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Nel redigere questo testo, è stata fatta la scelta consapevole di utilizzare il maschile universale per motivi di scorrevolezza e fluidità del linguaggio. Tuttavia, dove possibile, si è cercato di adottare un linguaggio inclusivo che rispecchiasse la diversità e l’equità di genere.

Il benessere e la salute delle persone LGBTQ+ è una materia ancora assente tanto nei corsi universitari di laurea in medicina e chirurgia quanto nei programmi specialistici per il diploma di formazione in medicina generale. Spesso tutto quello che si impara è frutto di una ricerca personale tra le poche offerte formative su questo specifico argomento che negli ultimi anni si possono trovare su alcuni siti scientifici. Pertanto la formazione sulla salute delle persone LGBTQ+ è un percorso perlopiù ristretto a coloro che già hanno una sensibilità sul tema e che tende ad escludere la maggioranza degli aspiranti medici di medicina generale. Quando, invece, c’è un crescente bisogno di conoscenze e competenze su un ambito medico così particolare che oltre alle persone LGBTQ+ include anche il nucleo familiare. Spesso infatti le famiglie condividono lo stesso medico di medicina generale. Dunque chi sceglie di lavorare come medico di medicina generale può rivestire un ruolo importante con un punto di osservazione privilegiato rispetto alle dinamiche familiari.

L’ultima indagine di Ipsos del 2023 rivela che il 9 per cento della popolazione italiana si identifica come LGBTQ+, e di questi il 4 per cento come transgender [1]. Per renderci conto dell’impegno che ci attende (almeno basandosi sui dati di Ipsos) possiamo fare alcuni calcoli. Gli elenchi dei medici di medicina generale contano circa 1500 assistiti; il 4 per cento di questo totale corrisponde a 60 persone che si moltiplicano se aggiungiamo i compenti delle famiglie nelle quali vivono le persone transgender. È importante tenere in considerazione anche la famiglia poiché può svolgere un ruolo di guida e supporto. Numerose ricerche, infatti, indicano un aumento del rischio suicidario fino a 8,5 volte quando la famiglia non accoglie il coming out [2].

La domanda di salute

L’Organizzazione mondiale della sanità definisce la salute come “una condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale e non esclusivamente l’assenza di malattia o infermità”. Le persone transgender comprendono molto presto cosa significa “alterazione dello stato di salute”. Molti studi hanno stabilito che l’età nella quale si percepisce la propria identità sessuale è intorno ai 4-5 anni, talvolta anche prima. Questo disallineamento tra identità di genere percepita e genere assegnato alla nascita è l’inizio del prolungato disagio – chiamato minority stress – che accompagnerà la persona per molti anni della sua vita e che è causa di sintomi quali ansia, attacchi di panico, insonnia e tutto quel corredo sintomatologico frutto del disagio di vivere in un ambiente sociale-culturale e familiare non accogliente.

In questa fase della crescita ii pediatri rivestono un ruolo decisivo e possono fornire supporto sia alla famiglia attraverso colloqui con i genitori, sia al bambino costruendo un ambiente aperto e accogliente verso dubbi ed eventuali richieste. Nel momento in cui questo sostegno non viene offerto, la sofferenza può trasformarsi in omofobia internalizzata fino a portare a un rifiuto della propria identità, a una bassa autostima, a una repulsione per i propri sentimenti di non appartenenza al genere assegnato alla nascita.Tutto ciò molto frequentemente sfocia in episodi di autolesionismo, di sindromi psico-somatiche o in sintomi neurologici tipici del disagio sociale  [3 4]

Così quando da adolescenti le persone transgender giungono nei nostri ambulatori possiamo trovarci di fronte a due situazioni. Nella prima situazione, il coming out è già stato affrontato e vissuto serenamente anche dalle persone più care. Quindi si tratta di accompagnare la persona e la sua famiglia lungo il percorso di affermazione di genere. Questo implica un arricchimento continuo del nostro bagaglio culturale di conoscenza e competenze, cercando sul territorio strutture sanitarie con specialisti endocrinologi o chirurghi, psichiatri e psicoterapeutici che possano affiancarci nella risoluzione dei piccoli e grandi problemi che sorgeranno. In sostanza, si tratta di individuare e creare uno spazio all’interno dell’équipe multidisciplinare necessaria per gestire il percorso di affermazione. È importante anche non trascurare le reti di supporto sociale offerte dalle associazioni del territorio come Arcigay, Famiglie Arcobaleno, Genderlens, Agedo, Rete Lenford e Genitori Rainbow. Queste realtà, a mio avviso, sono fondamentali per confrontarsi, dialogare e ascoltare, e sono quindi risorse utili da suggerire alla persona transgender e alla sua famiglia.

Diversa è la situazione in cui la persona che arriva nel nostro studio è alla ricerca e definizione della propria identità di genere. Potrebbe essere confusa e forse sta combattendo con l’omofobia interiorizzata. Non ha rivelato nulla ai suoi genitori né a nessun altro componente della famiglia; ha confidato i propri dubbi solo a qualche amico. Logicamente questa è solo una semplificazione binaria e tra questi due estremi esistono molteplici situazioni intermedie. Cosa possiamo fare, però, in questo secondo caso?

