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Negli ultimi anni l’Ordine dei Medici di Torino ha scelto di mettere al centro della propria azione il legame tra ambiente e salute. Convegni dedicati all’inquinamento da farmaci, alla contaminazione da Pfas e alle strategie per una sanità più sostenibile hanno evidenziato quanto la tutela ambientale sia oggi una componente imprescindibile della pratica medica. Questa attenzione nasce dalla consapevolezza che il compito dei medici non può limitarsi alla cura individuale, ma deve estendersi alla protezione delle condizioni che rendono possibile la salute collettiva.

Le crisi ambientali e la salute sono ormai due facce strettamente connesse della realtà in cui viviamo. Gli inquinanti chimici presenti nell’aria e nelle acque, insieme agli effetti del cambiamento climatico, incidono in modo diretto sulle patologie respiratorie, cardiovascolari, metaboliche e sul benessere psichico. L’analisi di Roberto Romizi sull’inquinamento da farmaci e cosmetici evidenzia come le tracce di medicinali e prodotti di uso quotidiano, non smaltiti correttamente, contaminino i sistemi idrici e contribuiscano all’antibiotico-resistenza, una delle minacce sanitarie più rilevanti a livello globale (vedi pag. 9). In questo quadro, diversi ambiti della pratica medica si trasformano: appropriatezza prescrittiva, riduzione degli sprechi e informazione ai pazienti diventano anche importanti strumenti di prevenzione primaria ambientale.

L’impatto di questi fenomeni è ancora più evidente quando si guarda all’infanzia. Elena Uga sottolinea che nei primi mille giorni di vita bambini e bambine assorbono aria, acqua e alimenti in proporzione molto maggiore rispetto al peso corporeo, accumulando quantità più elevate di sostanze inquinanti (vedi pag. 12). Gli effetti non si limitano al presente: modificazioni epigenetiche possono trasmettere vulnerabilità alle generazioni successive. Proteggere la salute infantile significa, quindi, anche intervenire sull’ambiente in cui questi bambini crescono, riducendo i fattori di rischio alla radice.

Questi dati hanno spinto a ripensare i confini della bioetica. Luca Savarino parla di una bioetica globale che supera la visione tradizionale, legata al solo rapporto medico-paziente, per includere la salute umana, animale e ambientale nel quadro di One health (vedi pag. 16). Questa prospettiva riconosce che la vita si fonda su un equilibrio dinamico tra individui, comunità ed ecosistemi e che ogni scelta tecnica, scientifica o politica produce conseguenze di lungo periodo sull’intero pianeta.

Considerare la crisi climatica come una questione etica oltre che scientifica è anche l’invito che ci fa Larry Churchill (vedi pag. 20). Ondate di calore, scarsità di risorse idriche, malattie infettive emergenti e nuove forme di fragilità psicologica sono realtà che mettono alla prova i sistemi sanitari e le comunità. Per affrontarle occorre una responsabilità condivisa: una bioetica che non resti confinata ai laboratori e alle aule universitarie, ma diventi linguaggio pubblico, capace di contrastare la disinformazione, costruire fiducia e promuovere prevenzione.

Occorre una bioetica che non resti confinata ai laboratori e alle aule universitarie, ma diventi linguaggio pubblico, capace di contrastare la disinformazione, costruire fiducia e promuovere prevenzione.

Questa prospettiva inoltre cambia il senso della responsabilità e della deontologia medica. Essere medici oggi significa riconoscere le connessioni tra ambiente e salute, educare a comportamenti sostenibili, promuovere un uso responsabile delle risorse e partecipare attivamente alla promozione di politiche ambientali efficaci. Con questo obiettivo la formazione deve includere competenze che uniscano le materie tipiche degli attuali corsi di medicina con l’etica, l’ecologia e la comunicazione, preparando i professionisti ad essere interlocutori consapevoli e propositivi nei confronti della società.

La presa in cura diventa così un concetto allargato: non solo diagnosi e terapia, ma difesa delle condizioni che rendono la salute possibile. Ogni decisione clinica, ogni intervento, ogni politica sanitaria devono essere letti come parte di un impegno più ampio che riguarda anche il pianeta. Mettere in relazione bioetica e ambiente significa dare ai medici strumenti per affrontare le sfide presenti e future, contribuendo a costruire una medicina che riconosce come inseparabili la salute delle persone e quella del mondo in cui vivono.

Essere medici oggi significa riconoscere le connessioni tra ambiente e salute, educare a comportamenti sostenibili, promuovere un uso responsabile delle risorse e partecipare attivamente alla promozione di politiche ambientali efficaci.

Riaffermare questo sguardo permette di costruire un modello di cura che unisce dimensione individuale e collettiva, salute e ambiente, responsabilità e solidarietà. E la bioetica può davvero proporsi come una bussola globale, laica e pubblica, capace di orientare una medicina che si prende cura della vita in tutte le sue forme, collegando la salute delle persone, delle comunità e degli ecosistemi che le sostengono.

Guido Giustetto
Presidente OMCeO Torino
Direttore scientifico il punto


Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista il punto, numero 2, anno 2025.

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