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Recentemente, in occasione della cerimonia dedicata ai colleghi che hanno raggiunto i 50, 60 e 70 anni di laurea e del giuramento dei neoiscritti all’Ordine, nello stesso luogo e nello stesso giorno si sono incontrati il tempo lungo della professione e il suo esordio. Al mattino è stato consegnato un riconoscimento a chi ha attraversato decenni di medicina, vivendo la nascita del Servizio sanitario nazionale e i profondi cambiamenti della pratica clinica. Nel pomeriggio, abbiamo accolto i giovani colleghi che, pronunciando il loro giuramento, sono entrati a far parte della nostra comunità professionale.

Vedere riunite queste due generazioni mi ha fatto riflettere su una continuità profonda. Cambiano gli strumenti, le condizioni organizzative e il contesto culturale, ma resta intatta la responsabilità che definisce la professione: una responsabilità che, in quella sala, ho sentito quasi tangibile.

È da questa sensazione che è nata la riflessione che ho voluto condividere con i neoiscritti. Prima, però, ho chiesto ai colleghi con mezzo secolo e più di attività quale messaggio avrebbero voluto consegnare ai giovani. Le risposte, pur nella diversità delle esperienze, convergevano su un punto comune: ricordarsi della persona. Non della patologia isolata, non della prestazione in sé, ma della persona concreta che si prende in cura.

Questo messaggio mi ha offerto lo spunto per soffermarmi su un aspetto semplice e fondamentale della nostra relazione di cura: il contatto fisico. Toccare il paziente, visitarlo davvero, non è un gesto secondario, ma un atto che fonda la nostra identità professionale. Lewis Thomas lo definiva l’atto più antico ed efficace della medicina.

Il valore insostituibile del contatto

L’espressione può sembrare evocativa, ma trova riscontro nella pratica. Ricordo bene, negli anni trascorsi nella medicina di famiglia, quando invitavo i tirocinanti a eseguire una visita: uno dei momenti più delicati era proprio quello dell’avvicinamento, del superare la distanza iniziale per posare la mano sull’addome e iniziare l’esame obiettivo. Quel passaggio, in cui due corpi entrano in relazione, richiede una profonda consapevolezza.

Sappiamo, dagli studi, che il contatto riduce l’ansia, abbassa la pressione arteriosa e favorisce il rilascio di mediatori che attenuano il dolore. Ma al di là dei dati, è l’esperienza di tutti noi a insegnarci che, per una persona che non sta bene, sentirsi visitata significa sentirsi presa in cura. Con quel gesto si dichiara una presenza, si esprime la volontà di accompagnare il paziente lungo il decorso della malattia, qualunque esso sia.

La professione tra innovazione e umanità

Oggi la medicina è attraversata da trasformazioni profonde e l’intelligenza artificiale occupa una parte importante del dibattito. È uno strumento potente, già più performante nell’analisi di dati e immagini. Ma non è su questo terreno che si definisce la specificità del medico. Restano ambiti che non possono essere delegati: il paziente reale è spesso complesso, con più patologie, terapie concomitanti, condizioni sociali ed economiche che incidono sulle scelte. L’adattamento delle indicazioni generali alla situazione concreta di quella persona richiede giudizio e ascolto.

Non si incontra mai una malattia astratta, ma una persona con una storia, con convinzioni e priorità che possono non coincidere con quelle del medico. L’autorevolezza del professionista può orientare le scelte, e questo comporta una responsabilità etica rilevante.

Durante la mattinata, mi ha colpito sentire molti colleghi con decenni di attività alle spalle affermare che rifarebbero la stessa scelta. Fare il medico resta, per molti, la professione più bella. Accanto a questo, però, è stata riconosciuta la fatica, perché la medicina non offre certezze assolute. Lavora su probabilità, su ipotesi fondate ma sempre rivedibili. Ogni diagnosi è, in fondo, l’ipotesi migliore che in quel momento si può formulare. Comunicare questa dimensione senza incrinare la fiducia richiede equilibrio, così come è difficile gestire la relazione in un contesto organizzativo segnato da sottofinanziamento, liste d’attesa, carenza di personale e burocrazia.

Un messaggio per il futuro

È dentro questo scenario che, parlando ai giovani colleghi, ho scelto di richiamare alcuni punti per me importanti.

Se si osservano insieme la celebrazione del mattino e il giuramento del pomeriggio, non emerge distanza tra generazioni; al contrario, si intravede una continuità solida. Al netto del cambiamento delle condizioni e degli strumenti, tiene e continua a produrre eco la responsabilità verso una persona concreta. Il gesto più antico, allora, non è soltanto un richiamo simbolico. È il tocco consapevole con cui si entra in relazione. È lì che la competenza tecnica incontra la qualità umana della cura e si costruisce fiducia. Così la medicina continua a riconoscersi attraverso il tempo.

Guido Giustetto
Presidente OMCeO Torino
Direttore scientifico il punto

Le cerimonie dell’OMCeO Torino per la premiazione dei medici e degli odontoiatri per i traguardi raggiunti — 50, 60 e 70 anni di laurea — e il giuramento dei giovani colleghi neo-iscritti si sono svolte il 28 febbraio 2026. Qui alcuni scatti della giornata.

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