La persona transgender entrerà nell’ambulatorio per comprendere fino a che punto arriva la nostra sensibilità e la nostra competenza.

Dall’accoglienza all’osservazione a distanza

È auspicabile rendere la sala di attesa consona all’accoglienza delle persone LGBTQ+: un manifesto o una locandina informativa sulla salute delle persone queer, una bandierina arcobaleno, qualche rivista sui diritti umani, un attestato di partecipazione a corsi di perfezionamento su argomenti della Salute LGBT+. Insomma, facciamo capire che dell’argomento ne capiamo qualcosa e che siamo lì a disposizione. Purtroppo la prima visita e la compilazione della scheda anamnestica non ci aiuterà a orientarci, la raccolta dei dati è ancora molto spesso binaria (per quanto riguarda il sesso biologico) e non è orientata verso il tipo di sessualità che viene messa in pratica. Quindi molto è affidato alla nostra percezione ed esperienza.

La persona transgender entrerà nell’ambulatorio per comprendere fino a che punto arriva la nostra sensibilità e la nostra competenza. Potrebbe venire in ambulatorio più volte, con qualche pretesto clinico, ad esempio un certificato di idoneità sportiva, una richiesta di informazioni sul funzionamento dei servizi sanitari, o per ritirare una prescrizione che avrebbe potuto ricevere dalla segretaria. Situazioni ambigue e per le quali, alla fine della visita ti chiedi perché mai abbia fatto tutta la fila ed abbia pazientemente atteso senza un motivo preciso.  

Spesso i giovani che si rivolgono a noi desiderano prendersi del tempo per valutare la nostra affidabilità e se siamo in grado di aiutarli ad accettarsi, nonché se possiamo accogliere i loro dubbi e segreti. È difficile definire la durata di questa fase iniziale di conoscenza, poiché dipende dalla disposizione della persona a confidarsi e rivelarsi.

La fase del dubbio e il dialogo empatico

Durante questo periodo, le competenze comunicative e la capacità empatica giocano un ruolo fondamentale, insieme all’esperienza e all’intuito, portandoci alla stimolante e intrigante condizione del “dubbio”. Il dubbio è il motore principale della conoscenza; prestare attenzione alla persona e alla sua famiglia nel tempo porterà alle risposte. L’abilità nel condurre un colloquio efficace è l’elemento centrale per diventare ed essere dei validi alleati.

Avviato il dialogo e instaurata una relazione empatica, gran parte del lavoro è compiuto.

Il medico di famiglia, incontrando ripetutamente la persona e coloro che le sono vicini, può raccogliere frammenti di informazioni utili per sciogliere i dubbi e incoraggiare la persona a confidarsi. Per un colloquio efficace è fondamentale utilizzare le parole giuste per comunicare. E quando l’identità di genere della persona è chiara, è fondamentale chiedere quali sono i pronomi che desidera vengano utilizzati. Avviato il dialogo e instaurata una relazione empatica, gran parte del lavoro è compiuto.

I passaggi successivi nella prevenzione e nella cura non sono molto diversi da quelli di altre persone iscritte nei nostri registri: familiari, stili di vita, sessualità e rischi di malattie sessualmente trasmissibili. È importante considerare il sesso biologico per gli screening tumorali, e anche la terapia ormonale che inizieranno e li accompagnerà per tutta la vita, insieme ai possibili effetti sulla salute.

Sono convinta che sia fondamentale introdurre nelle cartelle cliniche anamnestiche (territoriali e residenziali) un modulo orientato non solo al sesso biologico ma anche all’identità di genere e all’orientamento sessuale. Quando la domanda anamnestica sarà corretta e la risposta completa, la necessità di formazione sarà consequenziale. Mi auspico quanto prima che ciò avvenga perché quando mi sono laureata ed abilitata, e ho giurato sul Codice deontologico medico non era prevista alcuna discriminazione.

Rosa Pedale
Medica di medicina generale
Delegata SIMG nazionale per la salute delle persone LGBT
Consiglio nazionale di AGEDO

Bibliografia

  1. LGBT+ Pride. A 30-Country Ipsos global advisory survey. Ipsos, 2023.
  2. Ryan C, Russell ST, Huebner D, et al. Family acceptance in adolescence and the health of LGBT young adults. J Child Adolesc Psychiatr Nurs 2010;23:205-13.
  3. Bostwick WB, Boyd CJ, Hughes TL, et. al. Dimensions of sexual orientation and the prevalence of mood and anxiety disorders in the United States. Am J Public Health. 2010 Mar;100(3):468-75.
  4. Keuroghlian AS, Reisner SL, White JM, et. al. Substance use and treatment of substance use disorders in a community sample of transgender adults. Drug Alcohol Depend. 2015 Jul 1;152:139-46.

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