Il ruolo dell’Ordine dei medici nelle crisi umanitarie
Riflessioni e proposte a partire da una survey: Guido Giustetto e Roberto Romizi
Ops! Per usare il Centro di Lettura devi prima effettuare il log in!
Password dimenticata?Non hai un account? Registrati
Hai già un account? Log in
Riflessioni e proposte a partire da una survey: Guido Giustetto e Roberto Romizi
Foto di Ahmed Akacha | Pexels
La scorsa estate, alcuni Ordini dei medici e molti colleghi avevano preso posizione sulla grave crisi umanitaria nella striscia di Gaza, sostenendo le organizzazioni mediche operative in quel territorio e aderendo a iniziative di solidarietà quali “Digiuno per Gaza” e “Luci sulla Palestina – 100 ospedali per Gaza”.
Ci venne allora la curiosità di conoscere in modo più sistematico quale posizione gli Ordini avessero assunto, in un’ottica solidaristica e umanitaria, di fronte alle situazioni di conflitto armato dove vi è un impatto gravissimo sulla sicurezza del personale sanitario, sull’accesso alle cure e sulla salute della popolazione. Inviammo pertanto un breve questionario a tutti i Presidenti con l’obiettivo di conoscere se e come i diversi Ordini avessero ritenuto opportuno e possibile intervenire, esprimere posizioni, promuovere iniziative o stimolare riflessioni in ambito medico e deontologico e quali fossero state le eventuali difficoltà.
Il caso di Gaza ha rappresentato per molti un banco di prova, in cui l’urgenza etica si è confrontata con il timore di assumere posizioni percepite come politiche.
Abbiamo ricevuto risposta da circa la metà degli Ordini. Il campione non è rappresentativo né per distribuzione geografica né per dimensioni, perciò le osservazioni che seguono hanno un valore puramente descrittivo e non statistico. Partendo dall’analisi delle singole risposte, esse intendono offrire un quadro generale, proporre alcune considerazioni e avanzare proposte.
Di seguito le domande e una sintesi delle risposte.
Un Ordine dei Medici, in situazioni di crisi umanitarie internazionali con gravi conseguenze sanitarie documentate, deve esprimere pubblicamente una posizione ufficiale?
Oltre l’85% delle risposte ritiene che l’Ordine debba esprimere pubblicamente posizioni ufficiali nelle crisi umanitarie; il 30% specifica che ciò debba avvenire con un ampio consenso tra gli iscritti o gli organi collegiali.
Quali sono i limiti e le potenzialità di un Ordine nel trattare questioni sanitarie in contesti di conflitto o emergenza internazionale?
Dalle risposte emergono come principali limiti il rischio che la posizione ordinistica sia oggetto di strumentalizzazione politica e il dubbio che il mandato istituzionale non comprenda questo ambito. Sul versante delle potenzialità viene sottolineato che l’autorevolezza etico-deontologica dà la possibilità di influenzare la popolazione tramite l’informazione, di promuovere la conoscenza dei principi universali di salute e la difesa dei diritti umani, di fare pressione sulle istituzioni per mobilitare aiuti.
I singoli medici, come professionisti, hanno un dovere deontologico di pronunciarsi o agire in tali contesti?
L’80% delle risposte ritiene che ogni medico abbia un dovere deontologico di prendere posizione o agire in contesti di conflitto, ma il 30% reputa tale dovere valido solo a titolo personale.
Quali esperienze, iniziative o buone pratiche l’Ordine ha promosso o intende promuovere in situazioni di conflitto o comunque di emergenza?
Quasi il 70% delle risposte segnala assenza di iniziative. Tra le azioni effettivamente realizzate, vengono citate l’adesione al digiuno per Gaza, la pubblicazione di articoli, la promozione di raccolte fondi, i comunicati stampa di solidarietà, l’invio di beni in Ucraina.
L’Ordine ha preso posizione ufficiale in merito alla crisi di Gaza? Se sì, in quale forma? Se no, per quali ragioni?
L’80% degli Ordini che hanno risposto al questionario non ha assunto una posizione ufficiale su Gaza, anche se nel 10% dei casi il tema è stato affrontato in discussioni interne. Le principali ragioni indicate sono la mancanza di consenso interno e la percezione che il tema non rientri fra i compiti istituzionali.
Il restante 20% ha invece preso posizione pubblica, attraverso comunicati, mozioni del Consiglio direttivo o iniziative pubbliche, spesso in collaborazione con altre istituzioni.
La larghissima maggioranza delle risposte ritiene che un Ordine debba esprimersi pubblicamente in situazioni di crisi umanitaria, sia sempre, sia previa approvazione dei propri iscritti o degli organi collegiali. Solo una minoranza vi si oppone. Con percentuali analoghe, a livello individuale si ritiene che i singoli medici abbiano un dovere etico o deontologico di prendere posizione di fronte alle crisi, seppure con sfumature diverse (sempre, solo a titolo personale o soltanto in caso di coinvolgimento diretto).
Quando si passa dalle dichiarazioni di principio ai comportamenti effettivi, emerge la prima frattura: solo una minoranza degli Ordini dichiara di avere promosso iniziative o preso posizione rispetto alla crisi di Gaza, mentre la grande maggioranza non si è espressa ufficialmente. Questa apparente contraddizione si comprende analizzando le risposte sulle potenzialità e limiti degli Ordini.
Gli Ordini si descrivono come portatori di un ruolo etico e deontologico forte, capaci di sensibilizzare la società e di farsi interpreti dei valori della professione medica anche oltre la pratica clinica. Hanno una capacità comunicativa e simbolica riconosciuta, che può incidere nel dibattito pubblico e nelle istituzioni.
Al tempo stesso, molte risposte sottolineano il rischio di politicizzazione e paventano l’assenza di un mandato esplicito e istituzionale in questo campo. Si teme che l’intervento rischi di essere interpretato come una presa di posizione politica in favore o contro una delle parti in conflitto piuttosto che etica o deontologica sul piano umanitario.
Questa tensione tra legittimazione etica e prudenza istituzionale porta spesso all’assenza di azioni concrete, bloccando volontà e capacità di intervenire. In altre parole: forte mandato etico, ma incertezza e timidezza istituzionale che generano un vero congelamento operativo.
Il nodo per gli Ordini non è scegliere una parte, ma riaffermare la tutela della salute come diritto umano universale, anche nei contesti più complessi.
Il caso di Gaza ha rappresentato per molti un banco di prova, in cui l’urgenza etica si è confrontata con il timore di assumere posizioni percepite come politiche. Se crediamo che l’Ordine possa avere un ruolo durante le crisi umanitarie e se quest’analisi, pur sommaria, è corretta, quali proposte si possono formulare per uscire dall’impasse?
In sintesi i punti critici su cui intervenire sembrano essere:
Quelle che seguono sono solo alcune prime proposte per colmare il divario tra intenzioni basate sui principi e azioni frenate dall’incertezza. Una strada operativa potrebbe essere la loro sperimentazione in un piccolo numero di Ordini disponibili.
In definitiva, il nodo per gli Ordini non è scegliere una parte, ma riaffermare la tutela della salute come diritto umano universale, anche nei contesti più complessi.
Guido Giustetto
Direttore scientifico de il punto, confronti su medicina e sanità, rivista dell’OMCeO Torino
Roberto Romizi
Direttore de Il Cesalpino, rivista dell’OMCeO di Arezzo
Quel ponte tra il linguaggio e il sentire, tra il corpo e la rappresentazione: intervista a Diego Cossu
Rainbow4Africa e il volontariato al Centro di Oulx: intervista a Paolo Narcisi
Il commento di Francesco Romizi
