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Perché parlare di salute mentale e psichiatria

Antonello Lanteri è stato per quarant’anni medico psichiatra. Ha diretto del Dipartimento di Salute Mentale dell’Asl TO4. La sua carriera professionale è iniziata nell’epoca dei manicomi  – “che già si stavano smontando”  – ed è proseguita con la costruzione e l’organizzazione dei servizi territoriali sostitutivi. Un’esperienza che gli permette di guardare alla propria disciplina senza sconti: la psichiatria – scrive nell’introduzione del suo libro Maneggiare con cura. Manualetto per un uso non pericoloso della psichiatria – “è una bestia strana, potenzialmente assai pericolosa”, capace di salvare vite e, insieme, di rovinarle. Perché il suo oggetto non è un organo da riparare, ma la persona intera: la sua identità, le sue relazioni, il suo futuro. Per questo conoscere la psichiatria – quale insieme di teorie, pratiche e strutture attraverso cui la medicina e le istituzioni affrontano la sofferenza mentale – significa anche acquisire strumenti per comprendere e, per quanto possibile, partecipare alle decisioni che riguardano la salute mentale, intesa come benessere psicologico e relazionale delle persone, ma anche delle reti sociali, delle comunità e delle popolazioni.

La psichiatria, ci ricorda Lanteri, è una disciplina complessa proprio perché si avvale di strumenti eterogenei – farmaci, psicoterapie, ma anche strategie di supporto, accompagnamento e inclusione sociale – e si esercita in “luoghi” altrettanto diversi, non tutti egualmente auspicabili: dai servizi territoriali a certe strutture residenziali che, ammonisce l’autore, rischiano talvolta di assomigliare a nuovi manicomi.

Il disagio mentale, del resto, non fa distinzioni: riguarda giovani e anziani, persone ricche e povere, colte e meno colte. E la sofferenza non si ferma a chi ne è direttamente colpito, ma si estende a chi gli sta accanto e cerca, spesso a tentoni, aiuto e risposte. Pazienti e familiari si trovano oggi a muoversi tra informazioni frammentarie o fuorvianti, tra false rassicurazioni e allarmismi ingiustificati: un problema che i social media e il proliferare di fonti non verificate hanno reso, se possibile, ancora più acuto. A questo si aggiunge il peso dello stigma, che non è solo un fatto di percezione sociale, ma può tradursi concretamente in un accesso più difficile alle cure. Alle disuguaglianze nell’assistenza si sommano poi altri fattori – condizioni di vita, isolamento, possibilità di accesso ai servizi – che incidono sulla salute, fisica oltre che psichica, delle persone.

Ospitare su il punto una rubrica come questa risponde a una scelta precisa: quella di un Ordine che non si limita a rappresentare la professione medico, ma si assume il compito di fare cultura, aprendo un confronto pubblico su temi che riguardano la comunità nel suo complesso. E la salute mentale è anche una questione di territorio: riguarda i servizi di prossimità, la capacità di accompagnare pazienti e famiglie prima che la crisi esploda, la qualità della rete tra medici di famiglia, psichiatri, servizi sociali e associazioni.

“Pillole di salute mentale” vuole contribuire a questo confronto, raccontando con onestà una disciplina complessa, le sue possibilità e i suoi limiti, per stimolare una riflessione su un’idea di psichiatria ridotta alle diagnosi e ai farmaci e su una professione percepita come distante dalla vita concreta delle persone. Uno spazio per spostare lo sguardo verso una psichiatria che, uscita dalle istituzioni, sappia comprendere meglio chi soffre e le condizioni che possono favorire la cura e il benessere, rendendo anche “nobile” la professione dello psichiatra.

Le 6 puntate: temi e nodi critici

Sei puntate, sei affondi brevi e diretti su altrettanti nodi della psichiatria contemporanea e della figura dello psichiatra che meritano di essere affrontati.

La serie ha una cadenza di pubblicazione quindicinale.


Per approfondire

Il libro di Antonello Lanteri: Maneggiare con cura. Manualetto per un uso non pericoloso della psichiatria (Pavia: Blonk editore, 2026)

La recensione del libro di Nerina Dirindin.

“Un libro che, oltre alla semplicità, ha un altro grande pregio: si pone dalla parte dei diritti delle persone”.  

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