Le sale operatorie hanno un impatto ambientale significativo. L’alto consumo di risorse come acqua ed energia, l’uso intensivo di materiali monouso come plastica e altri polimeri, insieme alla produzione di rifiuti biologici e chimici, contribuiscono alla loro elevata impronta ecologica. È necessario, quindi, mettere a fuoco e acquisire consapevolezza dell’impatto ambientale della chirurgia e delle sale operatorie, identificando possibili soluzioni senza compromettere la qualità delle cure.
L’impatto ambientale delle sale operatorie è dovuto soprattutto all’elevata quantità di emissioni prodotte, all’utilizzo di farmaci anestetici difficili da smaltire e, dato anche l’ambiente protetto, alla necessità di sterilizzare gli strumenti e di utilizzare quelli monouso.
Ma vediamo questi aspetti più nel dettaglio.
Emissioni. Secondo uno studio uscito nel 2017 sul Lancet Planet Health, un’operazione chirurgica produce in media, a seconda del tipo di operazione e di paziente, tra i 146 e i 232 kg di CO₂ [1], causate soprattutto dal rilascio di gas anestetici nell’atmosfera, dall’utilizzo di apparecchiature mediche ad alta intensità energetica e dall’illuminazione. Si aggiungono, poi, le emissioni generate indirettamente attraverso il trasporto dei rifiuti nei luoghi destinati allo smaltimento, l’incenerimento dei rifiuti e il rilascio di gas metano dalle discariche [2].
Farmaci anestetici. Per quanto riguarda le emissioni legate al rilascio nell’atmosfera di gas anestetici, alcuni studi mostrano come i gas a maggior impatto siano il desflurano e il protossido di azoto, seguiti dall’isoflurano e il sevoflurano. È consigliabile cercare sempre strategie anestetiche alternative, come l’anestesia totale per via endovenosa o, quantomeno, evitare i gas con l’impatto più alto [3].
Un altro problema da non trascurare riguarda i farmaci preparati e poi scartati, dato anche il loro costo elevato e il loro essere rifiuti ad alta contaminazione ambientale. Basti pensare che i farmaci preparati prima dell’operazione “in caso di emergenza” – soprattutto efedrina, succinilcodina e lidocaina – rimangono inutilizzati oltre il 50% delle volte [2].
Gli strumenti monouso. L’utilizzo di strumenti monouso è molto cresciuto negli anni, sia per la facilità d’uso sia per ridurre il rischio di infezione. Si tratta, però, di un argomento controverso, poiché per alcune attrezzature, come i teli monouso, non è stato dimostrato che riducano il rischio di trasmettere infezioni rispetto a quelli riutilizzabili. Allo stesso tempo, le evidenze hanno mostrato come la diminuzione dell’uso di materiali monouso permetta di risparmiare sui costi e riduca i rifiuti: due aspetti da non sottovalutare [2].
Sterilizzazione. La maggior parte delle volte i vassoi sterili di strumenti chirurgici standard vengono aperti per ogni operazione e, una volta aperto, l’intero vassoio deve essere sterilizzato nuovamente prima di poter essere riutilizzato. Spesso, tuttavia, viene utilizzata solo una parte di strumenti sterilizzati. Uno studio – che ha seguito per tre mesi sei chirurghi di un reparto di chirurgia vascolare americano, che utilizzavano due diversi set di strumenti – ha mostrato come siano stati utilizzati solo 30 strumenti su 131 (22,9 per cento) e 19 su 152 (12,5 per cento) [3]. Anche in questo caso, secondo le evidenze a disposizione, riducendo il numero di strumenti in eccesso nei vassoi, si ottengono risparmi economici non trascurabili: un reparto americano di chirurgia plastica ha risparmiato 163.800 dollari in un anno riducendo il numero di strumenti nei set operatori. In termini di impatto sull’ambiente, però, il quadro è più sfumato ed è necessario condurre ulteriori ricerche [4].
Cosa si può fare in pratica?
Molti interventi mirati alla riduzione dell’impatto ambientale delle sale operatorie dipendono principalmente dai decisori politici e sanitari, dai fornitori di dispositivi medici. Tuttavia non si può pensare che chi lavora nella chirurgia non abbia il potere di incidere positivamente; ecco alcune azioni che si possono mettere in pratica [5]:
Valutare sempre l’impiego di anestesia locale o loco-regionale, possibile anche in interventi di ernia inguinale e di artroprotesi di anca e ginocchio. Quando l’anestesia totale è necessaria preferire quella per via endovenosa.
Occorre limitare l’utilizzo del protossido di azoto solo in casi specifici e, se utilizzato, è bene verificare l’assenza di perdite dai tubi.
Se si utilizza l’anestesia per via inalatoria, è necessario scegliere il farmaco meno dannoso (il sevoflurano, ad esempio, ha un impatto minore dell’isoflurano e del desflurano).
Iniziare ad usare prodotti tessili riutilizzabili, tra cui i copricapo chirurgici, i camici sterili, i teli per i pazienti e le coperture per i carrelli. Infatti, non esistono prove certe che l’utilizzo dei dispositivi monouso riduca il rischio di infezioni.
Ridurre il consumo di acqua e di energia: dopo il primo lavaggio chirurgico delle mani con acqua e saponi antisettici della giornata, è possibile utilizzare solo la soluzione alcolica per i lavaggi pre-operatori successivi.
Riciclare gli imballaggi quando possibile oppure smaltirli come rifiuti assimilabili a quelli domestici, così come è bene differenziare la raccolta di metalli e batterie.
Ottimizzare i kit chirurgici comporta benefici sia per i pazienti sia per i medici, come la riduzione dei tempi operativi e del tempo necessario per il conteggio obbligatorio degli strumenti alla fine dell’intervento. Per ottenere benefici ambientali, è necessario ottimizzare i set utilizzando vassoi più piccoli o aumentare la disponibilità di strumenti confezionati singolarmente, da aprire solo quando necessario.
Tutte le persone che lavorano in area chirurgica possono, insieme, apportare cambiamenti significativi e importanti. Analizzare criticamente i modelli organizzativi e pratici permette di modificare i comportamenti così da ottenere maggiori benefici sia per i pazienti sia per l’ambiente.
Essendo le sale operatorie una delle aeree ospedaliere più energivore ed essendo responsabili dell’utilizzo di grandi quantità di risorse, le strategie volte a diminuire l’impatto ambientale di queste aree possono contribuire in modo sostanziale e significativo a migliorare la sostenibilità dell’intero settore ospedaliero.
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