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La guerra inquina con le sue armi, rovina gli ecosistemi, cambia gli equilibri dell’approvvigionamento energetico e delle risorse. E il tutto senza conoscere confini, a causa degli squilibri geopolitici che porta con sé. Inoltre, per la guerra induce a investire nel riarmo quei finanziamenti promessi anche per contribuire a rendere i territori più sicuri contro le condizioni meteorologiche estreme e l’innalzamento dei mari. In definitiva, oltre a lutti e sofferenze, la guerra cambia le priorità e sposta l’attenzione verso urgenze che non coincidono con quelle sentite dalle popolazioni.

Anche l’attuale invasione della Russia in Ucraina ha e avrà numerose attinenze con la crisi climatica. In primo luogo, rallenterà il compimento degli impegni presi dalla Russia durante la conferenza sul clima COP 26 di Glasgow. Come riporta The Conversation, in quell’occasione, la Russia si è impegnata a raggiungere la “carbon neutrality” entro il 2060. Un passo importante tenuto conto che la Russia è il terzo Paese a livello globale per emissioni di CO2, secondo i dati di Carbon brief analysis. Ma ora, di certo, questo è un traguardo che non ha più la precedenza.

Ucraina e Russia: una guerra energetica

Secondo i dati del 2021 dell’Eia (US Energy information administration) “la Russia è uno dei tre maggiori produttori di petrolio greggio al mondo, dopo gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita”. E la fortuna economica di questo Stato dipende dalla sua capacità di rallentare la transizione ecologica, scrive Politico.eu. Le sanzioni contro la Russia hanno portato i Paesi che si rifornivano del suo petrolio e del suo gas naturale a rivolgersi altrove o a ricorrere ad altre fonti energetiche. C’è già un maggiore interesse per le energie rinnovabili, lo stoccaggio di energia e altre tecnologie che riducono la dipendenza dell’Europa dai combustibili fossili. E il conflitto potrebbe rappresentare una spinta efficace per rispettare il Green Deal, il piano per rendere l’Europa un continente a emissioni nette zero entro il 2050.

Tuttavia, spiega The Conversation, secondo l’analisi dell’università di Queensland gli intenti europei potrebbero rimanere solo buoni propositi. Sia la Russia che l’Ucraina sono fornitori chiave di metalli impiegati nella produzione di tecnologie verdi, come pannelli solari, turbine eoliche e batterie per veicoli elettrici. Il conflitto minaccia le forniture globali di questi materiali. Il mancato rifornimento di rame, nichel, platino, palladio, alluminio e litio potrebbero rallentare ulteriormente la transizione verso le fonti rinnovabili, che già erano adottate in misura inferiore rispetto agli obiettivi stabiliti (circa il 30 per cento in meno).

Inoltre, ipotizza l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), gli alti costi del gas naturale potrebbero spingere a un riutilizzo delle centrali a carbone europee o a all’uso di combustibili fossili alternativi (come il petrolio) nelle centrali termoelettriche esistenti. Al contempo, vi è l’interesse di Canada e Stati Uniti a espandere le loro possibilità di esportazione dei combustibili fossili verso l’Europa. Le pressioni d’oltreoceano avranno crescenti impatti sul clima che cambia, come ha evidenziato il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici.

In questo scenario si inserisce un interesse già rinnovato verso l’uso del nucleare per la produzione di energia, mentre gli attacchi della Russia fanno temere il peggio per la sorte delle centrali nucleari con sede in Ucraina.

I danni sull’ambiente

Non c’è bisogno di attendere la fine del conflitto per registrare i danni provocati all’ambiente da una guerra. Come risultato del dannoso impatto ambientale della guerra, nel 2001, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 6 novembre di ogni anno la Giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in guerra e nei conflitti armati.

Fare la guerra comporta attaccare o inavvertitamente danneggiare impianti industriali, petroliferi o energetici e i danni ambientali che ne conseguono possono diventare enormi. Un articolo pubblicato recentemente su Small Wars & Insurgencies analizza le dimensioni ambientali di un conflitto in una zona industrializzata. La zona del Donbas, presa a modello, è un esempio per comprendere le dinamiche di un conflitto che perdura dal 2014. 

E fare la guerra significa, innanzitutto, consumare più risorse ed emettere più gas climalteranti. Tutte le armi – e non solo quelli chimiche o nucleari – e gli stessi veicoli militari rilasciano nell’ambiente sostanze inquinanti. Inoltre i veicoli militari, gli aerei, le navi, gli edifici e le infrastrutture militari richiedono energia, e il più delle volte si tratta di petrolio.

I danni delle armi e dei veicoli militari | Molte armi convenzionali contengono costituenti tossici, altre contengono uranio impoverito e sono anche radioattive. Quelle incendiarie come il fosforo sono tossiche oltre a distruggere gli habitat nei quali sono usate. Anche lo smaltimento delle armi convenzionali attraverso la combustione aperta o la detonazione nuocciono all’ambiente. Mentre, secondo un articolo apparso su Marine Environmental Research nel 2020, è preoccupante l’inquinamento marino legato allo smaltimento delle munizioni. Ancora: l’uso di armi esplosive nelle aree urbane crea grandi quantità di detriti e macerie, che possono causare inquinamento dell’aria e del suolo. È una delle tante cause da cui scaturiscono gli inquinanti ambientali legati ai conflitti e analizzati da un commento apparso nel 2015 su Medicine, Conflict and Survival. In aggiunta, danni all’industria leggera e alle infrastrutture sensibili dal punto di vista ambientale, come gli impianti di trattamento delle acque, creano comunque danni all’ambiente. Un articolo di Belcher Oliver e colleghi del 2020 mostra che le emissioni di CO2 dei più grandi eserciti sono maggiori di quelle di molti dei Paesi del mondo messi insieme. I movimenti di veicoli su larga scala possono danneggiare il biota e la geodiversità.

L’uso di armi nucleari in un conflitto è lo scenario estremo. Quale sarebbe in tal caso l’impatto sul clima? La Nasa ha simulato un conflitto combattuto con armi nucleari e ne ha misurato anche l’impatto sull’ambiente. Un evento nucleare produce fuliggine ed è in grado di modificare temperature e precipitazioni al suolo, con gravi conseguenze per l’agricoltura. Un simile evento provocherebbe anche una perdita globale di ozono stratosferico con ripercussioni globali. Le armi nucleari inducono la contaminazione dell’ambiente con materiali radioattivi che permangono per numerosi decenni. Si tratta di sostanze cancerogene e/o mutagene, rilasciate anche in fase di produzione degli armamenti nucleari.

Un problema senza confini: cosa fare?

Dunque la guerra inquina con le armi utilizzate, rovina ecosistemi, cambia gli equilibri dell’approvvigionamento energetico e delle risorse. La guerra non può fare altro che peggiorare i mutamenti già in atto. I disastri ambientali causati dalla guerra attraversano i confini internazionali e rappresentano un danno duraturo e aggravante per le parti dirette, indirette e persino per quelle non coinvolte.

La Croce Rossa nel 2020 ha pubblicato una versione aggiornata delle linee guida per proteggere la natura durante i conflitti armati. È inevitabile che la guerra arrechi una certa quantità di danni all’ambiente, ma non è ammissibile che non ci sia un limite al danno. Ecco allora che servono regole per facilitare l’adozione di misure concrete, per proteggere l’ambiente anche durante un conflitto. Tra queste, vi è il riconoscimento di aree protette dal conflitto per rilevanza o per fragilità ambientale.

Giulia Annovi
Il Pensiero Scientifico Editore

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