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Il rapporto The Lancet Countdown on Health and Climate Change 2025 conferma con chiarezza crescente ciò che la comunità scientifica sostiene da anni: il cambiamento climatico non è solo un moltiplicatore di rischi, ma un determinante di salute strutturale. E in Italia, già fragile sotto il profilo ambientale ed epidemiologico, i suoi effetti stanno diventando sempre più evidenti e misurabili, con impatti che attraversano tutte le fasce della popolazione e aggravano le disuguaglianze sanitarie.

Mortalità da caldo: un indicatore ormai strutturale

Tra il 2012 e il 2021, il nostro Paese ha registrato una media di 7.400 decessi l’anno attribuibili all’aumento delle temperature, più del doppio rispetto agli anni ’90. L’incremento è coerente con l’intensificazione delle ondate di calore, che colpiscono soprattutto anziani, bambini, persone con patologie croniche e soggetti sottoposti a trattamenti farmacologici sensibili alla termoregolazione. Le città italiane, sempre più impermeabili e caratterizzate da isole di calore marcate, rappresentano i contesti più vulnerabili.

L’inquinamento atmosferico come amplificatore di morbilità e mortalità

Al riscaldamento globale si somma il peso dell’inquinamento atmosferico, generato spesso dalle stesse cause. Tra il 2019 e il 2023 quasi l’intera popolazione italiana – il 99% – ha respirato concentrazioni di pm10 superiori ai limiti raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità. L’impatto sulla salute è evidente nei dati del 2022, anno in cui l’Italia ha registrato 63.700 morti premature attribuibili al pm2,5, il valore più alto nell’Unione europea. Una quota consistente di queste morti, pari a circa 27.800, è riconducibile all’uso di combustibili fossili, in particolare alla benzina impiegata nei trasporti su strada. Un’altra parte rilevante, quasi 20.000 decessi, è invece legata alla combustione della biomassa domestica, una pratica ancora molto diffusa nelle aree interne e montane e spesso percepita erroneamente come naturale o sostenibile, ma che in realtà produce livelli elevati di inquinanti nocivi. L’esposizione cronica al particolato fine è correlata a un aumento significativo del rischio di numerose patologie, come ad esempio ictus, tumore del polmone, scompenso cardiaco, broncopneumopatia cronica ostruttiva, diabete di tipo 2. Inoltre, altera la risposta immunitaria e rende la popolazione più vulnerabile ai virus respiratori.

Incendi, siccità e suolo: gli impatti silenziosi del clima sulla salute

Il rapporto del Lancet evidenzia anche altri fattori critici. In Italia gli incendi boschivi – spesso alimentati da condizioni meteo estreme – hanno causato 1.100 decessi l’anno, mentre la siccità estrema ha interessato il 60,9% del territorio almeno per un mese all’anno nel periodo 2020–2024. A livello epidemiologico, la scarsità idrica si traduce in un aumento dei rischi per la sicurezza alimentare, in un incremento delle patologie idro-trasmesse e in un peggioramento della qualità dell’aria.

La perdita di copertura arborea, pari a 44.000 ettari nel solo 2023, riduce la capacità del territorio di mitigare ondate di calore e inquinamento atmosferico e amplifica la vulnerabilità delle aree urbane.

Il paradosso italiano: sussidi ai fossili pari al 15,5% della spesa sanitaria

Nonostante questa fotografia epidemiologica, l’Italia continua a destinare 30,2 miliardi di dollari l’anno ai sussidi per i combustibili fossili. Una cifra che rappresenta il 15,5% della spesa sanitaria nazionale.
Si crea così un paradosso evidente: si sostengono economicamente attività che aggravano la crisi climatica e l’inquinamento, mentre si spendono risorse ingenti per affrontarne le conseguenze sanitarie.

Alimentazione e salute: un fattore spesso sottovalutato

Il Lancet Countdown dedica ampio spazio anche al ruolo della dieta. In Italia il basso consumo di frutta e verdura provoca 71.000 decessi l’anno, mentre l’eccessivo consumo di carne e latticini contribuisce ad altri 42.000. Promuovere una dieta più ricca di alimenti vegetali non è solo una misura ambientale, ma una strategia di prevenzione primaria cardiometabolica e oncologica, con benefici immediati sulla salute pubblica e sulle emissioni di gas climalteranti.

Dai dati del rapporto emergono tre indicazioni cruciali. La prima: la crisi climatica sta già generando una crisi sanitaria strutturale.

Cosa ci insegna il quadro epidemiologico

Dai dati del rapporto emergono tre indicazioni cruciali. La prima: la crisi climatica sta già generando una crisi sanitaria strutturale. Non parliamo di scenari futuri, ma di fenomeni in atto che coinvolgono la mortalità, la morbilità e il benessere psicofisico della popolazione. La seconda: gli impatti non sono uniformi.
Le persone più vulnerabili – anziani, bambini, soggetti fragili, famiglie a basso reddito – pagano un prezzo più alto, allar­gando fratture sociali già profonde. La terza: le politiche attuali non sono in linea con l’urgenza della situazione.
Ritardare la transizione energetica e la decarbonizzazione non significa essere prudenti, ma aumentare il carico sanitario, i costi pubblici e le disuguaglianze. In questo contesto, rallentare o ostacolare la transizione ecologica non è più una scelta politicamente sostenibile né eticamente accettabile: ogni mese di ritardo genera nuove vittime e nuovi costi.

Il rapporto ci ricorda che la salute umana dipende dalla salute dell’ambiente. Proteggere il clima significa proteggere la vita, ridurre le disuguaglianze e rafforzare il nostro sistema sanitario.

La salute come bussola per le politiche climatiche

L’Italia ha oggi la necessità di integrare sistematicamente clima e salute nelle proprie strategie sanitarie, energetiche e urbane. Le misure che riducono le emissioni – mobilità sostenibile, elettrificazione dei trasporti, riduzione della combustione domestica, case efficienti, più verde urbano, alimentazione sostenibile e stop ai sussidi ai fossili – producono benefici immediati e misurabili per la salute di milioni di persone.

Il rapporto Lancet Countdown ci ricorda che la salute umana dipende dalla salute dell’ambiente. Proteggere il clima significa proteggere la vita, ridurre le disuguaglianze e rafforzare il nostro sistema sanitario. È una scelta di responsabilità collettiva, ma soprattutto una scelta di sanità pubblica.

Francesco Romizi
Responsabile comunicazione ISDE


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