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Il dibattito sull’uso dei bloccanti della pubertà sembra intrappolato in una polarizzazione che rischia di impoverirne la ricchezza potenziale sul piano scientifico e influenzarne negativamente l’esito operativo. L’accento sugli approcci ideologici rischia di fuorviare da un nodo centrale: come evitare che l’alto livello di complessità della questione sia vittima di tendenze semplificatorie? Coltivare un po’ di più una sospensione del giudizio aprirebbe a ulteriori consapevolezze e sarebbe un atto socialmente significativo, in controtendenza con la precipitosità delle prese di posizione, come cercherò di dire in conclusione.

Nei contributi sembra poco considerato il peso della relazione con la persona, nell’incontro clinico individuale, e con la collettività, nelle azioni di salute pubblica.

A chi vive la condizione di incongruenza di genere con sofferenza, riconosciuta clinicamente come disforia di genere, viene proposto un percorso che si concentra sulla sua persona. L’offerta è di accompagnamento affermativo in una transizione che ricomponga un equilibrio tra percezione e vissuto personale e accettazione sociale, rinunciando però ad interventi, ritenuti privi di effetti nell’immediato, sul contesto socioculturale marginalizzante, considerato sì patogeno, ma poco aggredibile [1].

L’incongruenza di genere, solo da poco riscattata da una classificazione patologica, viene accettata in molti studi, senza troppe sfumature (le “persone transgender”, a cui nel tempo si sono aggiunte ulteriori definizioni), come variabile indipendente, un dato di fatto originario o in ogni modo stabilito e costitutivo. È un approccio riduttivo se pensiamo che l’esperienza di sé rimane invece prodotto originale, complesso e continuamente mutevole della interazione di elementi biologici, psicologici, socioculturali che caratterizzano ogni nostra singola vita.

È evidente come la questione si complichi di molto quando la domanda di aiuto insorge nella pubertà, cioè nel momento della percezione “fisiologicamente più fluida” dell’intera esperienza di sé stessi in trasformazione. A questo si aggiunge l’influenza del contesto culturale che può plasmare il malessere e le sue modalità espressive. Pertanto, in questa fase evolutiva, le cosiddette caratteristiche “patoplastiche”, di modellabilità, cioè la facilità con cui un disagio ancora informe e senza nome prende a prestito, si identifica mimeticamente e arriva ad assumere forme psicopatologiche, contagiose fino a diventare epidemiche, consigliano prudenza psico-diagnostica, per non patologizzare quelle manifestazioni comportamentali dello sviluppo che sono normalmente disarmoniche e indisciplinate. La relazione che si instaura nel momento della richiesta di aiuto è fondamentale: così come va evitato di proporre etichette diagnostiche alle forme espressive delle perturbazioni tipiche di queste età, è soprattutto alla “fame di identità” che non vanno offerte “definizioni definitive” su cui rischia di cristallizzarsi un processo ancora tutto in costruzione.

Tutto dipende da quale sguardo osserviamo, con quale orecchio ascoltiamo, con quale schema interpretativo rispondiamo alla domanda di sguardo, ascolto e rispecchiamento.

La relazione nell’incontro clinico individuale e gli orientamenti di politica sanitaria nell’incontro con la comunità si influenzano reciprocamente. Giulio Maccacaro sosteneva che in sanità pubblica è l’offerta ad orientare la domanda e non viceversa. Detta in altre parole nel caso dell’età evolutiva tutto dipende da quale sguardo osserviamo, con quale orecchio ascoltiamo, con quale schema interpretativo rispondiamo alla domanda di sguardo, ascolto e rispecchiamento.

Il nostro modo orienterà forme e dimensioni di questa domanda, riducendo le possibili lunghezze d’onda sulle quale sintonizzarsi e dialogare a quelle della propria competenza diagnostica. E sul canale aperto per la domanda di aiuto individuale confluirà, col tam-tam tra pari, oggi senza precedenti dal punto di vista della velocità e diffusione, anche la domanda collettiva, col rischio di dar vita a strutture destinate ad autoalimentarsi.

Cosa chiede in realtà, di che cosa ha davvero bisogno una generazione sempre più precocemente insoddisfatta dell’immagine di sé?

Forse è questo il dramma in cui è incappata la gestione della Gender Identity Clinic di Londra della prestigiosa Tavistock and Portman Nhs foundation trust [2]. L’inchiesta che ha portato alla sua chiusura ha riconosciuto la qualità nel trattamento offerto, ma non altrettanto la capacità, a fronte di un aumento vertiginoso della domanda e delle liste di attesa, di contrastare il rischio di sovradiagnosi e con questa dei primi dolorosi casi di de-transitioner.

