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Nina Ann, collega e paziente oncologica, una volta mi disse: “Non sono mai stata propriamente empatica finché non ho avuto la neuropatia periferica”. Per nove anni si era sottoposta a diverse terapie per un tumore al seno. Mi raccontava che le era difficile abbottonarsi la camicia e provava dolori lancinanti alle mani e ai piedi, sintomi tipici della neuropatia periferica. Era la prima volta che la sentivo fare autocritica. Sapevo che era una persona molto empatica. Era stata attiva nell’organizzazione di gruppi di supporto e come volontaria si era offerta di parlare con i pazienti che desideravano avere il punto di vista di un malato oncologico veterano.

Le chiesi di spiegarmi che cosa intendesse dire. Mi spiegò che spesso aveva sentito i pazienti parlare di neuropatia periferica, ma solo quando la sperimentò su stessa afferrò veramente di che cosa si trattasse. In seguito ha avuto molte conversazioni con pazienti, colleghi e operatori sanitari oncologici sull’empatia e sui prerequisiti per raggiungere una connessione empatica con lo stato d’animo dell’altro.

L’implicazione delle considerazioni di Nina Ann è che il problema debba essere prima vissuto per poter entrare in empatia con esso. Avrà ragione?

Cos’è l’empatia?

L’empatia è l’atto di comprendere i pensieri, i sentimenti e l’esperienza di un’altra persona, immaginandosi nella sua stessa situazione. L’empatizzante comprende l’esperienza dell’altro come se fosse la propria. È “camminare per un miglio nei suoi panni”. La parola inglese “empathy” ha fatto la sua comparsa più di un secolo fa come traduzione del termine tedesco usato in psicologia “einfuhlung”, che significa “sentirsi dentro”. Deriva dal greco “empatheia”, a sua volta composto da en-, “dentro”, e pathos, “sentimento”.

L’empatia differisce dalla simpatia per quanto riguarda la componente emotiva. In parole povere, l’empatia è sentimento e la simpatia è sentimento per. Nina Ann aveva fatto un’autoanalisi critica perché non si era sentita adeguatamente empatica finché non aveva provato su di sé la neuropatia periferica. Era giunta alla conclusione che bisogna avere la neuropatia periferica per poter entrare davvero in empatia. Se tale conclusione è corretta, significa che non possiamo spingerci oltre la nostra personale esperienza. Tuttavia, l’essenza dell’empatia è la capacità di immaginarci nella situazione degli altri pur senza sperimentarla. Anche se non è necessario avere la neuropatia periferica per entrare in empatia con chi ne soffre, può essere importante avere provato delle sensazioni fisiche spiacevoli  per “capire” la sofferenza. In effetti, condividere un’esperienza simile, per esempio la chemioterapia, può sviare la persona a pensare “la chemioterapia è così per tutti”, il che è tutt’altro che corretto. Esistono infatti svariate e differenti tipologie di trattamenti chemioterapici e innumerevoli differenze nelle risposte individuali alla terapia.

Tre sono le componenti dell’empatia e della sua espressione: quella cognitiva, cioè la capacità di cogliere ciò che la persona pensa, di vedere le cose dalla sua prospettiva; e quella affettiva – talvolta indicata come empatia compassionevole – intesa come capacità di discernere i sentimenti dell’altro e, soprattutto, di agire in modo tale da trasmettergli comprensione. Si tratta di un processo cognitivo e affettivo complesso, nonché di un comportamento sociale che può essere facilitato dall’esperienza diretta o indiretta. Leggere un testo di narrativa letteraria è un’esperienza riflessa indiretta; può migliorare la capacità empatica. Le storie informano la nostra capacità di comprendere il prossimo. Tuttavia, non è sufficiente comprendere il pensiero e il sentimento della persona, che in gran parte è un processo interno; è necessario tradurre la comprensione in un’azione compassionevole. A generare la connessione empatica è il comportamento di chi ascolta, attraverso il linguaggio del corpo e le parole pronunciate bene.

Possiamo pensare all’empatia come a un processo interpersonale. In una conversazione, essere empatici significa mettere da parte le nostre priorità col fine di afferrare il punto di vista degli altri e tenere conto delle loro emozioni. Implica ascoltare con il cuore così come con le orecchie e gli occhi e comunicare alla persona quell’ascolto/comprensione. Trasmettere veramente empatia fa sentire l’altro curato e ascoltato. L’operatore sanitario empatico può anche influenzare il decorso della malattia.

Gli effetti dell’empatia sono sempre positivi?

Partiamo dal presupposto che gli effetti dell’empatia siano positivi, ma c’è anche il rovescio della medaglia. Per esempio, un caregiver molto empatico può sentire la sofferenza del proprio caro al punto da arrivare a una fatica da compassione. In questo caso, l’empatia facilita il comportamento di cura e la vicinanza al prossimo ma a proprio discapito. Durante la pandemia, quale conseguenza del continuo coinvolgimento empatico con la sofferenza altrui, gli operatori sanitari sono stati particolarmente esposti alla cosiddetta stanchezza da compassione.

