutare  ad  andare  oltre i  dilemmi  sollevati da un dibattito – dibattito in cui le idee di una maternità esclusiva e sacrale si scontrano con un approccio che separa semplicisticamente le dimensioni biologiche e relazionali, e che restringe l’agency della gestante alla disponibilità di farsi veicolo della procreazione per conto di altri.

Chiara Saraceno
Sociologa e filosofa

Università di Torino
Honorary fellow al Collegio Carlo Alberto di Torino

Bibliografia

Remotti F. Contro natura. Lettera al Papa. Roma: Editori Laterza, 2008.


Un confronto aperto sulla gestazione per altri

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