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Il rapporto OsMed dell’Agenzia italiana del farmaco fornisce i dati annuali sui consumi
di farmaci degli italiani. Nel mese di novembre del 2024 l’Agenzia ha pubblicato il report
che riguarda i consumi del 2023. La pubblicazione è avvenuta con un insolito ritardo, visto
che negli anni precedenti il rapporto veniva diffuso nel mese di luglio. Anche se a distanza
temporale, il documento dell’Aifa fornisce una fotografia dei consumi di farmaci degli
italiani e di come essi mutino nel tempo. Emergono alcuni dati significativi: il consumo di
farmaci da parte degli italiani è in aumento, con una crescita particolarmente rapida della
spesa privata, che risulta più elevata nelle regioni del Sud rispetto a quelle del Nord.
Inoltre, alcuni farmaci vengono consumati in quantità significative solo in Italia. Si registra
anche un incremento nell’uso di antibiotici e contraccettivi, questi ultimi però sono
interamente a carico delle donne.

La spesa per i farmaci

Nel 2023 la spesa farmaceutica ha superato i 36 miliardi di euro. Per oltre i due terzi, un
valore pari a poco meno di 25 miliardi, questa spesa è a carico del Servizio sanitario
nazionale (Ssn). I restanti 11 miliardi sono pagati privatamente dai cittadini. La spesa
farmaceutica pro-capite italiana (612 euro per abitante) è sugli stessi livelli di Francia e
Spagna, inferiore alla Germania (673) e superiore al Regno Unito (502). Rispetto all’anno
precedente è salita del 6,1%, cioè di poco al di sopra dell’inflazione (+5,7% secondo
l’Istat). La componente pubblica e quella privata hanno viaggiato a velocità diverse. La
spesa privata infatti è cresciuta più velocemente di quella pubblica (+7,4% contro +5,7%) e
questo significa che è salito l’esborso diretto dei privati rispetto a quello a carico del Ssn.
Nell’ultimo decennio il rapporto tra spesa farmaceutica privata e spesa pubblica non è
però variato molto, e gli aumenti di oggi compensano cali di simile entità osservati nel
periodo 2015-2017. Grosso modo, la spesa farmaceutica si divide in tre parti paragonabili:
la spesa farmaceutica pubblica che avviene in ospedale, Rsa, Asl e penitenziari (33%),
quella pubblica che avviene in farmacia (37% farmacie ospedaliere comprese) e 30% di
spesa privata in farmacia (ticket compreso) e esercizi commerciali.
È interessante scomporre i numeri complessivi a livello regionale. Si osserva infatti che la
spesa farmaceutica pubblica è più alta nelle regioni a basso reddito, cioè nel Sud: lo Stato
spende per i farmaci oltre 500 euro a cittadino in Campania e Calabria, mentre in Veneto,
Emilia-Romagna, Lombardia, Toscana, Trentino Alto-Adige la spesa pubblica pro-capite
oscilla tra i 350 e i 450 euro. Le Regioni del sud, in cui la spesa farmaceutica è superiore,
sono anche quelle in cui più spesso non vengono soddisfatti i livelli essenziali di
assistenza e questo potrebbe suggerire un legame tra peggiore condizione di salute dei
cittadini e maggiore spesa sanitaria. La spesa sanitaria privata invece sembra
indipendente dal reddito medio: tutte le Regioni si collocano intorno a una spesa pro-
capite di circa 150 euro, con l’eccezione della Sardegna dove la spesa privata raggiunge i
230 euro.

I farmaci più usati

Tra i principi attivi, quelli più utilizzati nella popolazione maschile sono il pantoprazolo (un
inibitore della pompa protonica), l’acido acetilsalicilico (l’aspirina) e l’atorvastatina (contro il
colesterolo). Tra le donne domina il colicalciferolo (la vitamina D contro l’osteoporosi), il
pantoprazolo e la levotiroxina (contro le malattie della tiroide). Nella popolazione generale,
colecalciferolo, pantoprazolo, atorvastatina e acido acetilsalicilico sono i primi farmaci per
percentuale di consumatori. Se si osservano i consumi dell’età pediatrica (meno di 18
anni), i consumi farmaceutici sono ritornati ai livelli pre-pandemici. Primeggiano per valori
assoluti gli antibiotici e betametasone (il corticosteroide più comune). Nonostante da più
parti si sollevi il comprensibile allarme sulla salute mentale degli adolescenti, rispetto al
2022 i consumi di farmaci per curare le patologie a carico del sistema nervoso nei minori
appare stabile.

