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Cosa hanno in comune un biglietto del treno Londra-Roma, una mammografia a quarant’anni e il curriculum di un giovane ricercatore? A prima vista, nulla. Eppure nella conversazione de il punto con Richard Smith, medico, scrittore, ex direttore del British Medical Journal per oltre vent’anni e membro della UK Health Alliance on Climate Change, questi tre argomenti rivelano una tensione comune: il conflitto tra la scelta individuale e i sistemi che la contengono, la spingono, la contraddicono o la rendono, a volte, semplicemente inutile.

Guarda la video intervista su YouTube

Ambiente e trasporti: quando una scelta individuale conta

Smith ha scelto di viaggiare in treno per ragioni ambientali. Sa perfettamente che non farà “una grande differenza”. Lo dice senza imbarazzo, con la lucidità di chi ha trascorso decenni a leggere studi e a diffidare delle semplificazioni. Eppure ha preso il treno lo stesso.

Il suo ragionamento è sistemico: servono cambiamenti a ogni livello, globale, nazionale, locale, istituzionale, individuale, e nessuno di questi livelli, da solo, è sufficiente. “Se cambiamo solo noi, senza che cambi tutto il resto, non funzionerà”, dice. Ma aggiunge anche l’inverso: perché il mondo diventi sostenibile, serve in ultima istanza un cambiamento politico globale, che oggi procede troppo lentamente. Il gesto individuale resta però una parte necessaria, anche se non sufficiente, di quel processo.

La mammografia e il paradosso della prevenzione

Il secondo tema è più sottile (e più scomodo). Molte donne scelgono di sottoporsi a mammografie prima dei cinquant’anni, l’età raccomandata dai protocolli britannici. Smith lo legge come un fraintendimento di quanto sia realmente efficace lo screening, più che come una scelta irrazionale.

I dati, spiega, mostrano un quadro più incerto di quanto si pensi: una lieve riduzione delle morti per cancro al seno, ma un aumento della mortalità per tutte le cause. Alcuni paesi, come la Svizzera, non prevedono uno screening mammografico di routine. Nell’intervista Smith cita anche il caso di Fiona Godlee, che gli è succeduta come direttrice del BMJ, e che ha scelto di non sottoporsi a mammografia proprio perché non ritiene che faccia una differenza sostanziale. Il principio “prevenire è meglio che curare”, valido fino a un certo punto, non è quindi una legge universale: la prevenzione può essere più costosa della cura e non funzionare come ci si aspetta.

Per Smith, questa scelta diffusa riflette due cose insieme: da un lato una comprensione parziale dei limiti dello screening, e dall’altro lato una sfiducia nelle autorità sanitarie, percepite come più attente ai costi che alla salute dei cittadini.

“Publish or perish”: come si valuta il lavoro dei ricercatori

Il terzo tema riguarda la ricerca accademica, ma il meccanismo che Smith descrive è simile agli altri due. Il sistema del “publish or perish” misura i ricercatori in base alla quantità delle pubblicazioni e al prestigio delle riviste su cui compaiono, un sistema che Smith definisce esplicitamente difettoso e manipolabile, ma che resiste perché permette di “contare semplicemente le cose e ottenere un numero”. Le riviste stesse, osserva, hanno interesse a mantenerlo, perché è ciò che ne garantisce la centralità.

Alcune alternative esistono già: la Dichiarazione DORA di San Francisco sulla valutazione della ricerca che fornisce raccomandazioni ai ricercatori, alle istituzioni, a editori finanziatori sulla necessità di eliminare l’uso di indicatori come l’IF e di valutare un lavoro in base alla qualità del lavoro stesso e non della rivista che lo pubblica; oppure università come Harvard che chiedono ai ricercatori di presentare solo i cinque lavori migliori invece di un elenco completo delle pubblicazioni. In Gran Bretagna, il sistema nazionale di valutazione della ricerca (REF) assegna oggi il 25 per cento del punteggio all’impatto sociale, economico e sanitario del lavoro svolto, descritto dai ricercatori stessi in casi studio in linguaggio non specialistico. Alcuni scienziati, soprattutto nella ricerca di base, hanno resistito a questo criterio, ritenendo il proprio impatto difficile da misurare; ma secondo Smith il principio è ormai acquisito, e potrebbe in futuro pesare ancora di più.

Scelte individuali e cambiamento sistemico: il filo comune

Tre domande, una struttura di fondo comune. In tutti e tre i casi, la persona si trova di fronte a un sistema che funziona secondo logiche proprie, spesso distorte, spesso resistenti al cambiamento, e deve decidere se conformarsi, resistere o cercare una via di mezzo.

Nel racconto di Smith la scelta individuale ha valore, ma non basta da sola: va accompagnata da un cambiamento a livello di sistema, che a sua volta non si realizza senza persone disposte, nel frattempo, a scegliere in modo coerente anche quando il gesto resta simbolico o comporta un costo personale, come nel caso del giovane ricercatore che rinuncia a pubblicare di più per pubblicare meglio.

Continuare a farlo, sembra dire Smith, ha senso anche quando non è sufficiente a cambiare da solo il sistema. Ma non sostituisce la necessità che i sistemi, a loro volta, cambino.


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