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Dal manicomio alla psichiatria territoriale: Antonello Lanteri ripercorre la storia della Psichiatria, riflette sullo stigma che ancora accompagna pazienti e psichiatri, sul mandato al controllo sociale. Propone una concezione della cura che comprende relazione, libertà, contesto sociale e sostegno alla persona. Cosa ha imparato la Psichiatria spostandosi dalle istituzioni al territorio? E cosa rende, nonostante tutto, nobile e appassionante questa professione?

Questo articolo fa parte della serie “Pillole di salute mentale – Istruzioni per uso non pericoloso della psichiatria”.

Pillola #1

Molti colleghi guardano agli psichiatri con perplessità: “sono medici per davvero?”.

La Psichiatria nasce dal carcere.

Gli psichiatri soffrono dello stesso stigma che affligge i soggetti alle loro cure: i matti: gente strana, magari pericolosa. La situazione è assai migliorata dopo la chiusura dei manicomi, l’apertura dei Spdc (servizi psichiatrici di diagnosi e cura), i “repartini” psichiatrici negli ospedali, la presenza degli psichiatri nei dipartimenti di emergenza e accettazione: la vicinanza e la conoscenza contrastano lo stigma.

E gli psichiatri compensano la loro inferiorizzazione (chi ne soffre) accreditandosi come medici specialisti che curano le malattie mentali. Ma le cose non stanno semplicemente così. Intanto per ragioni storiche, che ancora pesano.

La Psichiatria nasce dal carcere.

Alla fine del Settecento lo psichiatra francese Philippe Pinel sottrae i matti al carcere per rinchiuderli in un’altra istituzione totale, il manicomio, ugualmente oppressiva, ma senza fine pena definito (anzi per lo più senza fine pena: difficilmente si era dimessi “guariti”).

Il manicomio non curava: allontanava, rinchiudeva e cronicizzava.

Da sempre la Psichiatria è stata utilizzata, non solo dai regimi autoritari, come strumento di controllo sociale o almeno di gestione dell’ordine pubblico.

Fino alla legge 180 del 1978 la Psichiatria non era una funzione del sistema sanitario. Era figlia del Ministero degli interni. Il manicomio era gestito dalle Province, dipendeva dal Prefetto. Ci si entrava con ordinanza dell’autorità di pubblica sicurezza, ancorché su indicazione di un medico. Il suo compito era la tutela dell’ordine e della decenza: si entrava perché dichiarati “pericolosi a sé o agli altri o di pubblico scandalo”. Lo scandalo poteva anche consistere nell’essere gay (solo nel 1990 l’Organizzazione mondiale della sanità ha derubricato l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali), essere una ragazzina un po’ “leggera”, manifestare certe idee sovversive, essere imbarazzante o pericoloso per il buon nome di qualche altolocato o avere una posizione scomoda nella linea ereditaria. (Questi non sono solo esempi teorici. Sono storie che ho incontrato. Nella mia testa hanno nome e cognome).

Non sempre la Psichiatria si adopera per la salute mentale delle persone.

Ed anche oggi, dopo la 180, il Tso (trattamento sanitario obbligatorio) viene spesso usato a fini di ordine pubblico più che per proteggere e aiutare la persona in crisi. E ogni tanto emergono episodi di psichiatria violenta: morti in corso di Tso o perché legati al letto in reparto psichiatrico.

Non sempre quindi la Psichiatria si adopera per la salute mentale delle persone.

Lo psichiatra francese Henri Ey ha definito la sofferenza mentale una “patologia della libertà”. Compito della psichiatria dovrebbe quindi essere curare per restituire libertà, non operare ulteriori riduzioni di libertà, spesso a dosi non omeopatiche.

L’incontro con la follia sul territorio, dove il disagio nasce e si esprime fuori della logica abbandono/repressione, ha fatto capire la complessità del problema.

È lavorando per superare questi aspetti, non con il riduzionismo medico, che ci si affranca dallo stigma. Perché la psichiatria è una bestia strana. L’oggetto della Psichiatria non è qualche pezzo di noi, del nostro corpo, rotto, da aggiustare o da togliere o da sgombrare da batteri invasori. Siamo noi, la nostra vita, la nostra identità, il nostro “essere gettati nel mondo”, le nostre relazioni, le nostre paure, i nostri odi e i nostri amori. E il nostro futuro.

Ed è qui che risiede l’altro aspetto “eccezionale” della Psichiatria: quello che ha appreso nel suo spostarsi dalle istituzioni al territorio, dal controllo alla comprensione e al supporto.

L’incontro con la follia sul territorio, dove il disagio nasce e si esprime fuori della logica abbandono/repressione, ha fatto capire la complessità del problema. Ha fatto conoscere la sofferenza e la crisi “allo stato nascente”. Ha fatto anche considerare il coinvolgimento di familiari e ambiente sociale, la paura, la vergogna e lo stigma, la deriva sociale, le difficoltà pratiche e materiali. Ha fatto emergere l’importanza della relazione e quella del punto di vista di chi soffre.

Emerge l’esigenza di affiancare agli interventi medici un indispensabile lavoro psicologico e relazionale.

Tutto questo spinge, o dovrebbe spingere, ad operare per il benessere e la libertà. Spinge, o dovrebbe spingere, ad utilizzare tutti gli strumenti disponibili purché finalizzati a questo scopo, a questa direzione, e non a sedare, reprimere, rinchiudere o creare dipendenza.

Emerge l’esigenza di affiancare agli interventi medici un indispensabile lavoro psicologico e relazionale. E la necessità di interventi di supporto economico e abitativo, di inserimento lavorativo, altrettanto incisivi sulla salute mentale e sulla qualità della vita.

Sono questi gli aspetti che rendono particolare, ma anche “nobile” e appassionante il nostro lavoro di psichiatri.

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