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La fatica della cura
La nascita del gruppo inter-Ordini
Iniziative promosse dal Gruppo o attualmente in programmazione
Un LabOsservatorio?
Documento “Se mi fai male chi ti curerà?”

La fatica della cura

La cura delle persone richiede ai curanti non solo competenze tecniche ma rilevanti capacità emotive e relazionali per poter andare incontro alla sofferenza del paziente senza troppa distanza difensiva – distanza che li priverebbe della dose di empatia necessaria a svolgere il compito di cura – ma senza farsene contagiare fino a bruciarsi. È il rischio del burnout, che gli inglesi chiamano anche “compassion fatigue”, la fatica della compassione o, se vogliamo, la “fatica della cura” [1].

La pandemia covid-19, oltre a minacciare la vita di milioni di persone, ha sconvolto gli equilibri sociali, le sicurezze economiche e la pace mentale delle comunità in ogni parte del mondo. Anche nel nostro Paese, accanto ai presidi di cura e protezione messi in opera contro i rischi di contagio da coronavirus, si erano moltiplicate le iniziative volte ad offrire a cittadini e pazienti una consulenza psicologica per aiutarli ad affrontare i costi emotivi di questa emergenza, per certi versi più simile a una guerra che a un problema di salute pubblica. In tutta Italia, dalle università ai servizi sanitari, dalle società scientifiche agli ordini professionali, dalle iniziative di psicologi privati a quelle di gruppi di volontari, sono stati forniti consigli, informazioni, punti d’ascolto e attività di sostegno per le persone oppresse dal panico, dalla confusione, dall’insicurezza, dalla rabbia e soprattutto dalla prolungata sospensione delle abitudini quotidiane, delle attività lavorative e di molti legami sociali.

Di fronte a una tempesta perfetta, come quella pandemia, anche chi si prendeva cura degli altri poteva avere bisogno di supporto per affrontare in condizioni di incertezza e di imprevedibilità un’esperienza emozionale drammatica, fatta di ansia e di fatica, ma anche di compassione per il destino dei contagiati, di impotenza di fronte al dilagare di una malattia per la quale non si conoscevano cure, di rabbia per le inefficienze dei decisori o per i tagli inferti al sistema sanitario, e in ultima analisi un’esperienza gravata dalla paura di contrarre l’infezione e di morire: gli operatori sanitari,insieme agli operatori del soccorso e delle forze dell’ordine, hanno dovuto affrontare elevati stress lavorativi per fare diagnosi in tempi rapidi, garantire le misure di prevenzione e prendersi cura dei pazienti, dei loro corpi e delle loro angosce.

L’emergenza sanitaria legata alla pandemia covid-19 aveva già messo in luce in maniera drammatica, oltre all’impreparazione della struttura sanitaria e alla carenza di dispositivi di protezione, la povertà di strumenti di analisi e di supporto psicologico alla funzione curante, che dovrebbero al contrario essere a disposizione di ogni professionista occupato nella cura della salute della persona, in ospedale come nel territorio e soprattutto nelle situazioni di emergenza: medici, infermieri, psicologi, operatori sociosanitari, tecnici, ambulanzieri, farmacisti eccetera – senza escludere il personale amministrativo.

E così, tanto i comuni cittadini quanto gli operatori sanitari e sociali non sono sfuggiti a queste emozioni. Per questi ultimi, tali sentimenti sono stati ulteriormente accentuati dall’esercizio di un ruolo curante che di per sé comporta dei rischi e che li espone direttamente e in modo prolungato alle emozioni dei pazienti e dei loro familiari, alla loro paura, al dolore, alla collera, alla disperazione e alla solitudine e, in definitiva, ad una pervasiva angoscia di morte, oltre che alla crisi delle certezze razionali e dell’onnipotenza della medicina.

Molti medici e infermieri hanno dato voce alla sensazione di lottare contro un nemico potente con armi spuntate e senza alleati, a dispetto della facile retorica degli “eroi” e degli applausi dai balconi. In effetti quasi ovunque, anche ora che la pandemia è passata, lavorano ancora a ritmi infernali, con organici ridotti, scarse misure protettive, protocolli incerti, istruzioni contraddittorie e in organizzazioni precarie, piene di ostacoli burocratici e governate a volte in modo discutibile. Gli operatori sanitari si sentono frustrati e impotenti quando non dispongono di cure efficaci, o di vere misure preventive, e vedono morire senza poterli salvare tanti loro pazienti; sono spesso angosciati dal momento che le inevitabili identificazioni con chi sta male, promosse dall’empatia, li espone alla paura di fare la stessa fine; sono spaventati dalle pretese dei pazienti e dei loro familiari e soprattutto dalla loro rabbia quando le cose non vanno come si aspettano; sono furiosi perché dopo anni di tagli finanziari e di riduzioni del personale curante sentono di far parte di un sistema sanitario che aveva raggiunto elevati livelli di qualità ma che oggi avverte sempre più spesso uno stato di disarmo e di abbandono, rivelando difetti e debolezze preesistenti che la pandemia ha soltanto messo in evidenza.