Ci sono anche evidenze che l’empatia rispetto al gruppo di appartenenza (etnico, ndr) ha una connessione neurologica  e  può tradursi in pregiudizi inconsci. L’implicazione pratica di questa scoperta delle neuroscienze è che per gli operatori sanitari può essere più difficile essere davvero empatici con persone che non fanno parte del proprio gruppo.

Tuttavia,  la maggior parte della ricerca sull’empatia riporta risultati positivi. Per esempio, una forte capacità empatica si correla maggiormente a comportamenti prosociali e a legami più forti con gli altri. Nell’assistenza sanitaria, pensiamo all’empatia come a una capacità da usare per entrare in contatto con la sofferenza del prossimo, il che è in gran parte vero. Ma essere empatici può anche metterci in relazione con le persone condividendo esperienze positive e buon umore, un elisir curativo in qualsiasi setting.

L’empatia può essere insegnata e appresa?

L’empatia è sia un’abilità sia una qualità del cuore. L’abilità può essere appresa e la qualità può essere coltivata. Alcune persone sono naturalmente più “empatiche” e hanno bisogno di una formazione minima, proprio come alcune persone hanno un talento naturale per lo sport. Gli studi sui pilastri essenziali nella formazione alla comunicazione in medicina hanno identificato l’empatia come la chiave per promuovere il coinvolgimento del paziente nell’assistenza. Sono disponibili ottime risorse formative scrittevideo e online. All’Atrium Health Wake Forest Baptist Medical Center, un programma di formazione per migliorare la comunicazione centrata sulla relazione è a disposizione di tutti i dipendenti. Infine, l’insegnamento dell’empatia è stato il tema di uno studio presentato in una medical student lecture e practice session alla 2021 American Psychosocial Oncology Society Virtual Conference (vedi l’abstract del poster T46 “Facilitare l’empatia negli studenti di medicina con l’arte: un esercizio di attenzione focalizzata”). Altri programmi formativi su questo tema sono disponibili presso altre istituzioni e SU siti web rivolti a operatori sanitari professionisti. Sono tutti accomunati da un elemento importante: il riconoscimento dell’empatia quale componente chiave nella comunicazione reciproca con i pazienti. 

Coltivare le qualità che stimolano l’empatia, per esempio l’ascolto profondo, la forza, la gentilezza, la compassione, ecc., può risultare più difficile. Un caregiver professionale stanco, gravato da un sovraccarico di pazienti molto malati, può avere una scarsa riserva emotiva per essere empatico quando impegnato in prima linea. Fortunatamente, viene riconosciuto che tanto fattori istituzionali che quelli individuali sono fondamentali per il benessere di operatori sanitari che, nel loro lavoro, possano essere al contempo competenti ed empatici. 

Gli esami di empatia

Nina Ann sentiva di aver superato la sua personale versione di “the empathy exams”, espressione usata per descrivere la formazione che alcune scuole di medicina impiegano per valutare l’efficacia delle capacità di relazione medico-paziente. Ho pensato che era eccessivamente critica nella sua autovalutazione di non essere stata in grado di comprendere la neuropatia periferica. Nina Ann era una persona molto empatica. La sua stessa auto-riflessione era una conferma della sua sensibilità verso il prossimo. Aver sofferto di neuropatia periferica ha migliorato la capacità di misurare il suo livello di dolore rispetto a quello provato dagli altri che inoltre, comprendendo più profondamente il prossimo, è una forma di confronto sociale utile. 

È probabile che tutti noi abbiamo una “scala di valutazione” interna dell’esperienza altrui e la usiamo per pesare la sofferenza che a sua volta può attivare un certo livello di risposta empatica. Nina Ann, dopo la esperienza personale con la neuropatia periferica, ha raggiunto una nuova soglia di empatia.  

Cosa serve per essere “propriamente empatici”? Un cuore e una mente aperti che possono immaginare l’esperienza dell’altro ed esprimere quella connessione verbalmente e non verbalmente. In parole povere, diventare propriamente empatici significa ascoltare attentamente e rispondere con ponderatezza.

Richard P. McQuellon
Wake Forest university School of medicine
Winston-Salem (Stati Uniti)

Richard P. McQuellon ha diretto per oltre trent’anni i programmi “Psychosocial oncology and cancer patient support” all’Atrium Health Wake Forest Baptist. È autore di The art of conversation in cancer care e The Nell dialogues.


Questo articolo è la traduzione del post pubblicato su OUP blog  della Oxford University Press con il titolo “Becoming ‘properly empathic’: the importance of empathy in healthcare”. Per gentile concessione dell’editore.


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