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I medici sono soddisfatti del proprio lavoro? Con questa domanda non sto pensando all’aspetto organizzativo, retributivo o di carriera; ma mi riferisco al ruolo del medico e al suo rapporto con il paziente. La soddisfazione nell’esercitare la nostra professione e la fiducia che i pazienti ripongono in noi sono ancora sufficienti per continuare a lavorare con entusiasmo?

Guardandosi attorno, sembrerebbe di no. Sono sempre più comuni le notizie che evidenziano una crescente e preoccupante disaffezione dei medici al proprio lavoro: giovani medici convenzionati con il Servizio sanitario nazionale che dopo pochi anni abbandonano il posto, colleghi che lasciano il settore pubblico per il privato o che chiedono il pre-pensionamento, società che cercano medici italiani per assumerli all’estero. Numerosi sono anche gli articoli che evidenziano il bisogno dei professionisti di esternare e condividere il proprio malessere.

La categoria medica sta attraversando da tempo una crisi, impegnata nella risoluzione dei problemi pratici e urgenti del lavoro quotidiano a discapito delle caratteristiche di umanità insite nella nostra professione che vanno coltivate e rafforzate.

Ma è davvero necessario che il medico, come spesso si sente dire, migliori il suo grado di “umanità”? Deve davvero “umanizzarsi”? Come può essere reso umano un soggetto che dovrebbe già esserlo per definizione? Vuol forse dire che il medico è diventato disumano? E che le macchine e la tecnologia medica lo hanno reso tale? Ciò che contraddistingue un medico è la competenza clinica integrata alla disponibilità empatica: entrambi sono requisiti indispensabili. Senza competenza clinica non si può curare né prevenire le malattie. Senza la disponibilità empatica il paziente non si sente accolto, e l’assenza di questa componente relazionale impoverisce il mestiere del medico.

Accanto ai pazienti, che talvolta lamentano una medicina troppo tecnologica e poco umana, ci sono anche medici insoddisfatti per il poco tempo dedicato alla relazione interpersonale.

Va però detto che la capacità di instaurare una relazione tra paziente e medico non è necessariamente innata, né per il medico né per il paziente che, oggi più informato di un tempo, è spesso condizionato da una pressione mediatica che diffonde una cultura delle malattie più che una cultura della salute. Accanto ai pazienti, che talvolta lamentano una medicina troppo tecnologica e poco umana, ci sono anche medici insoddisfatti per il poco tempo dedicato alla relazione interpersonale. Spesso i pazienti si lamentano della mancanza di interesse dei medici nel vederli. A prescindere dalla veridicità di ciò, dobbiamo considerare che questo è il messaggio che noi medici trasmettiamo loro.

Come scrive Adam Cifu, in un suo articolo su Sensible Medicine che ha condiviso con il punto, “la pratica medica è la classica combinazione, altamente stressante, tra grande responsabilità e scarso controllo. Non possiamo controllare quando i pazienti hanno bisogno di noi. (…) Da medico, il paziente è il tuo capo”. Questa prospettiva influenza notevolmente l’equilibrio tra il nostro lavoro e la vita privata, che va comunque preservato: spesso i pazienti si aspettano e ci chiedono più di quanto possiamo offrire loro. Cifu ci ricorda che il lavoro del medico può essere faticoso e stressante (la prosa), ma può anche essere ricco di soddisfazioni e di grazia (la poesia).

Facendo riemergere la poesia riaccenderemo l’entusiasmo nel nostro lavoro?

Angelica Salvadori
Medica di medicina generale
Consigliera OMCeO Torino


Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista il punto, numero 1, anno 2024.

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