Tavistock per la transizione del genere | Dopo 33 anni di attività chiude la clinica Gender Identity Development di Londra aperta nel 1989. Il governo inglese ne ha disposto l’interruzione per il servizio giudicato “inadeguato” dopo le denunce sollevate da operatori sanitari, pazienti e famiglie. Era l’unica clinica pubblica nel Regno Unito autorizzata a prescrivere bloccanti della pubertà ai minori. Dal 2009 era diventata un servizio nazionale e le liste d’attesa erano cresciute: nel 2021-22 ci sono state oltre 5mila richieste di assistenza rispetto alle 250 di dieci anni prima. Diversi medici e infermieri che vi lavorano hanno espresso negli anni le loro preoccupazioni che gli adolescenti venissero valutati troppo rapidamente. Una paziente di Tavistock, Keira Bell, 25 anni, ha intentato causa contro la clinica contestando l’uso di bloccanti della pubertà a 16 anni senza per intraprendere il percorso di transizione ormonale da femmina a maschio di cui poi però si è pentita. Il Nhs England ha affermato che intende ora costruire un “servizio più resiliente” espandendo l’offerta con più hub: i due nuovi servizi previsti a Londra e nel nord-ovest dell’Inghilterra sarebbero il “primo passo” verso una rete regionale nazionale “data l’urgente necessità di stabilizzare l’attuale fornitura di servizi per i pazienti”.
Fonte: The Guardian

Di qui la cautela, ma anche la domanda su cosa chiede in realtà, di che cosa ha davvero bisogno una generazione sempre più precocemente insoddisfatta dell’immagine di sé? Di adulti pronti a fornire risposte affrettate e auto-rassicuranti, dettate dal bisogno sedare l’ansia che gli viene trasmessa? O piuttosto di un mondo adulto capace, nel suo insieme, di sopportare l’inquietudine dell’attesa, per quanto angosciata ed angosciante, rispetto alle incertezze della crescita? La capacità degli adulti di “tenere”, sia come singoli che come comunità, gioca un ruolo essenziale, soprattutto nel discernimento tra le giovani persone che, rientrando pienamente nei criteri, hanno davvero bisogno di terapia affermativa, e l’intera popolazione giovanile che, a prescindere, ha bisogno più di serena saldezza e sguardi interessati, di rispecchiamenti onesti e affettuosi, che di definizioni semplificatorie.

I protocolli devono poter orientare l’ascolto e non diventare schematismi incapaci di interrogare la diversità delle storie, al di là di ogni omologazione ed etichetta, sia diagnostica che sociale.

I protocolli devono poter orientare l’ascolto e non diventare schematismi incapaci di interrogare la diversità delle storie, al di là di ogni omologazione ed etichetta, sia diagnostica che sociale.
Le prudenti raccomandazioni dell’Aifa e del Comitato nazionale di bioetica [3], rischiano altrimenti di rimanere sulla carta, un elenco vincoli formali, svuotati di senso. A partire dalla necessità di una decisione condivisa in gruppi multiprofessionali integrati, la cui costituzione completa e funzionale è tutt’altro che scontata, e da ogni altro ostacolo che intercorre tra gli indirizzi e le effettive capacità e qualità operative del sistema, di cui non si può non tener conto.

Ma di cosa hanno bisogno quei genitori che o, in un caso, lottano contro una realtà che faticano ad accettare oppure, nell’altro, si arrendono sposando affrettatamente una soluzione posticcia? Di cosa hanno bisogno e cosa devono testimoniare i professionisti?

Contrastare la precipitosità che attraversa sia la comunità che i singoli apre più spazi di libertà che l’ingessatura in definizioni precoci.

Penso che la comunità scientifico-professionale abbia il dovere di prendersi carico delle ansie singole e collettive, per permettere agli altri adulti interessati di fare altrettanto e consentire a loro volta alle giovani generazioni di sostenere un po’ di più l’incertezza e sopportare una dimensione di attesa, in controtendenza rispetto alla corsa ansiolitica collettiva a riconoscersi in una sigla. Contrastare la precipitosità che attraversa sia la comunità che i singoli apre più spazi di libertà che l’ingessatura in definizioni precoci e darebbe dimostrazione della possibilità di vivere ed esplorare la fisiologia della crescita delle persone, sia per genitori che ragazzi e ragazze, di qualsiasi sesso siano e in qualsiasi genere si riconoscano.

Leonardo Speri
Psicologo, psicoterapeuta, psicosocioanalista
Presidente di ARIELE Psicoterapia

Le opinioni espresse dall’autore sono personali e non riflettono necessariamente quelle dell’istituzione di appartenenza.

Bibliografia

1. Sartorelli E. La salute di adolescenti transgender e il rischio di strumentalizzazione. Scienza in Rete, 15 ottobre 2022
2. Editorial. Youth gender services: a new model for regional care. Lancet Diabetes Endocrinol 2022; 10: 609.
3. Comitato nazionale per la bioetica. In merito alla richiesta di aifa sulla eticità dell’uso del farmaco triptorelina per il trattamento di adolescenti con disforia di genere. 13 luglio 2018.


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