Per queste ragioni ci si è sempre più chiaramente resi conto che la salvezza del nostro Servizio sanitario nazionale – sempre che davvero lo si voglia salvare – dipende in larga misura dalle attenzioni che vanno inevitabilmente dedicate ai professionisti della cura e dell’assistenza, in particolare a coloro che operano in situazioni e contesti ad elevato livello di stress come l’emergenza-urgenza e la terapia intensiva, la nascita e l’infanzia, l’oncologia e il fine vita, la salute mentale, gli eventi catastrofici e – ciò che oggi purtroppo si è molto approssimato – il terrorismo e la guerra. Questa consapevolezza è la molla che ha generato in seno all’Ordine dei medici di Torino, dove già esisteva una Commissione sul disagio professionale, l’idea di costituire un “gruppo inter-Ordini” che si occupasse specificamente del benessere degli operatori sanitari e sociali e del loro bisogno di un aiuto psicologico e organizzativo.

La nascita del gruppo inter-Ordini

L’idea di costituire un gruppo di lavoro inter-professionale sullo stress e sul burnout nel lavoro di cura è nata alla fine del 2021 per iniziativa congiunta di tre commissioni dell’Ordine torinese, la Commissione sul disagio lavorativo del medico, la Commissione salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e di vita e la Commissione epidemiologia, prevenzione ed educazione sanitaria. Le commissioni si erano date l’obiettivo di stilare delle linee guida rivolte alle istituzioni sanitarie e di elaborare dei percorsi formativi e di consulenza centrati sull’offerta di un supporto psicologico e organizzativo ai professionisti delle cure, per sostenerli durante la fase critica della pandemia ma soprattutto al di là di quella contingenza.

Per realizzare tali obiettivi i tre coordinatori, d’accordo con il presidente dell’Ordine, Guido Giustetto, avevano ritenuto indispensabile coinvolgere gli Ordini di altre professioni curanti di Torino e del Piemonte. A questo scopo nel febbraio 2022 si era raggiunta un’intesa con l’Ordine delle Professioni Infermieristiche, l’Ordine delle Ostetriche, l’Ordine delle Professioni sanitarie TSRM-PSTRP, l’Ordine degli Psicologi, l’Ordine degli Assistenti sociali e l’Ordine dei Farmacisti, i quali avevano nominato loro rappresentanti come membri del gruppo chiamato “Benessere degli operatori sanitari e contrasto allo stress lavoro correlato e al burnout”.

Il Gruppo di lavoro inter-Ordini aveva il compito di studiare il disagio professionale degli operatori sanitari, le sue cause e le sue conseguenze, e di proporre iniziative per risolvere o mitigare questo disagio sia sul versante del supporto psicologico personale e collettivo, sia in termini di riorganizzazione complessiva dell’attività. L’obiettivo era sostenere i professionisti della sanità alleviandone la fatica del compito di cura e di assistenza, proteggendoli dai rischi per la propria salute, dalla demotivazione e dai fattori che potevano spingerli ad abbandonare il lavoro o ad esporli a conflitti, violenze, errori, contenziosi e comportamenti controproduttivi. Lo strumento che si era pensato per questo scopo era, come si è detto, l’elaborazione di linee guida rivolte alle istituzioni e alle organizzazioni sanitarie per sensibilizzarle a prendersi adeguatamente cura degli operatori, con lo scopo, alla fine, di tutelare anche il sistema sanitario nel suo insieme.

La fisionomia di questo progetto, a cui oggi collaborano tutti gli Ordini delle professioni socio-sanitarie [2] di buona parte del territorio piemontese, presenta le seguenti caratteristiche essenziali:

  1. una dimensione inter-professionale, perché nessun problema di salute può essere affrontato se non nell’interazione tra le diverse professioni e discipline coinvolte (insomma, anche qui nessuno si salva da solo).
  2. una dimensione specialistica, perché il gruppo di lavoro, per svolgere con efficacia il proprio compito, non si limita alla rappresentanza formale delle varie professioni, ma è composto da persone che hanno competenze ed esperienze specifiche nelle questioni che si vogliono affrontare.
  3. una dimensione istituzionale,perchélo scopo primario è quello di sensibilizzare e di aiutare le organizzazioni della saluteRegione, asl, ospedali, medicina del territorio, università, istituzioni private e del terzo settore, nonché organizzazioni sindacali e professionali – a prendersi cura dei professionisti che operano al loro interno o di cui tutelano gli interessi, comprendendo la necessità di offrire loro un supporto psicologico e una migliore organizzazione di lavoro per prevenire gli effetti dello stress e del burnout.

