Crescere tra vulnerabilità e ricerca di riconoscimento
Guardare oltre il sintomo: Antonella Anichini
Ops! Per usare il Centro di Lettura devi prima effettuare il log in!
Password dimenticata?Non hai un account? Registrati
Hai già un account? Log in
Guardare oltre il sintomo: Antonella Anichini
Nel corso dell’incontro Il benessere dei giovani come leva del futuro, organizzato al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 a partire dai temi affrontati dalla rivista il punto, Antonella Anichini ha riflettuto sull’aumento del disagio psicologico tra gli adolescenti e sulle trasformazioni che stanno interessando il loro modo di crescere, relazionarsi e costruire la propria identità. A partire dall’esperienza maturata nei servizi di neuropsichiatria infantile, ha analizzato i cambiamenti sociali e culturali che contribuiscono alla diffusione di fenomeni come autolesionismo, disturbi alimentari e sofferenza emotiva, sottolineando l’importanza delle relazioni, della prevenzione precoce e della costruzione di alleanze educative e di cura.
Nella mia esperienza clinica di neuropsichiatra infantile, una delle domande che più frequentemente mi viene posta riguarda le ragioni dell’aumento del disagio psicologico tra gli adolescenti. È una domanda legittima, soprattutto alla luce dei numeri che osserviamo ogni giorno nei servizi. Negli ultimi anni le richieste di aiuto sono cresciute in modo impressionante: aumentano gli accessi in pronto soccorso per motivi psichiatrici; aumentano i ricoveri; aumentano i casi di autolesionismo, i tentativi di suicidio e i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. La pandemia ha certamente rappresentato un acceleratore, ma sarebbe un errore considerarla l’unica spiegazione. La crescita di questi fenomeni era già in corso da tempo e ci obbliga a interrogarci sulle trasformazioni profonde che hanno interessato la nostra società.
Quando parliamo di salute mentale in adolescenza dobbiamo anzitutto ricordare che ci troviamo di fronte a una fase della vita caratterizzata da una vulnerabilità fisiologica. Il cervello dell’adolescente è ancora in evoluzione e le aree deputate alla regolazione delle emozioni non hanno completato il proprio sviluppo. Questo significa che i ragazzi affrontano cambiamenti intensi disponendo di strumenti ancora parzialmente in costruzione. È una condizione normale, ma proprio per questo richiede la presenza di adulti capaci di accompagnare, contenere e orientare.
A questa vulnerabilità biologica si sono aggiunti cambiamenti sociali e culturali molto rapidi. Sono cambiate le famiglie, le modalità di lavoro, le reti di sostegno, le occasioni di incontro. È cambiato soprattutto il modo di stare in relazione. Una parte crescente della comunicazione avviene attraverso dispositivi digitali che consentono di essere sempre connessi, ma che spesso riducono lo spazio dell’incontro reale. Trascorriamo molte ore al giorno davanti agli schermi e questa trasformazione riguarda gli adulti prima ancora dei ragazzi.
La comunicazione mediata dalla tecnologia presenta caratteristiche profondamente diverse rispetto alla relazione diretta. Manca il corpo, manca lo sguardo, manca quella dimensione emotiva che accompagna ogni incontro umano. È una comunicazione che qualcuno ha definito “disincarnata” e che rischia di diventare particolarmente problematica proprio nelle età in cui si costruiscono l’identità personale e le competenze relazionali.
Nei servizi osserviamo inoltre un fenomeno relativamente nuovo. Molti adolescenti arrivano con una conoscenza sorprendentemente dettagliata delle categorie diagnostiche. Attraverso i social network imparano a riconoscere sintomi, disturbi e definizioni cliniche. Questo non significa che il loro malessere sia meno autentico. Significa però che la sofferenza tende a esprimersi attraverso forme che trovano riconoscimento e legittimazione nel contesto sociale. Il sintomo diventa un linguaggio disponibile per raccontare un disagio che spesso non riesce ancora a trovare parole proprie.
Da questo punto di vista è interessante osservare la coincidenza temporale tra l’esplosione di alcune forme di disagio e la diffusione degli smartphone dotati di videocamera frontale. Naturalmente non esistono rapporti semplici di causa ed effetto, ma le correlazioni meritano attenzione. La possibilità di mostrarsi continuamente ha contribuito a rafforzare una cultura dell’immagine nella quale l’apparire rischia di prevalere sull’essere. Molti ragazzi vivono immersi in una pressione costante a costruire una rappresentazione di sé all’altezza delle aspettative esterne. Dietro immagini apparentemente sicure e curate si nascondono spesso fragilità profonde, paure, sentimenti di inadeguatezza.