Il consumo e nella spesa per i farmaci acquistati nelle farmacie italiane presenta alcune
peculiarità rispetto agli altri Paesi europei. Per numero di confezioni acquistate, i primi
dieci farmaci italiani sono largamente sovrapponibili a quelli di altri Paesi europei (con
l’eccezione del ketoprofene, assai meno utilizzato fuori dall’Italia). È diverso il risultato del
confronto se si considera la spesa sostenuta. La principale anomalia riguarda una delle
combinazioni più comunemente utilizzate in Italia, l’antibiotico amoxicillina/acido
clavulonico. Da noi è il settimo principio attivo per spesa mentre in nessun Paese europeo
figuri tra i primi venti più venduti. Anche per il colicalciferolo (la vitamina D contro
l’osteoporosi), quinto farmaco più utilizzato in Italia e primo per numero di consumatrici, in
Europa si spende molto meno: è il 93esimo farmaco per valore economico in Germania,
l’81esimo in Francia, il 56esimo in Spagna. Simili considerazioni valgono per il
pantoprazolo, per diclofenac, ketoprofene e flurbiprofene (anti-infiammatori), bisoprololo
(anti-ipertensione) e per l’alprazolam (ansiolitico). Più omogeneo il quadro a livello
ospedaliero: sia in Italia che in Europa la classifica per spesa è dominata dagli anticorpi
monoclonali utilizzati in campo oncologico come pembrolizumab, daratumumab e
nivolumab.

L’uso dei generici

L’impatto dei farmaci equivalenti e biosimilari è molto diverso tra la medicina ospedaliera e
quella territoriale, cioè in farmacia. Mentre l’Italia è prima per spesa e utilizzo di farmaci
biosimilari in contesto ospedaliero, con l’80,8% della spesa dedicata a questi prodotti a
prezzo inferiore, nella distribuzione territoriale è terzultima per ricorso ai farmaci
equivalenti, i cosiddetti “generici”: da noi rappresentano il 56% della spesa farmaceutica
rispetto a una media UE del 71%. Le differenze sono evidenti anche in Italia tra Regione e
Regione. In Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia il ricorso ai farmaci equivalenti è del
22% circa, mentre nelle Regioni del nord la media è del 45%, con punte del 50% in
Trentino.

Il boom dei farmaci dimagranti

Tra i farmaci il cui consumo aumenta con maggiore velocità vanno segnalati gli analoghi
del recettore GLP-1 come semaglutide, liraglutide e dulaglutide. Sono farmaci anti-
diabetici che negli ultimi anni vengono utilizzati anche come dimagranti. Tra il 2022 e il
2023 la spesa per questa classe di farmaci è aumentata del 33%, e dell’84% per il
semaglutide. Si spiega con l’uso come dimagrante anche l’aumento del consumo dei
cosiddetti “inibitori del cotrasportatore SGLT2” tradizionalmente prescritti per i pazienti
diabetici, il cui aumento in spesa è del 70% in un solo anno. È probabile che questo
aumento nei consumi dei farmaci antidiabetici sia continuato, se non abbia addirittura
accelerato, pure nel 2024. Le aziende che producono i farmaci più venduti, come la Novo

Nordisk che commercializza la semaglutide, hanno annunciato la probabile mancanza del
farmaco a causa dell’elevata domanda. Diverse istituzioni sanitarie hanno segnalato il
forte rischio di uso inappropriato di farmaci che nascono per la cura del diabete e che oggi
vengono utilizzate – in modo illegittimo – anche da chi non soffre di questa patologia ma
non vuole nemmeno dimagrire cambiando il suo stile di vita.

