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La sopravvivenza dei singoli individui, e con essi della specie, richiede l’integrazione delle diverse funzioni vitali per adattare l’omeostasi organica all’ambiente e alla dinamica di gruppo.  Il sistema endocrino riveste un ruolo critico nel mantenimento dell’omeostasi e nell’integrazione delle risposte dell’organismo all’ambiente esterno. Attraverso l’azione degli ormoni, molecole messaggere con azione ubiquitaria, esso regola le funzioni e l’attività dei principali organi dell’organismo e si configura come una delle nostre maggiori interfacce con il mondo. Il cervello va considerato un organo endocrino a tutti gli effetti e la distinzione tra ormoni, neurotrasmettitori, neuromodulatori e neuropeptidi è oggi superata. Ad indicare la stretta e reciproca interazione che il sistema endocrino contrae con il sistema psichico, il sistema nervoso, il sistema immunitario, nonché con l’ambiente, occorre oggi intendere la salute dell’uomo in un’ottica più vasta “socio-psico-neuro-endocrino-immuno-metabolica”. Il paradigma della psiconeuroendocrinologia rappresenta in questo contesto una visione nuova, più ampia e integrata della scienza e della medicina che si occupa della salute dell’uomo, incluso l’uomo lavoratore.

Esistono fattori oggettivi di varia natura (fisica, biologica e psicologica) in grado di attivare l’asse dello stress, ma è il filtro emozionale e cognitivo che modula la ricezione personale degli stressors rendendoci tutti diversi nella risposta allo stesso stimolo stressante. La psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) formula la concezione di uomo come network considerando la psiche come dimensione emergente nella interazione uomo-ambiente incluso l’ambiente lavorativo. In tale contesto, è oggi di necessaria importanza conoscere il fenomeno stress e saperlo gestire in modo proficuo, considerando lo stress come il risultato di un processo di valutazione continua da parte della persona fra i bisogni personali, ambientali e le risorse a disposizione.

Fino a un certo livello lo stress è benefico, perché garantisce un tono all’organismo e alla psiche, preparando al lavoro e migliorando la qualità della vita (eustress, dal greco eu “bene”). L’altra faccia della medaglia (distress, dal greco dys, prefisso dal valore peggiorativo) è rappresentata da un’attivazione fisiologica e psichica eccessiva, che, dopo un periodo di sopportazione-resistenza, porta alla fase di logorio ed esaurimento. Il termine “coping”(fronteggiamento) indica gli sforzi comportamentali e cognitivi messi in atto dall’individuo per padroneggiare, ridurre o tollerare le richieste interne e/o esterne, generate da transazioni stressanti.

Gli effetti a cascata dello stress

La risposta allo stress varia in base al tipo di lavoro. È descritto che i cosiddetti “white-collar workers” ( i lavoratori che utilizzano maggiormente le risorse psichiche-mentali) tendono ad avere un incremento di cortisolo più elevato e persistente anche al termine delle ore lavorative, mentre i “blue-collar workers” (i lavoratori che utilizzano maggiormente le risorse fisiche) tendono ad avere una risposta prevalente catecolaminergica e un transitorio incremento di cortisolo che si spegne rapidamente e torna a livelli basali al termine delle ore lavorative.

Nella società moderna, lo stress è più spesso di natura psicologica e /o psicosociale piuttosto che di natura fisica, il che spiega come alcune riposte dell’organismo che si attivano in risposta a un evento stressogeno (incremento dei valori pressori, incremento della frequenza cardiaca, incremento del glucosio circolante) possano tradursi in una risposta dannosa piuttosto che protettiva.

Lo stress non adeguatamente gestito o eccessivo e persistente può pertanto rappresentare uno stress psichico e fisico, che in soggetti vulnerabili può predisporre allo sviluppo di una condizione metabolica e psichica instabile in grado a sua volta di favorire l’insorgenza della malattia. In effetti lo sviluppo di molti disordini psichiatrici e metabolici trova un’origine in tale contesto. Parliamo di patologie quali il diabete mellito, l’ipertensione arteriosa, i disordini del comportamento alimentare, l’obesità e la depressione. La più frequente anomalia endocrina che tendenzialmente connota tutte queste condizioni è rappresentata da un’iperattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surreneche ricorda la risposta neuroendocrina allo stress.