La mobilitazione degli Ordini, che hanno per loro statuto il mandato di assicurare la qualità dei professionisti e delle cure prestate, ha permesso al gruppo di concentrare la propria attenzione sul benessere dei curanti anche come fattore di garanzia per la salute dei cittadini senza sconfinare sul versante “sindacale” della tutela dei diritti dei lavoratori e dei loro interessi di categoria.

In termini operativi il progetto del gruppo inter-Ordini si è articolato in tre momenti.

Fin dall’inizio si è ritenuto che il lavoro del gruppo potrebbe utilmente giovarsi anche di contributi esterni, in particolare quelli di altri professionisti operanti nelle istituzioni socio-sanitarie, in contesti universitari o in associazioni scientifiche e culturali, così come della collaborazione con le pubbliche amministrazioni e le organizzazioni sindacali.

Come si è detto, nei primi mesi del 2022 i diversi Ordini hanno nominato i loro rappresentanti destinati a far parte di questo gruppo di lavoro, due per ciascuno salvo che per l’Ordine TSRM-PSTRP, il quale, includendo una ventina di professioni diverse (dai tecnici di radiologia agli educatori professionali), ne ha nominati tre. E nella scelta delle persone – trattandosi di un gruppo di studio e di lavoro piuttosto che di un “tavolo” politico – più che le esigenze di rappresentatività si è deciso di privilegiare le esperienze e le competenze dei singoli nelle aree delle relazioni interprofessionali e della prevenzione dei rischi da stress lavoro correlato.

Al momento attuale il Gruppo, composto da 19 persone, rappresenta:

Iniziative promosse dal Gruppo o attualmente in programmazione

Dalla sua costituzione ad oggi il Gruppo inter-Ordini si è riunito in una dozzina di occasioni, per alcuni membri in presenza e per altri da remoto, ospitato dall’Ordine dei Medici di Torino nei locali della propria sede, Villa Raby, con il supporto della sua presidenza e della sua segreteria.

Nel primo incontro è stato subito coinvolto in un compito istituzionale, la stesura di un documento (vedi box) in occasione della Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio-sanitari (12 marzo 2022), che ha poi mobilitato i membri a raccogliere in un archivio e a condividere una serie di documenti, testimonianze e materiale scientifico sul benessere degli operatori sanitari e sociali e sui dispositivi di protezione e prevenzione relativamente allo stress lavoro-correlato e al burnout.

Il Gruppo ha poi discusso come organizzarsi per svolgere il proprio mandato, quello di studiare il disagio degli operatori sanitari e sociali e di proporre soluzioni sia sul versante del supporto psicologico al personale, sia in termini di riorganizzazione complessiva dell’attività. Il risultato del lavoro del Gruppo doveva consistere prima di tutto nella stesura di un documento di raccomandazioni (una sorta di “Linee guida” o meglio un “Vademecum”) rivolte non tanto ai professionisti stessi quanto piuttosto ai vertici delle istituzioni sanitarie pubbliche e private, per indurli a prendersi adeguatamente cura degli operatori; e, in secondo luogo, nell’elaborazione di percorsi formativi e di consulenza centrati sull’offerta di un supporto psicologico e organizzativo ai professionisti della sanità, per sostenerli intanto nella fase critica della pandemia ma soprattutto al di là di quella contingenza. Il compito di redigere questo vademecum (che è stato intolato “Aiutiamo chi cura: Istruzioni per l’uso”) è stato affidato a un “team redazionale” composto da 5 membri e coordinato dalla prof.ssa Daniela Converso, psicologa del lavoro e dell’organizzazione e Direttrice del Dipartimento di psicologia dell’Università di Torino.

