Sono un medico del pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni Bosco, o meglio lo ero fino a fine agosto quando, dopo sei anni, una pandemia e un figlio, ho abbandonato. La medicina d’urgenza è un lavoro bellissimo, l’ho amato da subito e lo amo ancora, ma non sono più disposta a farlo a queste condizioni. E non sono di certo la sola: in questi sei anni almeno dieci colleghi hanno lasciato il pronto soccorso per le ragioni più varie. Ma allargando lo sguardo, quest’anno un quarto delle borse di specialità destinate all’emergenza-urgenza rimarranno scoperte; il trend è evidente da almeno un quinquennio. Il ministero ha lanciato una campagna per incentivare le iscrizioni, sottolineando tutto il bello di questo mestiere. Un lavoro adrenalinico, entusiasmante, ricco di soddisfazioni, ma estremamente usurante. Non mi riferisco solo ai recenti episodi di violenza, che pure sono sempre più comuni e avvilenti, basta la realtà quotidiana.
È come stare sotto un’onda, è inutile nuotare, rischi di finire più sotto, devi solo chinare la testa e aspettare che passi.
I pazienti arrivano come una marea inarrestabile; ne visiti uno e ne registrano tre, aumenti il ritmo per cercare di esaurire la lista e man mano lavori peggio: l’ecografia la faccio dopo, i farmaci li rivedo con calma, la cartella la imposto quando c’è un attimo di respiro. Ma quell’attimo di respiro non arriva mai, anzi, la situazione peggiora sempre di più finché perdi di lucidità e di entusiasmo. La sensazione di impotenza è estrema: loro, i pazienti, sono decine e tu sei da solo. È come stare sotto un’onda, è inutile nuotare, rischi di finire più sotto, devi solo chinare la testa e aspettare che passi. Un paziente dopo l’altro. Facendo quello che si può e si riesce fino al cambio turno, quando finalmente smetti di vedere nuovi pazienti e dedichi ore a fare quello che non hai avuto modo e tempo di fare prima: scrivere le cartelle, impostare le terapie, ragionare con un minimo di calma. Così un turno da otto ore diventa da nove, dieci o dodici e uno da dodici da quattordici o sedici.
Nell’ultimo turno ho visitato ventinove pazienti, ne ho dimessi ventiquattro, uno l’ho ricoverato, tre sono rimasti per osservazione, uno è deceduto. Ho bevuto mezzo litro d’acqua e fatto due volte pipì; ho cenato all’una di notte con gli avanzi trovati in frigo. Sfortuna, certo, non tutti i turni sono così, ma un turno “tranquillo” magari comprende diciotto pazienti, il tempo di cenare, solo un’ora di lavoro aggiuntivo e comunque nessuna voglia di tornare al lavoro dopo undici ore (il tempo di riposo minimo fissato dalle normative europee per gli operatori sanitari).
È bello salvare vite, ma non sempre capita, e questo deve essere ben chiaro a tutti quelli che affrontano questo percorso.
E fin qui si è parlato di usura fisica, poi c’è quella emotiva. Ho recentemente tenuto un laboratorio di scrittura per giovani medici. A conclusione del seminario era prevista la produzione di un racconto / immagine / poesia / sceneggiatura / fumetto inerente la medicina in senso lato. Dieci su undici hanno scelto un vissuto traumatico (storie strazianti, pazienti con cui si sono identificati o situazioni che li hanno messi in particolare difficoltà), uno solo si è prodotto in un racconto brillante e ironico. È bello salvare vite, ma non sempre capita, e questo deve essere ben chiaro a tutti quelli che affrontano questo percorso. Non credo ci siano molti altri lavori con un carico emotivo simile a quello degli operatori sanitari, forse solo i militari in zona di guerra. Non abbiamo nessun tipo di supporto psicologico continuativo (che a mio avviso dovrebbe comunque essere obbligatorio, non a richiesta) né di riconoscimento economico specifico.
Non che il riconoscimento economico serva. Le prestazioni aggiuntive o “gettoni”, di chi lavora nell’emergenza sono briciole rispetto all’attività privata offerta da altre specialità e sono un’arma a doppio taglio: le apprezza, per un tempo limitato, chi ha in mente un progetto (comprare casa, cambiare macchina, fare una lunga), ma raggiunto l’obiettivo smetterà di offrire disponibilità e lascerà sguarnito il servizio.
Ecco il punto nodale: lavorare nell’emergenza-urgenza è usurante. Ma un lavoro usurante si può fare 20 ore a settimana, non 40.
La verità è che le persone scappano dai lavori il cui bilancio tra studio e fatica lavorativa da un lato, e ritorno economico e soddisfazione personale dall’altro è sfavorevole. L’infermiere è senz’altro una di queste: laurea triennale, lavoro su turni 6 giorni su 7, alto stress emotivo al salario di un operaio specializzato. Non è un mistero capire perché gli aspiranti infermieri per l’anno accademico 2024-2025 sono in molte regioni meno del numero di posti disponibili. Per cercare di far quadrare l’equazione in molti ospedali gli infermieri hanno richiesto i turni da dodici ore, così lavorano “solo” dodici o tredici turni al mese. I sindacati non sono contenti, la ritengono una regressione inaccettabile rispetto alla giornata lavorativa di otto ore, ma per i diretti interessati: “Due weekend al mese a casa sono un sogno” e “Almeno dopo due turni sai che sei a casa tre giorni e stacchi davvero, ti dimentichi questo posto”.
Gli operatori dell’urgenza non vanno (solo) in burn out… vanno in worn out, si usurano come le scarpe quando pretendiamo di camminarci troppi chilometri. Il worn out è prevedibile e prevenibile: basterebbe un po’ di lungimiranza per investire nel modo giusto.
Ecco il punto nodale: lavorare nell’emergenza-urgenza è usurante. Il compromesso, forse, è stato accettabile in altri contesti storici quando oltre al turno tremendo, che è sempre esistito e sempre esisterà, poteva capitare anche il turno tranquillo, quando il nostro sistema sanitario era in condizioni meno precarie, quando c’erano ancora le reti sociali e la medicina sul territorio. Ma un lavoro usurante si può fare 20 ore a settimana, non 40. Men che meno a parità di stipendio rispetto a un lavoro meno usurante. Lavorare in turni di dodici ore dà l’impressione di fare 20 ore a settimana (sono in realtà 36 e 48 a settimane alterne) e preserva ciò che è indispensabile alla sanità mentale di chi lavora: il giorno, meglio ancora i giorni, da trascorrere fuori dall’ospedale, a riprendersi.
Gli operatori dell’urgenza non vanno (solo) in burn out… vanno in worn out, si usurano come le scarpe quando pretendiamo di camminarci troppi chilometri. Il worn out è prevedibile e prevenibile: basterebbe un po’ di lungimiranza per investire nel modo giusto. Il covid ci ha insegnato che un lavoro flessibile, che lascia molto tempo libero o tempo a casa è più appetibile: è una tendenza che si vede in moltissimi settori. I lavoratori dell’urgenza non devono essere pagati di più: devono lavorare meno allo stesso compenso. Devono avere adeguato supporto psicologico ed emotivo, devono compensare la fatica lavorativa con adeguati riposi a casa. Solo così eviteranno di consumarsi, accumulare soldi e poi scappare, lasciando il sistema sguarnito di professionisti formati ed esperti fuggendo altrove dove il rapporto tra il lavoro è la vita è più favorevole.
Michela Chiarlo
Una versione di questa lettera è stata pubblicata sulle pagine di Repubblica Torino il 10 settembre 2024.
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