Inquadrare la depressione

Nella depressione così come nell’obesità, una percentuale significativa di soggetti presenta un’ipersecrezione di cortisolo, come evidenziato dal riscontro delle elevate concentrazioni di cortisolo plasmatiche e urinarie e da un’alterazione del ritmo circadiano del cortisolo, con attenuazione del nadir nel ritmo delle 24 ore, che nei soggetti normali si evidenzia intorno a mezzanotte. Altre alterazioni riguardano la resistenza al feedback inibitorio esercitato dal desametasone sulla secrezione del cortisolo, con una mancata risposta al test di soppressione (cosiddetto test di Nugent) in circa il 50 per cento dei pazienti. Insieme alla mancata soppressione di cortisolo, rimane inalterata o non adeguatamente soppressa la secrezione di β-endorfina e ACTH e vi un’aumentata risposta del cortisolo all’ACTH. L’attivazione dell’asse surrenalico contribuisce allo sviluppo di alterazioni glico-metaboliche, che insieme ad uno stile di vita poco corretto (scarsa attività fisica, alimentazione non corretta, alterazioni del ritmo sonno-veglia) possono favorire lo sviluppo di diabete mellito, sovrappeso, ipertensione e disturbi psichici. Nei soggetti affetti da depressione, la persistenza della mancata soppressione del cortisolo al test con desametasone è associata ad un alto rischio di ricaduta precoce.

I principali esiti dello stress lavorativo riguardano peraltro non solo l’individuo ma anche l’organizzazione con percentuali elevate di assenteismo e abbandono.

Accanto a queste condizioni, non possiamo non citare il burnout che rappresenta il modello di patologia lavoro-correlata, incluso nell’undicesima revisione della classificazione statistica internazionale delle malattie e dei problemi sanitari connessi (ICD-11), entrato in vigore il 1° gennaio 2022, e inteso come patologia da stress da lavoro correlato e da disoccupazione. Tre i sintomi che connotano il burnout: l’esaurimento fisico e mentale, il distacco crescente dal proprio lavoro e una ridotta efficienza con un aumentato rischio di errore. I principali esiti dello stress lavorativo riguardano peraltro non solo l’individuo ma anche l’organizzazione con percentuali elevate di assenteismo e abbandono.

Non esiste una ricetta universalmente valida che permetta di risolvere definitivamente il problema e la gestione corretta dello stress lavorativo. È opportuno, comunque, mettere in evidenza alcuni punti di attenzione operativi, dalla cura dell’ambiente di lavoro all’equità dei carichi di lavoro, ad una migliore gestione delle relazioni interpersonali ed al coinvolgimento attivo della persona lavoratore nei processi decisionali e organizzativi.

Laura Gianotti
Direttrice S.C. Endocrinologia, diabetologia territoriale
Asl CN1 Cuneo
Dipartimento di Psicologia – Università degli Studi Torino

Bibliografia utile per approfondire l’argomento

  1. Charmandari, C. Tsigos, G. Chrousos. Endocrinology of the stress response. Ann Rev Physiol 2005;67:259-84.
  2. Ulf Lundberg. Stress hormones in health and illness: the roles of work and gender. Psychoneuroendocrinology 2005;30:1017-21.
  3. Jonsdottir IH, Dahlman AS. Endocrine and immunological aspects of burnout: a narrative review. Eur J Endocrinol 2019;180:R147-R158.
  4. Parker KJ, Schatzberg AF, Lyons DM. Neuroendocrine aspects of hypercortisolism in major depression. Horm Behav 2003;43:60-6.
  5. Pariante CM, Miller AH. Glucocorticoid receptors in major depression: relevance to pathophysiology and treatment. Biol Psychiatry 2001;49:391-404.
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