Nella discussione generale del programma di lavoro del Gruppo sono stati messi in evidenza alcuni punti:

  1. Il fatto che questo progetto non aveva caratteristiche emergenziali, cioè non era chiamato ad affrontare le criticità suscitate dall’emergenza pandemica, ma a rispondere a quelle che a tale emergenza pre-esistevano e che sarebbero perdurate anche a pandemia superata, in altre parole aveva l’obiettivo di mettere a sistema degli interventi di “manutenzione ordinaria” rivolti al personale curante.
  2. La necessità di prestare più attenzione alla sanità del territorio (dalle cure primarie alla salute mentale, dalle farmacie alla continuità assistenziale, dai servizi dell’emergenza-urgenza a quelli socio-sanitari per minori, anziani e disabili) come pilastro del sistema di prevenzione, cura e riabilitazione e anche come supporto e sgravio delle attività ospedaliere.
  3. L’importanza di creare una cultura della salute che includa l’”aver cura dei curanti” e che sensibilizzi rispetto a questa esigenza non solo gli operatori, i quali devono senz’altro imparare ad avere più cura di sé e a chiedere aiuto quando necessario, ma soprattutto i vertici delle istituzioni sanitarie (a partire dai CUG), che spesso li lasciano soli e senza protezione di fronte allo stress, trascurando anche il fatto evidente che chi sta male lavora male e quindi è destinato ad esporre l’istituzione a inefficienze, perdite economiche e danni d’immagine.
  4. L’esigenza di approfondire lo studio dello stress correlato al lavoro di cura, acquisendo non solo i dati della letteratura ma anche “la voce dei curanti” per avere un quadro della situazione corrente che affianchi alle evidenze ricavate da studi quantitativi con metodi validati anche le percezioni soggettive degli interessati che possono emergere da sondaggi di opinione. A questo scopo il Team redazionale avrebbe poi deciso di avviare un’indagine per conoscere le opinioni degli operatori sulle cause del loro malessere lavorativo e sul tipo di supporto di cui sentivano maggiormente bisogno.
  5. L’enfasi sul gruppo e sull’interprofessionalità non solo come strumento per migliorare la qualità delle cure prestate, ma anche come spazio di parola e di riflessione per permettere agli operatori sanitari e sociali di dar voce alle proprie esperienze di lavoro in situazioni critiche e per ottenere qualche forma di aiuto. Tutto ciò con la consapevolezza che tra gli operatori esistono varie differenze in termini di linguaggi, retroterra, esperienze e criticità e che quindi le metodologie e le tecniche da adottare per raggiungerli e offrire loro l’aiuto di cui avevano bisogno potrebbero essere egualmente molto diverse, per quanto rivolte al comune obiettivo del benessere lavorativo.

Nel corso dei diversi incontri è emersa la consapevolezza della necessità urgente di istituire dei percorsi formativi e di consulenza centrati sull’offerta di dispositivi stabili di supporto psicologico e organizzativo ai professionisti delle cure, prevalentemente basati sul lavoro di gruppo (ad esempio, gruppi Balint, gruppi di discussione dei casi difficili, gruppi di intervisione e di supporto tra pari), pur senza escludere l’utilità di supporti anche di tipo individuale come gli “sportelli psicologici” che la pandemia aveva moltiplicato nelle varie istituzioni. Tuttavia, per evitare di fornire al personale sanitario delle soluzioni ancora una volta preconfezionate e calate dall’alto, il Gruppo, oltre a raccogliere un archivio di materiali scientifici, documentazioni e testimonianze, ha ritenuto di dare voce ai professionisti chiedendo loro – per mezzo di un questionario online distribuito dai diversi Ordini ai relativi iscritti nell’area piemontese – di esprimere le proprie preoccupazioni e le proprie esigenze. 

L’indagine sul malessere degli operatori sanitari e sociali, pensata non tanto a fini statistici ma semmai per rilevare le opinioni di medici, infermieri, psicologi, professioni sanitarie, ostetriche, farmacisti e assistenti sociali in merito al loro eventuale stress lavorativo e al tipo di supporto che ritenevano necessario, si è svolta tra gennaio e luglio 2023 e i dati elaborati, presentati nel settembre 2023, verranno utilizzati per la stesura del Vademecum, di prossima pubblicazione.

Intanto, con l’esaurirsi della pandemia, accanto alle crescenti criticità manifestate dal Servizio Sanitario Nazionale, si era venuto ad evidenziare un problema veramente inquietante: le violenze – verbali ma assai spesso anche fisiche – contro il personale di cura e di assistenza, in particolare nei Pronti Soccorsi e nei servizi di Salute mentale. Il gruppo inter-Ordini è stato nuovamente coinvolto ed ha risposto promuovendo l’organizzazione del convegno “Se mi fai male chi ti curerà?” (Torino, 11 marzo 2023) in occasione della Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio-sanitari, in collaborazione tra l’Ordine dei medici della Provincia di Torino, l’Ordine degli psicologi della Regione Piemonte, le Asl di Alessandria e di Asti, l’Asl Città di Torino e IL NODO group Impresa sociale