Nella pratica clinica incontro frequentemente adolescenti che faticano a riconoscere e a comunicare le proprie emozioni più autentiche. In particolare la rabbia, la tristezza e la delusione vengono vissute come esperienze di cui vergognarsi. Il messaggio implicito che ricevono è che bisogna mostrarsi sempre forti, felici, performanti. Le emozioni più dolorose vengono quindi trattenute, nascoste o negate. Ma ciò che non trova espressione nella parola tende a riemergere attraverso il corpo e attraverso il sintomo.
Per questa ragione ritengo che il nostro compito non possa limitarsi alla diagnosi e alla terapia. Certamente la cura specialistica è fondamentale, così come lo sono i farmaci quando necessari. Tuttavia il lavoro clinico richiede anche la capacità di raggiungere quei ragazzi che non riescono ancora a raccontarsi. Dobbiamo trovare linguaggi alternativi, strumenti che consentano di entrare in contatto con il loro mondo emotivo.
Nella nostra esperienza, i laboratori artistici rappresentano una risorsa preziosa. Attraverso il disegno, la musica, la scrittura o altre forme espressive è possibile accedere a contenuti che spesso non trovano spazio nel dialogo tradizionale. L’arte diventa un ponte tra il sintomo e la persona, tra il disagio e la possibilità di attribuirgli un significato.
Accanto al lavoro terapeutico è indispensabile rafforzare la prevenzione. Alcuni adolescenti presentano condizioni di particolare vulnerabilità, come i disturbi del neurosviluppo, l’ADHD o i disturbi dello spettro autistico. In questi casi il rischio di isolamento sociale e di utilizzo problematico delle tecnologie può essere maggiore. Tuttavia sarebbe sbagliato limitare l’attenzione a gruppi specifici. La fragilità riguarda oggi una quota molto ampia della popolazione giovanile.
Penso, ad esempio, ai ragazzi che crescono senza reti di sostegno significative, alle famiglie isolate, ai bambini che trascorrono molte ore da soli, ai contesti nei quali il tempo condiviso si riduce progressivamente. Se guardiamo alla nostra infanzia, molti di noi ricordano strade, cortili, gruppi di coetanei, occasioni spontanee di incontro. Oggi queste esperienze sono molto meno frequenti e ciò produce inevitabilmente conseguenze sullo sviluppo delle competenze relazionali.
La risposta a questa situazione non può essere affidata esclusivamente ai servizi sanitari. È necessario costruire alleanze. Famiglie, scuola, pediatri, servizi territoriali, associazioni e istituzioni devono sentirsi parte di una responsabilità comune. In questa prospettiva assumono particolare valore i progetti di prevenzione rivolti ai primi anni di vita, perché molte delle basi dello sviluppo emotivo e relazionale si costruiscono molto precocemente. Un esempio è rappresentato dalle iniziative dedicate alla fascia 0-6 anni che vedono la collaborazione tra servizi territoriali e pediatri per accompagnare i genitori nell’uso consapevole delle tecnologie digitali e per promuovere alternative relazionali, educative e di gioco fin dall’infanzia. La prevenzione non può iniziare nell’adolescenza: deve partire molto prima, quando si costruiscono le prime relazioni e si pongono le basi dello sviluppo emotivo.
Come medici siamo chiamati a svolgere una funzione che va oltre la dimensione strettamente clinica. Curare significa certamente intervenire sul sintomo, ma significa anche contribuire a creare contesti nei quali bambini e adolescenti possano sentirsi riconosciuti, ascoltati e accompagnati. In fondo, una parte importante del nostro lavoro consiste proprio in questo: aiutare i ragazzi a ritrovare un senso, offrire loro uno spazio in cui sentirsi visti e costruire, insieme, le condizioni perché possano immaginare il proprio futuro.
Antonella Anichini
Neuropsichiatra infantile
Antonella Anichini è responsabile del Day hospital psichiatrico terapeutico dell’Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino e coordinatrice della Commissione “Patologia neuropsichiatrica in età evolutiva e transizione all’età adulta” dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Torino.
Social media, adolescenti. Corpi esposti, emozioni nascoste
Dalla ricerca di sé alla ricerca di un interlocutore: Laura Dalla Ragione
La sofferenza psicologica negli adolescenti. Intercettarla prima che diventi emergenza
Scuola, formazione e comunità educanti per una prevenzione più efficace: Francesco Cuniberti
Crescere con lo smartphone in mano
Al Salone del Libro, Il Pensiero Scientifico e l’Ordine dei Medici e Odontoiatri di Torino in un incontro sul malessere dei giovani
Dalla ricerca di sé alla ricerca di un interlocutore: Laura Dalla Ragione
Scuola, formazione e comunità educanti per una prevenzione più efficace: Francesco Cuniberti
Intervista a Francesco Cuniberti, medico psichiatra