L’Italia non segue le linee guida internazionali per la lotta all’antibiotico-resistenza
Come dimostra l’uso anomalo dell’amoxicillina/acido clavulonico, l’Italia è tra gli Stati
europei dove il ricorso agli antibiotici è meno controllato. I nostri livelli di consumo di
antibiotici sono inferiori solo a quelli della Francia. Nel 2023 la spesa pubblica per gli
antibiotici ha raggiunto in Italia gli 822,6 milioni di euro (+5,8% in un anno). Per numero di
confezioni, il consumo è salito del 6,4%. Nel periodo 2020-2023 il tasso di incremento in
Italia medio è stato del 6,6%, superiore a quello francese (2,1%) e inferiore solo a quello
tedesco (7,3%), dove però il consumo di antibiotici è poco più della metà di quello italiano.
È una tendenza recente. Nel periodo 2014-2019, infatti, il consumo di antibiotici aveva
subito una graduale riduzione che con la pandemia si è rafforzata. Ora la tendenza si è
invertita.

Questi dati sono preoccupanti in quanto da tempo le autorità sanitarie consiglino una
maggiore sorveglianza sull’uso di questa categoria di molecole per il rischio di sviluppo di
resistenza nei batteri. A questo scopo l’Oms ha classificato gli antibiotici in tre categorie
(Access, Watch, Reserve) in ordine crescente di rischio. E ha emanato delle linee guida
internazionali per invitare a privilegiare l’uso degli antibiotici della lista «Access»
riservando quelli della lista «Watch» e ancor di più «Reserve» a un uso di stretta
necessità. L’Italia non sta seguendo alla lettera indicazioni Oms. Tra il 2022 e il 2023 è
aumentato il consumo di tutti gli antibiotici tranne azitromicina (-17%) e ciprofloxacina (-
1,5%), entrambi inseriti nella lista “Watch”. Nel periodo 2014-2023 si è osservato un calo
solo nell’uso di ceftriaxone, ciprofloxacina e claritromicina (Watch). Tutti gli altri antibiotici
inseriti nelle liste Access (amoxicillina/acido clavulanico), Watch (cefixima, piperacillina) e
Reserve (fosfomicina) hanno visto aumentare i consumi sia sul lungo che sul breve
periodo.

Contraccettivi a carico delle donne

Nel 2023 è proseguito l’aumento del consumo di contraccettivi farmacologici orali. Nel
complesso la spesa per i contraccettivi progestinici e estroprogestinici ha raggiunto i 300
milioni di euro, per i due terzi composta dai prodotti di quarta generazione. L’aumento su
base annua del consumo tocca il 2,4% e quello della spesa l’8,6%. È una tendenza di
lungo periodo: tra il 2016 e il 2023 il consumo è aumentato al ritmo annuo del +3,6% e la
spesa del 5,7%. La spesa per questi farmaci è totalmente a carico delle donne,
nonostante la legge n. 405 del 1975 che istituiva i consultori e poi la legge 194 del 1978
prevedessero che l’accesso alla contraccezione fosse gratuito per tutte le donne, anche
minorenni e senza il consenso dei genitori. Le commissioni tecniche dell’Agenzia Italiana
del Farmaco nel 2023 avevano dato parere favorevole alla rimborsabilità della «pillola»,
ma il Consiglio di Amministrazione dell’ente, su input del governo di destra da poco
insediatosi, aveva negato la gratuità in quanto ritenuta priva di copertura finanziaria.
In realtà, sia nel 2023 che nel 2024 la spesa farmaceutica convenzionata è stata inferiore
al tetto preventivato dalla legge finanziaria. Secondo l’ultimo monitoraggio Aifa, già a
giugno 2024 lo scostamento rispetto alla spesa prevista – fissato al 6,8% dell’intero Fondo
Sanitario Nazionale – aveva raggiunto i 296 milioni di euro. Questo tesoretto
permetterebbe di fornire i contraccettivi in maniera gratuita almeno alle donne più giovani.

Ma la proposta si scontra con l’indirizzo politico della destra di governo, secondo cui il
diritto alla contraccezione confligge con le politiche di incentivo alla natalità.

Andrea Capocci
@andcapocci


Fisico, insegnante e giornalista, Andrea Capocci ha pubblicato i libri Networkology (Il
Saggiatore, 2011) e Il brevetto (Ediesse, 2012). Scrive di argomenti scientifici per il
quotidiano il manifesto e per il mensile Le Scienze/Scientific American.

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