La vicenda dell’omicidio della psichiatra pisana Barbara Capovani, uccisa a fine aprile 2023 da un paziente, ha incentivato a livello nazionale tra gli operatori e i cittadini una diffusa partecipazione a eventi e manifestazioni in cui si chiedeva a voce alta alle istituzioni di proteggere più adeguatamente sia i curanti sia il sistema sanitario. Una di queste manifestazioni ha avuto luogo a Torino con partenza dalla sede dell’Ordine dei medici per poi trasformarsi in una fiaccolata che ha percorso il centro cittadino lasciando un segno rilevante nella pubblica opinione. A quella circostanza ha preso parte anche il gruppo inter-Ordini, che ne ha tratto anche la convinzione di dover passare dalle parole ai fatti, ovvero dalla ricerca all’azione. Si è quindi deciso di incominciare a interloquire con le istituzioni sanitarie piemontesi per proporre insieme con il Vademecum in corso di redazione anche degli stabili, credibili e sostenibili percorsi di protezione e di supporto, creando eventualmente una sorta di laboratorio per costruire metodi e strumenti da utilizzare in quei percorsi, unitamente ad un osservatorio per raccogliere dati, testimonianze e proposte provenienti sia dagli operatori sia dai pazienti e dai cittadini. La voce di questi ultimi è sembrata cruciale perché si presume che nessuno ascolterà le richieste degli operatori della salute se non saranno sostenute da una convincente alleanza di lavoro con i pazienti e da una sostanziale concordanza di vedute con la comunità degli utenti.

Un LabOsservatorio?

Nel corso degli ultimi incontri del Gruppo inter-Ordini è venuto maturando il proposito di darsi una forma stabile e di trasformarsi in un dispositivo complesso di ricerca-azione, che operi sia come “spazio d’ascolto” dei problemi lavorativi dei professionisti della salute sia come “centrale operativa” in grado di studiare, costruire e proporre strumenti idonei per prevenirli, affrontarli e possibilmente risolverli. Insomma un mix tra un “osservatorio” e un “laboratorio” interprofessionale, che il Gruppo ha proposto di chiamare LabOsservatorio. Il compito di questo dispositivo sarà in primo luogo quello di studiare in modo accurato i fenomeni che riguardano il malessere organizzativo nella sanità, esplorando il materiale scientifico più accreditato disponibile ma anche raccogliendo dati, testimonianze e proposte provenienti dai diversi professionisti coinvolti, e, come si è già detto, anche dagli utenti e dai cittadini.

Una fonte importante di dati è costituita dagli esiti dell’indagine che il Gruppo ha svolto presso gli operatori sanitari e sociali nel primo semestre del 2023 facendo somministrare un Questionario a tutti gli iscritti di diversi Ordini del Piemonte. Dai dati che fin qui è stato possibile elaborare ecco le opinioni che le risposte al Questionario hanno messo in evidenza (in ordine di frequenza decrescente):

Le cause di stress e malessere

  1. Il carico di lavoro
  2. Lo scarso riconoscimento del lavoro svolto e delle fatiche del compito di cura
  3. La retribuzione non adeguata
  4. Il tempo sottratto alla famiglia e vita privata
  5. I compiti di tipo burocratico
  6. La perdita di prestigio della figura dell’operatore sanitario
  7. I rapporti con l’organizzazione sanitaria
  8. I casi difficili (pazienti, familiari dei pazienti)
  9. I rapporti con i colleghi e con i superiori
  10. La mancanza di spazi di discussione tra pari
  11. Il lavoro in solitudine
  12. La scarsa opportunità di formazione e aggiornamento

Le conseguenze, prodotte dalle cause sopra indicate

I fabbisogni di supporto per ridurre i costi emotivi e la disaffezione lavorativa

I tipi di supporto ritenuti prioritari

Questi dati sono stati presentati in occasione del convegno “Creare reti per proteggere il Ssn e i suoi professionisti”, sponsorizzato dall’Ordine dei medici torinese in collaborazione con gli altri Ordini sanitari e sociali del Piemonte e della Valle d’Aosta, a Torino il 15 dicembre 2023. Scopo dell’incontro è stato anche di raccogliere testimonianze sul malessere in sanità e di discutere in una tavola rotonda delle realistiche proposte di soluzione da adottare per affrontare i problemi evidenziati.

