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Nel panorama digitale attuale, la scienza dei dati è diventata una competenza necessaria soprattutto per chi si occupa di informazione scientifica. Perché se i dati sono essenziali, è grazie al giornalismo – in particolare quello scientifico e sanitario – che queste informazioni trovano un senso. Ma non basta che l’informazione sia disponibile: deve essere compresa, interpretata, contestualizzata. Questo compito ricade su chi ha il dovere di mediare tra evidenza scientifica e percezione pubblica. È compito dei professionisti dell’informazione che parlano al pubblico guidare le persone attraverso la complessità, in un contesto reso sempre più complesso dal fenomeno dell’infodemia: ossia l’eccesso di informazioni, accurate e no, che minaccia di soffocare il discorso pubblico. Un’infodemia che ha mostrato il suo volto più critico nel corso della pandemia ma che in realtà si applica a ogni crisi: per esempio, in occasione della Conferenza COP26 la polarizzazione online sul tema climatico è cresciuta in modo drammatico, spinta da una narrazione antagonista sempre più organizzata e politicizzata.

Un eccesso di informazione disorienta invece che chiarire.

Il problema non è solo la disinformazione, ma la sua forma sistemica.  In questo contesto – spiega in un’intervista rilasciata a ilpunto Walter Quattrociocchi, presidente del corso di laurea in data science della Sapienza università di Roma – un ulteriore elemento critico emerge con forza: la confusione tra ruolo del giornalista, dell’influencer e della fonte scientifica. In molti casi, chi racconta sui social la scienza finisce per occupare lo spazio della scienza stessa, sovrapponendosi ad essa e diventando una fonte di riferimento non verificabile e, per questo, non affidabile: una deriva che contribuisce a ridurre la credibilità complessiva del discorso pubblico, alimentando sfiducia, polarizzazione e disorientamento.

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Quattrocciocchi mette in guardia dai rischi del sovraccarico informativo. “Molte persone si sono improvvisate esperte su temi di cui, in realtà, non hanno una reale padronanza. Questo fenomeno si è poi intrecciato con le dinamiche distorsive delle piattaforme social, dove ciascuno cerca di parlare per compiacere il proprio pubblico, senza perdere visibilità, mantenendo alto l’interesse mediatico, e alimentando continuamente il flusso informativo. Il risultato è stato la nascita di una platea di informatori che spesso si atteggiano più a influencer che a giornalisti. E che non avendo solide basi scientifiche finiscono per rilanciare contenuti altrui, senza la capacità di verificarli criticamente. Spesso confondono il ruolo dell’autorevolezza con quello della fonte: si identificano essi stessi con la notizia, contribuendo così a un meccanismo di infodump, cioè di sovraccarico informativo. Mi è capitato, per esempio, di vedere due giornalisti scientifici dare versioni completamente diverse sul tema delle mascherine, pubblicate lo stesso giorno su due quotidiani nazionali differenti. È il sintomo di un eccesso di informazione che disorienta invece di chiarire”.

L’informazione sanitaria non può essere trattata come intrattenimento.

Per Quattrociocchi la prevenzione dei “danni” della sovrabbondanza di informazioni, non può che passare attraverso la consapevolezza. “È fondamentale rendere l’utente consapevole dei meccanismi dell’informazione: sapere che ci sono molti narratori, molte voci che fanno storytelling su uno stesso tema. Questo è l’atteggiamento giusto da adottare. Per esempio, nel nuovo Piano Pandemico avevo proposto una sorta di shadow banning (ndr, il shadow banning è la limitazione della visibilità di un utente o dei suoi contenuti online, senza che l’utente venga avvisato o bannato ufficialmente): un sistema di tracciamento di chi parla di un certo argomento, in modo da evidenziare quali sono le fonti ufficiali e distinguere le altre. Nel caso della pandemia, ad esempio, la fonte ufficiale dovrebbe essere l’Istituto Superiore di Sanità. Un approccio del genere risolverebbe tanti problemi, perché spesso ci siamo trovati disorientati da narrazioni contrastanti, magari provenienti da figure che sembravano autorevoli ma che in realtà non lo erano”.

Come osserva anche una review pubblicata su Nature Medicine nel 2022, il vero nodo riguarda la vulnerabilità dell’ecosistema informativo: algoritmi che premiano contenuti polarizzanti, meccanismi di attenzione che favoriscono l’emotività rispetto alla comprensione, e una cultura comunicativa che fatica a rappresentare la complessità senza tradirla.  Per agire, concretamente, in questo paesaggio informativo alterato, si possono seguire due strade. Una, radicale, è quella di escludere dal dibattito pubblico tutte quelle voci che non possiedono le competenze per farlo. Soprattutto per gli argomenti più delicati, come i vaccini, silenziare tutte le fonti non istituzionali. Un’ipotesi che trova un suo fondamento nel principio di responsabilità: l’informazione sanitaria non può essere trattata come intrattenimento.

Il rumore non si elimina con la censura: si riduce costruendo competenze.

Eppure, escludere le voci sbagliate potrebbe non bastare. Il rumore non si elimina con la censura: si riduce costruendo competenze. Questa soluzione va in un’altra direzione, meno repressiva e più formativa: rafforzare l’alfabetizzazione scientifica della popolazione, fornendo strumenti comunicativi capaci di rendere il pubblico più resistente alle manipolazioni. Una strada sicuramente lunga ma che, a lungo termine, potrebbe rivelarsi efficace. Il punto, forse, non è decidere chi può parlare, ma rendere tutti capaci di ascoltare con giudizio.

Walter Quattrociocchi, professore ordinario presso Sapienza Università di Roma. È presidente del corso di laurea in Data science e direttore del Center of data science and complexity for society. La sua ricerca si concentra su data science, network science e dinamiche della disinformazione. Ha pubblicato su prestigiose riviste come Nature e PNAS; i suoi studi hanno contribuito ai Global Risks Reports del World Economic Forum.

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