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Quest’anno il Po, fin dal Monviso, è ridotto a un rivolo e questa “evidenza” sta riempendo le prime pagine dei giornali. L’emergenza siccità s’impone come urgenza perfino rispetto alla guerra in Ucraina e surclassa le polemiche della politica interna. Accade d’estate – e non è la prima volta – ma una stagione così arida non la si ricorda in Italia da settant’anni. Ogni anno, in effetti, va un po’ peggio e questo inizio della stagione calda segna un’accelerazione improvvisa, per quanto non inattesa.

Da anni, infatti, è desta l’attenzione nei confronti del cambiamento climatico, del mutamento globale del clima, in grado di influenzare – quando non di sovvertire – le economie di molti Stati, compreso il nostro. Solo che funziona come un basso continuo, come una nota solenne che ci accompagna nella quotidianità senza scuoterla più di tanto. Il problema è che, invece, il cambiamento climatico non comporta solo costi e restrizioni economiche, ma costituisce una grave crisi in termini di salute pubblica. Ne hanno preso atto anche il NEJM e il gruppo editoriale che fa capo a un’antica associazione scientifica, la Massachusetts medical society [1]. Infatti, hanno deciso d’impegnarsi ancor più direttamente che nel recente passato nel sensibilizzare l’opinione pubblica sugli effetti del cambiamento climatico sulle condizioni di salute e sui sistemi di assistenza sanitaria. Da questo mese, sul NEJM è disponibile gratuitamente una raccolta di articoli e di altre risorse sull’argomento clima, per supportare medici e operatori sanitari. Una mappa interattiva di grande efficacia e impatto grafico rende immediatamente evidente la rilevanza dei cambiamenti climatici per i diversi specialismi (comprendendone tredici, dalle malattie respiratorie alla pediatria, dalla medicina cardiovascolare alla dermatologia).

Le ondate di calore | È importante che le conoscenze sul fenomeno siano continuamente rinnovate e che gli interventi di assistenza sanitaria vengano pianificati tenendo conto delle evidenze prodotte fino a oggi, come illustrato nel dettaglio già da Anna Maria Bargagli e Paola Michelozzi in Clima e salute, un libro che si concentra in particolare sui rischi immediati e a lungo termine delle ondate di calore.

I principali dati sono noti [2]. La temperatura media globale è attualmente di 14,8 gradi centigradi, la più alta da decine di migliaia di anni, di 1,1 gradi al di sopra dei livelli preindustriali. Il livello di CO2 nell’atmosfera è di 418 ppm, il più alto da milioni di anni a questa parte. Il rapporto del Gruppo intergovernativo degli esperti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, pubblicato all’inizio di quest’anno, ha avvertito che le emissioni di gas serra devono iniziare a diminuire entro il 2025 e ridursi del 43 per cento rispetto ai livelli attuali entro il 2030 se vogliamo limitare il riscaldamento a una crescita di 1,5 gradi, obiettivo prefissato dall’Accordo di Parigi. Oltretutto, sappiamo perfettamente come si dovrebbe fare: disponiamo già degli strumenti necessari per iniziare a ridurre sostanzialmente le emissioni nei prossimi tre anni; i progressi tecnologici hanno reso l’energia solare ed eolica ampiamente disponibile e spesso più economica dei combustibili fossili. Eppure, come nella crisi russo-ucraina in corso, è a essi che si ricorre. Mentre invece i governi dovrebbero innanzitutto smettere di sovvenzionare i combustibili fossili. La crisi attuale dimostra in modo esemplare che l’ostacolo principale a una transizione equa dal carbone, dal petrolio e dal gas naturale è la mancanza di volontà politica, anche a causa dell’influenza esercitata dall’industria dei combustibili fossili.

La soluzione alla crisi climatica | Basta investire il 2 per cento del prodotto interno lordo mondiale per avviare a soluzione la crisi climatica. Il ragionamento dell’intellettuale israeliano Yuval Noah Harari è chiaro e incalzante: in una TED Talk pubblicata online il 17 giugno, spiega che la soluzione non è in un costo, ma in un investimento: “Non stiamo parlando di bruciare mucchi di banconote in qualche enorme sacrificio agli spiriti della Terra. Stiamo parlando di fare investimenti in nuove tecnologie e infrastrutture, come batterie di nuova generazione o altre tecnologie per immagazzinare l’energia solare e reti elettriche aggiornate per distribuirla. Questi investimenti creeranno molti nuovi posti di lavoro e opportunità economiche e probabilmente saranno economicamente redditizi a lungo termine, in parte riducendo le spese sanitarie e salvando milioni di persone dalle malattie causate dall’inquinamento atmosferico. Inoltre, poiché petrolio e gas spesso sostengono regimi autocratici e militaristici, ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili sarà un enorme vantaggio per la democrazia e la pace. Tutto questo può tradursi in un concreto piano d’azione politico”. Del resto, aggiunge lo storico, i politici servono proprio a questo: per decidere dove destinare le risorse di cui le economie dispongono. Quella di Harari è una splendida, pragmatica esortazione a prendere consapevolezza e ad agire, esercitando in modo compiuto i diritti di cittadinanza.

Il NEJM ha scelto di esercitare ogni pressione possibile sull’opinione pubblica, a partire dai propri lettori di tutto il mondo, raddoppiando l’attenzione nei confronti del cambiamento climatico e dei suoi rischi per la salute globale, pubblicando ogni mese almeno un articolo sull’argomento su ognuna delle tre riviste del gruppo (New England Journal of Medicine, NEJM Evidence e NEJM Catalyst Innovations in Care Delivery). L’autorevole media statunitense si unisce all’impegni di altre istituzioni mediche: tra tutte, ricordiamo The BMJ – rivista della British medical association – che da tempo è in prima linea per sensibilizzare i propri lettori su questi argomenti.

Sì, perché quella del medico può essere una voce importante: “Il cambiamento climatico sta già causando danni fisici, malattie e morte in tutto il mondo, a causa di ondate di caldo, incendi, tempeste, inondazioni, siccità, aumento delle malattie infettive e malattie mentali” scriveva Fiona Godlee in un editoriale il 6 maggio scorso [3]. “Il cambiamento climatico minaccia anche le basi di una buona salute, come aria pulita, acqua potabile sicura, cibo nutriente, riparo sicuro, stabilità finanziaria, uguaglianza sociale, accesso all’assistenza sanitaria e sostegno sociale”. L’augurio è che la pubblicazione costante di questi lavori chiarisca anche il ruolo non secondario del mondo dell’editoria medica e del suo possibile impatto sulla sanità pubblica nell’affrontare questa crisi, stimolando una ricerca in grado non solo di accompagnare, ma di guidare lo sviluppo di nuove politiche di sviluppo energetico rispettose dell’ambiente e della salute globale.

A cura della redazione de il punto

Bibliografia

1. www.nejm.org/climate-change
2. http://climate.gov
3. Godlee F. Who cares about climate change? BMJ 2022; 377 :o1150 doi:10.1136/bmj.o1150

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