Anche a partire da queste evidenze il Gruppo inter-Ordini intende rivolgersi ai dirigenti e alle istituzioni del sistema sanitario, se occorre alzando la voce ma soprattutto proponendosi come un Laboratorio per il benessere dei curanti, offrendo contributi e strumenti operativi, ricordando loro che è diventato urgente provvedere a rafforzare il Servizio Sanitario Nazionale anche occupandosi di chi ci lavora; e che non basterà aumentare le risorse, ridurre i carichi lavorativi (specie quelli burocratici) o arruolare guardie giurate, ma sarà necessario anche fornire ai professionisti dei dispositivi stabili di supporto psicologico e organizzativo in grado di proteggerli dall’esposizione eccessiva a stress, compassion fatigue, ferite morali, “traumi vicari” [3], burnout e violenze, e di prevenirne la demotivazione, la conflittualità e le spinte a lasciare la professione.

Come fortemente raccomandato dalla recente Carta di Bucarest” dell’Ufficio regionale europeo dell’Oms, che identifica nelle professioni di cura “la spina dorsale di qualsiasi sistema sanitario”, è giunto il momento di fare qualcosa, di incominciare a proporre alle istituzioni sanitarie (intanto quelle piemontesi, con la speranza di un’estensione su scala nazionale) dei piani di lavoro realistici in collaborazione con strutture come il LabOsservatorio. Le metafore che hanno guidato questo progetto sono diverse, vanno dal telescopio (che osserva cose anche molto lontane) al microscopio e alla radioscopia (in grado di osservare cose molto piccole o che stanno sotto la superficie), dallo spazio (un ambiente dove le persone possono trovarsi, parlare e trovare ascolto) al faro (che illumina l’ambiente e può indicare una via percorribile), dal microfono (che dà voce al pensiero delle persone) al megafono (dove se occorre si può gridare per farsi sentire), dall’infermeria (dove si prestano cure e si medicano le ferite) alla scuola (dove si studia e si apprendono conoscenze e strumenti) e infine al laboratorio (che ha il compito di analizzare i problemi e di elaborare rimedi per risolverli o almeno per mitigarli).

Poiché, come si è detto, l’evidenza dimostra che chi sta male lavora male, il gruppo inter-Ordini è convinto che ogni progetto che migliori la qualità della vita lavorativa e la sicurezza dei professionisti sanitari e sociali abbia come inevitabile ricaduta un miglioramento delle prestazioni di cura per l’utenza. Il successo di questi obiettivi dipenderà in larga misura dalla capacità di collaborazione delle varie professioni della sanità, in particolare di quelle implicate nella sicurezza e nella prevenzione, come i medici competenti, i tecnici della prevenzione, gli RSPP, gli psicologi del lavoro, i membri del CUG, gli operatori della salute mentale; ma dipenderà anche dalla possibilità di costruire e mantenere delle intese di rete con tutti i soggetti che possono contribuire a promuovere il benessere dei professionisti implicati, dalle asl alla regione, dai sindacati alle società scientifiche, dagli ordini professionali alle università.

Un punto di importanza rilevante riguarda i rapporti del mondo sanitario con la stampa e con la pubblica opinione, inclusi i social media, dove la facile retorica dell’era pandemica, con gli eroi applauditi dai balconi, ha presto lasciato il posto ad attacchi svalutativi, a un linguaggio dell’odio e non di rado ad aggressioni violente verbali e materiali.

Un altro punto riguarda i giovani professionisti, che da un lato sembrano in costante riduzione, attratti da altre professioni meno stressanti o più rispettose della vita privata, e dall’altro, quando vengono reclutati nel sistema sanitario, ben presto vanno incontro a malesseri e delusioni tali da minarne la salute e soprattutto la motivazione a continuare a svolgere un lavoro di cura poco riconosciuto, rischioso e mal retribuito. Anche le donne nelle professioni sanitarie e sociali, come mostra un articolo pubblicato da Medscape col titolo “Women in medicine: burned out and fed up”, vanno incontro a seri problemi per lo più legati a persistenti discriminazioni di genere, alla difficoltà di conciliare l’impegno professionale con la vita familiare e alla maggiore esposizione ad episodi di violenza.

Per affrontare questa serie di problemi con la ragionevole speranza di conseguire risultati significativi è importante – come sottolinea la “Carta di Bucarest” – “coinvolgere tutte le figure chiave interessate”, compresi i rappresentanti del personale di cura e assistenza. In definitiva, se l’obiettivo da perseguire è la “difesa della buona cura del paziente” la prima raccomandazione alle istituzioni è quella di dimostrare agli operatori che l’organizzazione del lavoro e la dirigenza non solo non li hanno abbandonati alla loro sorte ma si preoccupano del loro benessere e della loro sicurezza, adottando nei fatti una cultura organizzativa che non si basi, come oggi per lo più avviene, sull’imposizione di carichi di lavoro sempre più onerosi, sulla colpevolizzazione sistematica degli insuccessi terapeutici e sull’assenza totale di momenti di ascolto e di spazi di supporto.

E, per quanto riguarda l’ascolto e il supporto, va ribadito come gli strumenti che la letteratura internazionale accredita con più frequenza siano i percorsi di gruppo guidati da un consulente o da un facilitatore, con valenza formativa ma soprattutto di supporto del ruolo di cura e di assistenza; al loro interno i metodi più collaudati per efficacia e fattibilità (e anche i più sostenibili per gli operatori e per le aziende) sono i “Gruppi Balint” e i “Gruppi di intervisione (o di peer-support)”.

Questi gruppi non sono alternativi agli interventi di supporto individuale o ai percorsi di supervisione e di discussione clinica sui casi, ma sono con essi pienamente integrabili. Così come si possono ben integrare con i momenti formativi, specialmente quelli orientati allo sviluppo di competenze emotivo-relazionali. E, insieme ad essi, possono concorrere ad instaurare e a consolidare nel Servizio Sanitario dei dispositivi di “manutenzione ordinaria” del ruolo di cura.

Mario Perini
Coordinatore Commissione disagio lavorativo del medico
OMCeO Torino

Note e riferimenti bibliografici

1. Maslach C. Burnout, the cost of caring. New York: Prentice Hall Press,1982
2. Negli ultimi mesi si sono aggiunti membri dell’Ordine dei Fisioterapisti, di recente istituzione, e di quello dei Biologi. Probabilmente si aggiungeranno anche i Veterinari, mentre un problema ancora irrisolto riguarda gli OSS (Operatori SocioSanitari), che non dispongono ancora di un loro Ordine professionale.
3. Il trauma vicario è un fenomeno che deriva dal coinvolgimento empatico tra chi svolge una professione d’aiuto e coloro che sono effettivamente vittime di un trauma in prima persona.


APPENDICE

12 marzo 2022
Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio-sanitari

“Se mi fai male chi ti curerà?”

Documento a cura del Gruppo di lavoro inter-Ordini “Benessere degli operatori sanitari e contrasto allo stress lavoro correlato e al burn-out”

“Nessun paese, ospedale o clinica può proteggere i
propri pazienti a meno che non mantenga i propri
operatori sanitari al sicuro” (O.M.S., 2020)

La violenza nei confronti degli operatori sanitari è un fenomeno di rilevanza mondiale per dimensioni e gravità che, come segnalato da Lancet fin dal 2020, potrebbe anche crescere ed essere alimentato dalla pressione data dall’emergenza pandemica e dal conseguente rallentamento delle attività sanitarie di routine. Alla parola “violenza” si tende ad associare una connotazione fisica, ma quella psicologica, verbale e comportamentale decisamente è più subdola e ugualmente devastante. Numerosi sono i fattori responsabili di atti di violenza diretti contro i professionisti delle cure, nelle strutture sanitarie come sul territorio. Sebbene qualunque operatore sanitario possa essere vittima di violenza, alcuni sono a rischio più alto in quanto per il loro lavoro si trovano a contatto diretto e spesso prolungato con il paziente, magari da soli, e devono gestire rapporti caratterizzati da una condizione di forte emotività e a volte di perdita di controllo sia da parte del paziente stesso che dei familiari, i quali si trovano spesso in uno stato di vulnerabilità, frustrazione, paura e rabbia, specialmente se sotto l’effetto di sostanze o di qualche disturbo di personalità.

I fattori di rischio variano da struttura a struttura, dipendendo dalla tipologia dell’utenza, dai servizi erogati, dalla loro ubicazione e dimensione, dall’adeguatezza degli spazi e dalla durata dell’attesa della prestazione, dalle diverse culture organizzative e dalle dinamiche emotivo-relazionali coinvolte nel processo di cura. Tra i contesti più esposti, anche al di là delle criticità legate alla pandemia da covid-19, figurano i servizi d’emergenza-urgenza, quelli della salute mentale e delle dipendenze patologiche, le terapie intensive, ma anche la medicina e la pediatria del territorio e le strutture residenziali per anziani e disabili.

Come da raccomandazione del Ministero della Salute n. 8 del 2007, gli episodi di violenza contro operatori sanitari devono essere considerati eventi sentinella, in quanto segnali della presenza nell’ambiente di lavoro di situazioni di rischio o di vulnerabilità che richiedono l’adozione di opportune misure di prevenzione e protezione dei lavoratori e delle lavoratrici.

La prevenzione degli episodi di violenza a danno degli operatori sanitari richiede che l’organizzazione identifichi i fattori di rischio per la sicurezza del personale e ponga in essere le strategie organizzative, strutturali e tecnologiche più opportune, diffonda una politica di tolleranza zero verso atti di violenza nei servizi sanitari, incoraggi il personale a segnalare prontamente gli episodi subiti e a suggerire le misure per ridurre o eliminare i rischi e faciliti il coordinamento con le Forze dell’ordine o altri soggetti che possano fornire un valido supporto per identificare le strategie atte a eliminare o ad attenuare la violenza nei servizi sanitari. Ma solo l’impegno comune di tutti (direzioni aziendali, professionisti e loro rappresentanti, organizzazioni sindacali, rappresentanti dei cittadini, organi di informazione) può migliorare l’approccio al problema e assicurare un ambiente di lavoro sicuro.

È importante che si preveda, accanto a pene adeguate per le aggressioni, anche una formazione degli operatori, obbligatoria e mirata, sulle misure di auto-protezione, sugli aspetti della comunicazione (con particolare riguardo alle tecniche di de-escalation) e della relazione terapeutica nei confronti delle persone assistite.

Un’azione preventiva molto opportuna da parte del “datore di lavoro” sarebbe quella di predisporre del materiale informativo (cartelli, opuscoli) al fine di mitigare la tensione con l’utenza, a cui si potrebbe spiegare che molti dei disagi ai quali vanno incontro non sono imputabili agli operatori ma derivano da criticità organizzative sulle quali per lo più gli operatori non hanno il potere di decidere, come lunghe liste di attesa, visite brevi, luoghi affollati e poco accoglienti, carenza di informazioni.

Fondamentale è anche una più adeguata cultura del rischio, che contrasti il pregiudizio e la rassegnazione diffusi tra gli operatori – soprattutto in contesti come l’emergenza o la salute mentale – secondo cui le aggressioni farebbero parte del loro lavoro, atteggiamento che alimenta il fenomeno delle omesse segnalazioni degli episodi di violenza, attivando un meccanismo di assuefazione tale per cui chi entra in servizio sa già che riceverà un’aggressione, verbale, psicologica o fisica che sia.

Al di là delle necessarie misure preventive di natura sociale, organizzativa e legate all’ambiente fisico di lavoro che occorre adottare all’interno di un contesto aziendale, anche in ottemperanza alle leggi e alle normative vigenti, ogni programma di prevenzione dovrebbe assicurare un opportuno trattamento e sostegno agli operatori vittime di violenza verbale, fisica o emotivo-relazionale e a quelli che possono essere rimasti traumatizzati per aver assistito ad un episodio di violenza. Il personale coinvolto dovrebbe poter ricevere un primo trattamento, che includa una valutazione e un supporto di tipo psicologico, a prescindere dalla severità del caso. Le vittime della violenza sul luogo di lavoro possono presentare, oltre a lesioni fisiche, una varietà di situazioni cliniche tra cui traumi psicologici di breve o lunga durata, timore di rientrare al lavoro, cambiamento nei rapporti con colleghi e familiari, fino al “disimpegno morale” e ai possibili “comportamenti controproduttivi”: distacco, disimpegno, anche azioni che possono produrre errori clinici, danni con ricadute di immagine ed economiche per gli operatori e per le Aziende sanitarie, che altro non sono se non forme disfuzionali di autodifesa dal sentimento di non essere riconosciuti e protetti da parte dell’organizzazione. Pertanto, è necessario assicurare un trattamento appropriato per aiutare le vittime a superare il trauma subito e prevenire lo sviluppo di uno stress post-traumatico.

La tutela degli operatori sanitari dagli atti di violenza e dai loro esiti è un modo per difendere non solo i diritti dei lavoratori, ma anche quelli degli utenti, perché nelle “relazioni di cura” si dà quello che si ha: se sono ansioso dispenso ansia, se sono preoccupato diffondo preoccupazione, se provo rabbia parlo in modo rabbioso, e così via, con una progressione in stile “domino” dove l’ultimo elemento a cadere è l’alleanza di lavoro, senza la quale la cura non funziona più.

Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Torino
Ordine Assistenti Sociali del Piemonte
Ordine dei Farmacisti della Provincia di Torino
Ordine della Professione di Ostetrica Interprovinciale di Torino, Asti e Cuneo
Ordine delle Professioni infermieristiche di Torino
Ordine degli Psicologi del Piemonte
Ordine TSRM-PSTRP di Torino, Aosta, Alessandria, Asti

Torino, 11 marzo 2022

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